Stilos

Cerca
OFFERTA SPECIALE RISERVATA AI VECCHI ABBONATI: RINNOVA ENTRO IL 31 GENNAIO IL TUO ABBONAMENTO ANNUO ALLA RIVISTA E PAGHERAI 30 EURO (+ SPESE POSTALI) PER 12 COPIE ANZICHE’ 39 EURO"

Vai ai contenuti

Zollino Antonio - I paradisi ambigui

RECENSIONI

 

L'eredità dannunziana e non solo

ANTONIO ZOLLINO
I paradisi ambigui.
Saggi su musica e
tradizione nell’opera
di Montale

pp. 340, euro 20
Edizioni Il Foglio, 2008


Milva Maria Cappellini


Capita di dimenticarsi, leggendo testi di critica e ricerca (nella fattispecie di natura letteraria e filologica), come dietro la conoscenza e il metodo, la competenza e la scrittura, ci sia pur sempre il lavoro concreto di uno studioso, la fatica - di mente e di corpo - con cui legge e compulsa, compara e deduce, e poi scrive e pubblica, o tenta di pubblicare. Fa bene quindi Antonio Zollino a ricordarci, in apertura della Nota (non esclusivamente) bibliografica premessa al suo volume di studi I paradisi ambigui, l’episodio “decisamente curioso, e altamente istruttivo” (ma non insolito negli ambienti universitari ed editoriali) riguardante il primo degli studi compresi nel volume, Poliziano nel “Falsetto” di Montale. “Distribuito in diverse copie dattiloscritte per riceverne altrettanti pareri nel 1994 – racconta Zollino – e soprattutto incautamente depositato in bozze presso un Centro Studi toscano per ottenere una minuscola borsa di studio”, lo studio agì per contagio o per osmosi, dato che di lì a poco quanto scoperto da Zollino “era miracolosamente venuto in mente anche ad altri, che solertissimamente pubblicavano, ovviamente a loro nome e in una rivista toscana”, le medesime acquisizioni.
Non resta che rallegrarsi per la giustizia ristabilita, sia pur tardivamente, con questo volume. Il saggio che fu oggetto di pirateria editoriale si apre con una questione posta da Enrico Falqui in merito alle ricognizioni di Pier Vincenzo Mengaldo sulla presenza di d’Annunzio nella lingua letteraria del Novecento: il rischio di attribuire alla matrice dannunziana ciò che invece appartiene alla storia della lingua poetica italiana. Questione interessante anche perché spinge a riconoscere una verità: cioè che la pratica poetica dannunziana acquisisce e assume – si dica pure per via variamente intertestuale – l’intera tradizione letteraria italiana e, al di là, europea. L’analisi di Zollino si snoda con precisione tra derivazioni lessicali e allusioni tematiche, tra analogie e convergenze che mai escludono l’apporto dannunziano ma ad esso non si limitano. I referti dell’analisi stilistica servono poi a interpretazioni di più aperto respiro: per esempio, quando Zollino rileva che, tenendo presente il modello di Poliziano, “il “mitologismo che riveste i riferimenti biografici nel componimento montaiano” appare in Montale più chiaramente orientato non tanto “ad un’esigenza stilizzatrice di stampo neoclassicistico”, quanto a “un modello di costruzione del personaggio tipico di tanta letteratura primonovecentesca”; il mito, infatti, viene virato in direzione antifrastica rispetto alla concezione danunziana, e proposto non come principio di unificazione e armonizzazione bensì come “ulteriore elemento di separazione e di frattura”, come stigma di una distanza incolmabile tra chi come la ventenne tuffatrice Esterina aderisce esattamente al reale e chi al contrario, come il poeta, appartiene senza rimedio alla “razza / di chi rimane a terra”.
Il paradigma dannunziano rimane ineludibile, per la poesia di Montale, anche in funzione di tramite per l’affioramento, nel tessuto poetico, delle “peculiari occorrenze biografiche” e dei paesaggi in cui esse appaiono collocate. Tale incidenza viene minuziosamente e persuasivamente indagata, nei saggi seguenti, in due componimenti delle Occasioni: Vecchi versi, “componimento cruciale” dotato di “ricca vita intertestuale” in cui “la componente dannunziana pullulava”; e Tempi di Bellosguardo, di cui si può affermare, sulla scorta della copiosa esemplificazione dimostrativa, “la tesi dell’ascendenza diretta e della effettiva pregnanza del riferimento dannunziano”. In questo caso, Zollino non si limita – ed è, tra l’altro, un’indicazione di metodo di validità generale - all’analisi della “catalizzazione retorica dei contenuti”, interessandosi piuttosto alla “ricerca di effetti timbrici vari ed efficaci” quali l’uso insistito delle iterazioni foniche, “che a volte propone casi di vera e propria concordanza testuale”. Dannunzianissima, poi, è la tendenza a privilegiare senz’altro, nel fare poetico, il luogo letterario rispetto a quello reale e addirittura biografico. Tempi di Bellosguardo, conclude Zollino, si colloca “ben all’interno di una salda concezione tradizionale della poesia”, una concezione “che si rivolge alla voce d’altri poeti come ad un termine di dialogo e di riferimento, magari da rovesciare” e che in forme meno evidenti segnerà anche Satura e le raccolte più tarde. L’idea viene ripresa in Riscontri dannunziani nella “Bufera e altro”, che incrementa gli spogli di Mengaldo e, soprattutto, supera l’idea, risultante appunto dalle ricerche mengaldiane, che la presenta di d’Annunzio si limiti nella sostanza agli Ossi di seppia: “se questo può essere vero in sede di poetica – obietta infatti Zollino -, per quel che riguarda invece la costituzione del proprio linguaggio” Montale continua “a manifestare la sua predilezione per il lessico e per alcune situazioni fono-semantiche provevienti da zone linguistiche più attardate, come il libretto d’opera, e ancora lo stesso d’Annunzio, ben al di là degli Ossi e delle Occasioni”. Così, nella Bufera la presenza dannunziana si dispone secondo una curva discendente, che segna nella chiusa dell’Ombra della magnolia il punto di distacco non solo e non tanto da d’Annunzio, quanto dall’idea post-simbolista di una funzione salvifica della poesia. E non solo Alcyone, bensì anche Maia ed Elettra risultano fertili - a volte attraverso procedimenti di decontestualizzazione, quasi sempre con una valore intensamente tematico - alla lettura di Montale, e ancora le raccolte più antiche di d’Annunzio, Canto Novo, Intermezzo, La Chimera (nonché, per la prosa montaliana, Il fuoco e Le faville del maglio). I segni dannunziani – ormai nelle chiavi dell’antifrasi, della parodia, dellìironia, del rovesciamento – persistono, si è detto, nella produzione tarda di Montale (è l’oggetto del saggio Il riferimento dannunziano da “Satura” ad “Altri versi), “ma vengono per così dire assorbiti e occultati nel terreno prosastico e quotidiano”. Più in generale, Zollino sostiene una pratica intertestuale marcata, sia pure diversa, anche nelle ultime raccolte montaliane, a dimostrare da un lato la persistenza “dei legami con l’istituto poetico tradizionale”, dall’altro “la totale estraneità del poeta ligure a qualsiasi tentazione avanguardistica”. Infine, Zollino esplora il Montale paradisiaco, che compare negli Ossi e nella Bufera ma non nelle Occasioni, “apice del trobar clus montaliano” e dunque poco disponibile “ a rivestirsi delle mezze tinte paradisiache”, né in Satura e nelle raccolte posteriori, in cui non si crede più “nelle divergenze tra piccolo e grande stile” (ma il discorso, avverte Zollino, va ancora corretto per Diario postumo, nel quale si attua un “recupero largamente demodé e controcorrente” ben congeniale da un lato ai toni del Paradisiaco, dall’altro allo stile di Montale).
Accanto e oltre d’Annunzio, Zollino interroga la funzione generatrice, per la poesia montaliana, dei racconti giovanili di Papini (Montale e il Papini “fantastico”), sul piano sia tematico sia dell’esito testuale; vaglia le fonti – più remote e più prossime - del “testo-amuleto” Il ventaglio, che pongono interessanti questioni relative alle interferenze tra scrittura e arti figurative, sullo sfondo del’Ut pictura poësis e delle tesi leonardiane; ricostruisce la curiosa genesi del componimento, incluso nel Quaderno di quattro anni, Il sabià. Infine, nel vasto saggio finale, che intitola il volume, si traccia una vera storia del lungo e vario rapporto tra Montale e la musica, fra pratica di cantante, scrittura di critica militante, riferimenti/risonanze nell’opera e teoria poetica. “La parola veramente poetica contiene già al propria musica e non ne tollera un’altra”, scrive per esempio Montale a proposito dei libretti d’opera, e aggiunge: “solo la parola poco o punto poetica sopporta di essere l’attaccapanni di una successiva poesia”.

Valid XHTML 1.0 Strict


Torna ai contenuti | Torna al menu