CARLOS RUIZ ZAFON Il gioco dell’angelo
pp. 676, euro 22 Mondadori, 2008 |
Luca Pantarotto
Parlare di Carlos Ruiz Zafon significa confrontarsi con un successo letterario che, nel pur vasto panorama della letteratura mondiale odierna, conta ben poche analogie. Dagli esordi come autore di libri per ragazzi (Il principe della nebbia resta per ora l’unico accessibile al pubblico italiano), grazie al suo primo romanzo per adulti (L’ombra del vento) lo scrittore barcellonese trapiantato a Los Angeles si trasforma di colpo in un vero e proprio “blockbuster” letterario: un fenomeno da dieci milioni di copie, con traduzioni in quasi 40 lingue. Una scoperta tardiva: alla sua uscita in Spagna nel 2001, L’ombra del vento, che in seguito i lettori di tutto il mondo avrebbero avuto sul comodino, era stato praticamente ignorato da critica e pubblico. Ma ormai il dado era tratto: una volta scoperto, ne volevano ancora. E così, sul finire del 2008, richiesto a gran voce da lettori e (ancor più) editori, compare finalmente nelle librerie di tutto il mondo il secondo romanzo per adulti di Zafon, Il gioco dell’angelo, che all’atto stesso della pubblicazione guadagna il suo primo record, quello della tiratura più alta per una prima edizione in Spagna (un milione di copie). Ora, però, in luogo del successo inaspettato, Zafon trova ad attenderlo una forse prevedibile delusione. Prequel ideale (per certi aspetti) della vicenda narrata nel precedente romanzo, Il gioco dell’angelo resta molto al di sotto non solo delle aspettative, ma anche del livello già raggiunto ne L’ombra del vento. Il motivo sta forse, paradossalmente, proprio nella volontà nemmeno troppo dissimulata di esasperare quegli stessi caratteri che avevano decretato il trionfo della precedente prova. Così, riavvolgendo la bobina e facendo iniziare il suo nuovo racconto barcellonese una generazione prima, Zafon si diverte a rimettere in scena non solo personaggi (la famiglia Sempere) e luoghi (il Cimitero dei Libri Dimenticati) già noti dalla precedente avventura, ma anche quel misto di gotico, magia (vera o presunta) e soprannaturale che parrebbe trasudare da ogni pietra di questa “città dei maledetti” (il titolo del romanzo che rende famoso il protagonista, già titolo di lavoro del libro stesso di Zafon. Così, ritroviamo anche qui quell’intreccio di toni da gothic novel, noir investigativo, romanzo di formazione, melodramma; quella struttura a incastro tra piani temporali diversi, ognuno con i suoi protagonisti, tra i quali si innescano parallelismi ora curiosi, ora inquietanti; quella passione (senz’altro vivida) che Zaf?n non perde occasione di mostrare per il lato più faustiano della sua Barcellona, città allo stesso tempo familiare e misteriosa, in cui accanto alle meraviglie dell’ultima Esposizione Universale si muove ancora il retaggio di un passato oscuro, di antiche superstizioni. E, soprattutto, l’assoluta preponderanza del libro, della letteratura sulla realtà: un abile gioco in cui il letterario sembra di volta in volta modellare, prefigurare o persino sostituire il reale, in cui la pagina scritta prende forma e, uscendo dai suoi domìni, si impone in modo spesso fin troppo tangibile all’esperienza dei personaggi. Proprio qui, in questi stessi meccanismi ed espedienti, stava la forza ultima de L’ombra del vento. Eppure stavolta qualcosa non va; una volta scoperti, gli ingranaggi del racconto finiscono col mostrare tutta la loro fragilità, a partire dall’idea stessa su cui si fonda questa nuova impresa. Specularmente alla vicenda de L’ombra del vento - che era prima di tutto storia di libri, inserita in quel filone che, cominciando con Eco, arriva in Spagna attraverso Il club Dumas di Pérez-Reverte – Il gioco dell’angelo è soprattutto la storia di uno scrittore, e di come la passione per la letteratura e l’ambizione di entrare a farne parte possa portarlo a perdere la sua anima. Dove voglia andare a parare il gioco di Zaf?n lo si capisce fin dalle prime battute. L’intento dell’autore appare semmai quello di lasciare al lettore il compito di districarsi tra gli indizi contraddittori che gli fornisce, di trarre dall’apparente incongruità delle diverse situazioni quell’ordine che dovrebbe mostrarci, di questo gioco, le regole ed il significato. Il condizionale però è d’obbligo: le vicende parallele a quella principale sono così disparate, e la loro gestione così disuguale (lo spazio dedicato ad aspetti accessori e non funzonali alla storia è francamente troppo ampio), che la confusione, e la conseguente perdita di attenzione del lettore, rischia di compromettere lo sviluppo lineare del racconto. Il gioco di scatole cinesi, di parallelismi temporali e personali, di confusione dei piani narrativi su cui così bene si reggeva il precedente romanzo, ora sembra dimostrare uno scarso controllo, da parte dello scrittore, della storia stessa che ci viene raccontata. Il finale, decisamente troppo onirico, con tutte le sue (troppe) possibile spiegazioni, lascia al lettore l’impressione di aver letto una storia il cui significato non era del tutto chiaro al suo stesso autore. Ma sono anche altre le considerazioni che, in aggiunta alla fragile gestione della storia narrata, segnano un passo indietro, quanto a profondità, rispetto a L’ombra del vento. Innanzitutto lo sfondo. Là, le vicende gotiche e magiche di Daniel Sempere e Julian Carax avvenivano sullo sfondo di una Barcellona dilaniata dalle guerre civili, che ancora contava i morti e in cui spadroneggiavano figure chedel trasformismo avevano fatto la propria forza: il cupo scenario storico rifletteva e rafforzava l’impressione di mistero e di inquietudine che le vicende dei protagonisti mettevano in scena. Qui, nulla: per ragioni puramente narrative, di continuità con la precedente narrazione, la storia si sviluppa circa una generazione prima; ritornano alcuni personaggi già noti al lettore (e di cui solo alla fine ci verrà rivelata la piena identità), ma lo sfondo storico è del tutto scomparso, salvo comparire nell’epilogo (datato 1945), in cui Zaf?n esplicita il rapporto “genealogico” che sussiste tra i due romanzi. Per il resto, le vicende di David Martín e dei suoi comprimari si collocano quasi fuori dal tempo, senza spessore alcuno: narrativamente si sviluppano nel 1930, ma in realtà potrebbero situarsi in qualunque segmento temporale, dal Medio Evo ai giorni nostri. La Storia (con la esse maiuscola) resta fuori dalla porta, questa volta; proprio per questo, forse, terminato il libro, oltre alla pura storia narrata, resta poco tra le mani. Senza contare che, probabilmente inteso (almeno in parte) come parodia di un determinato genere letterario - caratterizzato da situazioni grandguignolesche e da tutti gli elementi peculiari del gotico allo stato puro – il racconto finisce poi per identificarcisi pienamente. A un certo punto, il sorriso nell’utilizzare volutamente alcuni topoi del genere svanisce dalle labbra dell’autore, che si ritova così incastrato nel suo stesso gioco. Infine, quella che probabilmente è una deformazione professionale di Zaf?n, e che si diffonde nei libri di ultima generazione come un virus: vale a dire, l’impostazione fondamentalmente cinmeatografica a cui l’intera narrazione è sottoposta. Il gioco dell’angelo lascia la strana di impressione di aver letto un libro attraverso l’obiettivo di una macchina da presa. Dialoghi, descrizioni, colpi di scena, sembrano delineati espressamente in vista di una loro trasposizione su pellicola, con una confusione di linguaggi che, se mal gestita, può solo far male. Resta, certo, il fatto che Zaf?n, anche quando non riesce ad essere un grande scrittore, è pur sempre un ottimo narratore, che sa usare con mestiere gli strumenti a sua disposizione per ricrerae situazioni ed indagare motivazioni. Forse avrebbe dovuto scrivere un romanzo più corto, o forse volgere le sue doti ad altre tematiche. Resuscitare il gotico dopo più di un secolo dalla sua fine, pur con l’intento di approfondirlo, o anche semplicemente di giocarci con maestria, è forse un’impresa degna di altri tempi, o di altre penne.
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