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Zafon Carlos Ruiz - Marina

RECENSIONI

 

Il gioco continuo di realtà e illusione

CARLOS RUIZ ZAFON
Marina
pp. 308, euro 19,50
Mondadori, 2009

Luca Pantarotto

Sarebbe troppo facile indagare le ragioni editoriali che hanno finalmente condotto anche in Italia, con un ritardo decennale rispetto alla prima edizione spagnola del 1999, il primo vero romanzo “per adulti” (dopo l’esperienza nella narrativa “per ragazzi”) di Carlos Ruiz Zaf?n, dopo lo strabiliante successo riscosso con L’ombra del vento prima, e poi (appena pochi mesi fa) con Il gioco dell’angelo. Più interessante può essere invece riflettere sulle conseguenze della decisione di pubblicare per ultimo un romanzo che, nell’effettiva successione cronologica dei libri di Zaf?n, occupa in realtà il primo posto.
Agli occhi del lettore, che spesso (e con pieno diritto) non tiene conto della data di pubblicazione del libro che ha tra le mani, questo primo capitolo della cosiddetta “saga di Barcellona” dello scrittore spagnolo rischia infatti di apparire, paradossalmente, poco più che un trito rimestamento di vicende, atmosfere, stilemi, espedienti narrativi già noti al pubblico italiano dalla lettura dei due più corposi romanzi successivi. In effetti, quanto a struttura della narrazione, la narrativa di Zaf?n non sembra soggetta a una grande evoluzione. In Marina, cambiano i personaggi (non c’è traccia della famiglia Sempere), e la vicenda non ruota più attorno a libri, librai e scrittori (il Cimitero dei Libri Dimenticati all’epoca non era ancora nato); significativo, a questo proposito, che il romanzo prenda il titolo non più (o non ancora!) da un libro, come negli altri due (non dimentichiamo che il titolo di lavoro de Il gioco dell’angelo era La città dei maledetti, come il ciclo narrativo ideato dal protagonista David Martín), ma dal personaggio femminile che fa da fulcro all’intera storia. Tuttavia, le differenze si limitano grosso modo a queste. Per il resto, nel primo come nell’ultimo romanzo, troviamo a sorreggere e dirigere la storia la stessa, nota miscela di ingredienti: il continuo gioco tra realtà e illusione, il flusso e riflusso di un passato irrisolto che torna dopo decenni a distorcere la quotidianità dei protagonisti, il parallelismo straniante tra piani temporali distinti e la sovrapposizione delle vicende dei diversi personaggi, l’inquietante presenza di personaggi e situazioni liminari, che nel loro ambiguo collocarsi tra verità e finzione, tra passato e presente, colorano la vicende di sfumature soprannaturali. Su tutto, l’onnipresente Barcellona: la Barcellona degli antichi palazzi nobiliari e delle cattedrali gotiche, dei cimiteri monumentali e delle vie lugubri, della storia e della memoria, quella Barcellona magica e antica che affascina e angoscia, e che sembra racchiudere nei suoi angoli bui segreti che la concretezza della moderna metropoli non riesce del tutto a svelare, o a far dimenticare.
Insomma: in embrione, Marina contiene già al suo interno le linee generali lungo le quali, negli anni successivi, Zaf?n orienterà tutti i suoi racconti, senza però farli progredire molto dal livello di questa prima prova. Unica variazione, il gioco sul tema del ricordo: si ricorda solo ciò che non è mai accaduto, è il bell’assunto che apre e chiude la storia di Marina. Eppure, al di là di questi due momenti, il tema non assume quella funzione che forse avrebbe meritato.
Se però, dall’impostazione narrativa di Marina, ci spostiamo sul piano del racconto, del modo in cui Zaf?n ci prende per mano e ci accompagna in questa sua prima, nuova storia, il discorso cambia. Dopo l’artificiosità contorta che rendeva Il gioco dell’angelo una narrazione fondamentalmente mal gestita, con Marina ritroviamo lo Zaf?n migliore: lo scrittore che, forse perché ancora fresco nell’utilizzo degli espedienti narrativi della letteratura per ragazzi, prova un irresistibile piacere per il puro e semplice gusto di raccontare. Zaf?n imbastisce qui una storia bella, agevole e (a tratti) intrigante; utilizza gli strumenti della sua arte con genuinità, non con mestiere, e riesce perciò a dar vita a un racconto che si legge tutto d’un fiato e che, alla fine, non lascia nel lettore quella sensazione di perplessità di fronte a quanto appena letto che costituisce il difetto principale dell’ultimo romanzo.
Nella breve nota introduttiva con cui presenta nuovamente al suo pubblico questa storia dalle tribolate vicende editoriali, Zaf?n ripensa con malinconia a questo suo racconto di più di dieci anni fa, e confessa che “qualcosa dentro di me, qualcosa che ancora oggi non so bene cosa sia ma che mi manca ogni giorno, fosse rimasto lì per sempre”. Raccogliendo l’invito, che Zaf?n rivolge ai lettori, di aiutarlo a capire perché proprio questo romanzo sia ancora presente nella sua memoria come il giorno in cui finì di scriverlo, noi suggeriamo che quel qualcosa sia proprio il semplice piacere di raccontare una storia senza troppi artifici, così ben attestato da Marina e poi, forse, dimenticato; ed auguriamo di cuore a Zaf?n di riuscire a ritrovarlo il più presto possibile.

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