ABRAHAM YEHOSHUA Fuoco amico
pp. 399, euro 19 Einaudi, 2008 |
Susanna Battisti
Sebbene sia caratterizzato da una prosa tersa e tesa alla descrizione dettagliata della vita quotidiana di due famiglie profondamente legate ma anche separate da lutti incolmabili, Fuoco amico di Abraham B. Yehoshua è un romanzo gravido di implicazioni simboliche che ne moltiplicano i significati. Siamo lontani dalla prosa oscura e allegorica delle prime raccolte di racconti che spinsero la critica a paragonare Yehoshua a Kafka o a Faulkner. Già con il suo primo romanzo, L’amante (1977), lo scrittore israeliano aveva abbracciato la causa del realismo per esplorare la complessa realtà del suo paese e quei temi universali che ritornano puntualmente nei suoi romanzi successivi : l’amore, il matrimonio, la morte, la separazione nell’unità, l’unità nella separazione. Come nei precedenti romanzi , l’intreccio di Fuoco amico è policentrico e la realtà rappresentata è complessa, poliedrica e contraddittoria. Il romanzo si apre con la separazione all’aeroporto di una coppia di sessantenni ben affiatata e per certi versi simbiotica. Lei, Daniela Yaari , parte per la Tanzania per raggiungere suo cognato Yirmiyahu nel tentativo di elaborare il lutto per la perdita della sorella Shuli. Lui , Amotz Yaari , rimane a Tel Aviv per badare al suo ufficio, al figlio disertore dell’esercito, ai nipotini trascurati da una nuora inquieta e inconcludente e al vecchio padre afflitto dal Parkinson. I due coniugi sono le colonne portanti di una famiglia in qualche modo scollata o comunque disorientata, tra le altre cose, dalla morte di Eyal, figlio di Shuli , ucciso dai suoi stessi commilitoni durante un’operazione nei Territori. Il fuoco amico del titolo si riferisce all’espressione che Amotz scelse per edulcorare l’annuncio a Yirmiyahu dell’assurda morte del figlio, come se il fatto che il proiettile fosse partito da un’arma israeliana potesse attutire il colpo della perdita. Ma il fuoco, amico o nemico che sia, è forse il simbolo primario del romanzo che, non a caso, si svolge durante la festa di Hanukkah che celebra il ricordo della riconsacrazione del tempio attraverso l’accensione quotidiana di otto candele. Si potrebbe anche dire che la luce del fuoco crea continui effetti di chiaroscuro in un romanzo che va ben oltre i confini di Israele per toccare i vari ossimori dell’esistenza , primo fra tutti, il bisogno di tenere sotto controllo la vita che è ineluttabilmente precaria e definita dalla coscienza della morte. Una volta separati, i due coniugi, non più protetti dal reciproco sostegno, si trovano ad affrontare la vita con occhi diversi ed entrambi usciranno trasformati dalle reciproche esperienze vissute durante i sette lunghi giorni di lontananza . La trama si sviluppa sull’alternanza di brevi scene parallele , creando uno straordinario effetto di simultaneità delle esperienze dei due protagonisti . Come in un gioco di specchi, ogni singolo gesto quotidiano dell’uno fa luce sul suo rapporto con l’altro, e ogni scena africana , in qualche modo, commenta la plumbea realtà israeliana. Il gioco di rimandi evidenzia divergenze e affinità e permette di analizzare la realtà da diverse angolazioni. Ad accogliere Daniela al piccolo aeroporto africano non c’è il cognato ma un’infermiera sudanese , animista, che ha perso tutti i suoi cari durante la guerra civile. La sua rassegnata sofferenza contrasta con quella di Yirmiyahu che dopo la morte del figlio ha aperto un fuoco amico contro sua moglie e la sua famiglia e contro il suo popolo. L’Africa dove si è rifugiato non è un luogo migliore di Israele ma è uno spazio vuoto, incontaminato da tracce di cultura ebraica. Yirmiyahu brucia i giornali e le candele per l’Hanukkah che Daniela gli ha portato da Israele e la donna si trova a lottare contro la diffidenza di un uomo ostile. Il soggiorno in Africa è una sorta di viaggio iniziatico per l’anziana signora borghese. Per la prima volta da sola con se stessa , si trova ad affrontare tanti piccoli ostacoli che fanno vacillare certe sue certezze . Il suo pellegrinaggio nel mercato dove Shuli si era sentita male e nella stanza dell’ospedale dove era morta subito dopo, riaccende in lei il ricordo vivo di sua sorella e, rivivendo il dolore di lei, la sente di nuovo vicina. Il faticoso dialogo con il cognato, tutto preso dai suoi lavori in un campo di ricerca dei resti di un ominide distaccatosi dalla scimmia, la porterà alla scoperta sia delle circostanze della morte di Shuli ( accelerata dalla totale incomunicabilità tra lei e il marito) che di quella di Eyal. Una morte ancor più insensata e banale di quanto tutti , eccetto Yirmiyahu, credessero. Allo stesso modo, suo marito, sebbene oberato da tanta piccole faccende domestiche, è impegnato alla soluzione di un mistero che a poco a poco finisce per ossessionarlo. Si tratta dell’ululato dei venti che si scatena di quando in quando nel vano di un ascensore da lui stesso progettato. Sulle prime tende a declinare le sue responsabilità, ma quando scopre che l’inquilino più insistente ha perso anche lui un figlio, fa l’impossibile per risolvere il problema. La descrizione fin troppo minuziosa delle perizie dei tecnici occupa un posto rilevante e non è priva di incidenti comici. Un’atmosfera sinistra e grottesca avvolge tuttavia le scene in cui Amotz e la sua squadra di esperti tentano di affrontare un problema tecnico che in realtà ha forti risonanze simboliche. Nella antropologia ebraica infatti, il vento è assimilabile al soffio della vita ed è quindi figura dello spirito. Con la sua transitorietà e imprevedibilità, il vento si sottrae a qualsiasi controllo umano. Il vento che disturba il sonno del grattacielo rimanda forse agli spiriti dei morti che infestano Gerusalemme insanguinata da tante morti violente e insensate, ma di certo è anche metafora dell’insondabile di fronte al quale la ragione vacilla. Fuoco e vento/spirito sono presenze costanti e sotterrane nelle vite parallele di Yamotz e di Daniela e dei numerosi personaggi che affollano le scene . Entrambi gli elementi rimandano alla morte ma il fuoco assume anche il valore di elemento che purifica, riscalda e protegge l’uomo. Morte e vita sono complementari come lo sono altri elementi apparentemente dicotomici e l’intera vicenda di Daniela e di Yamotz si può riassumere nel reciproco tentativo di trovare un collegamento o di promuovere una fusione tra le infinite discordanze che caratterizzano le loro vite e quelle altrui. Quel che sorprende di questo romanzo è la sua assoluta linearità e trasparenza nonostante il flusso simbolico che tutto lo sottende. La vita di ogni giorno con le sue piccole beghe e i piccoli affanni è raccontata in tutta la sua concretezza e anche nella sua ripetitività. Ma questa quotidianità è attraversata dal mistero e la coscienza dei personaggi è continuamente illuminata da piccole epifanie che modificano la loro coscienza di se stessi e di chi li circonda . I due protagonisti subiscono metamorfosi impercettibili ma sostanziali nel corso del romanzo, ma anche i personaggi secondari si sviluppano a tutto tondo, svelando sottili risvolti psicologici . Il narratore in terza persona si muove infatti all’interno della coscienza dei personaggi cogliendone le minime intuizioni e registrandone i più intimi spostamenti del punto di vista. Così Amotz , costretto ad occuparsi di faccende familiari che di solito toccavano alla moglie, impara a conoscerla meglio e scopre inoltre nuovi aspetti della personalità dei figli e della nuora. Lo stesso accade a Daniela che lontana da casa vede con più chiarezza le sue fragilità . Come sempre, il racconto è sostenuto da una raffinata ironia che a tratti sfocia in episodi decisamente comici, primo tra tutti, quello in cui nonno Yaari si precipita a casa della sua vecchia ex amante per presiedere i lavori di riparazione del piccolo ascensore che aveva progettato per lei. La prosa, sempre misurata e densa, riproduce il flusso stesso della vita con i suoi tempi di attesa e i suoi repentini cambiamenti di ritmo. Ancora una volta Yehoshua dà prova del respiro universale della sua narrativa, che, pur incentrata sulla complessa e dolorosissima questione palestinese, sa toccare la vita nelle sue infinite sfaccettature, utilizzando semmai l’impossibile convivenza tra due popoli lontani e vicini allo stesso tempo come metafora di alcuni aspetti della condizione umana.
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