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Yehoshua Abraham - Il responsabile delle risorse umane

RECENSIONI

 

La speranza della pace dopo ogni guerra

ABRAHAM YEHOSHUA
Il responsabile delle
risorse umane

pp. 258, euro 17
Einaudi, 2004

Gianni Bonina

Con Il responsabile delle risorse umane (Einaudi) Yehoshua compie un atto di reidentificazione, quasi un intervento di lifting. Considerato con Amos Oz autore dei testi fondativi della letteratura israeliana (la cui cosiddetta “generazione dello Stato” si riconosce nella narrativa chiamata “sionista-modernista”, entro la quale rileva l’infelice e impari lotta dell’io individuale contro il sionismo statale), Yehoshua ha ora inteso guardare alle esperienze nate negli ultimi decenni nel solco di un modernismo che ha dato, con autori quali Orpaz, Kenaz e Schultz, ma anche con Grossman, prove ispirate al modello della passione e del pellegrinaggio esistenziale. E questo nuovo romanzo di Yehoshua è infatti non a caso sottotitolato “Passione in tre atti” mentre si costituisce appunto come viaggio di riscoperta spirituale. Lo scrittore gerosolimitano (testimone e coerente interprete di un sentimento nazionalista di ampie concessioni alle ragioni dell’altro, tale da averne fatto nel mondo un ascoltato ambasciatore della pace possibile) definisce entro il quadro di una prova ordalica il desiderio di scontare una colpa che richiede la mistica rappresentazione di una passione, un cammino iniziatico ed espiatorio alla fine del quale la verità si rivela come salvazione. Per giungere a essa non basta più la ragione, ma occorre la “follia”: “Quando tutto va a rotoli l’unico modo per risolvere la situazione è ricorrere alla follia” dice uno dei personaggi. Quella stessa follia che oggi sembra regolare la vita in Terrasanta.
La trama è, come vedremo, un poligono di eccipienti necessari a sostenere il più alto piano parabolico: il capo del personale di una grande azienda di Gerusalemme viene incaricato dal titolare di occuparsi di una dipendente straniera rimasta vittima di un attentato terroristico, mosso da un settimanale che ha accusato la ditta di “mancanza di umanità” non avendo fatto nulla per il riconoscimento del cadavere e il trasporto nel suo Paese d’origine. Il capo del personale (ribattezzato “responsabile delle risorse umane” secondo un epiteto che assume presto significato traslato designando nelle risorse umane la natura di un destino collettivo in cerca di responsabili) intraprende un’indagine che lo porta, di tappa in tappa, quasi di stazione in stazione, a vivere una sua “passione” redentrice e rivelatrice che si traduce da ricerca in viaggio vero e proprio verso un imprecisato Paese dei tartari dove portare la salma perché sia sepolta in presenza della madre. Non c’è chi non veda - ma sia detto passando - le sottese analogie con il romanzo di Buzzati, salvo che il tenente Drogo israeliano non aspetta l’arrivo dei tartari ma va loro incontro, i tartari per l’uno e per l’altro rappresentando l’inesplicabile ignoto, il mondo sconosciuto ed estraneo portatore di un futuro epifanico e palingenetico. Il responsabile delle risorse umane (del quale, come di tutti gli altri, fatta eccezione per la donna uccisa, viene taciuto il nome perché ogni personaggio si faccia simbolo di una condizione sociale) trova alla fine del viaggio di espiazione quel senso di umanità di cui gli è stata imputata la mancanza e ne fa tesoro al punto da legarsi alla donna che non ha mai visto se non in una foto malriuscita; un legame che gli impedisce di guardarla cadavere nella bara ma che lo induce a chiedere a tutti se fosse bella, di una bellezza che vede “perduta” come perduta è la bellezza del suo mondo; un legame ancora più allegorico perché stringe in un sentimento nuovo, di fratellanza, di pace, di solidarietà, il proprietario della fabbrica, il capo del personale e una dipendente mai conosciuta che ha lavorato come umile addetta alle pulizie notturne. Un legame che spinge il titolare, determinato a vedere conclusa la missione non più per il buon nome della sua azienda ma per chetare il suo senso di colpa, a chiedersi: “Cosa ci rimane alla fine se non la nostra umanità?” La missione, che il capo del personale vede estendersi in una “follia collettiva” (perché coinvolge non solo il padrone della fabbrica, ma la direzione, la madre e il giornale che ha sollevato il caso), alla fine appare “nobile e morale”. E di fronte all’inaspettato epilogo che costringe a riprendere il cammino della “passione”, quando il proprietario dice “Tutto questo non ha senso”, il giovane e problematico capo del personale risponde, ormai conquistato alla causa umanitaria: “Un senso lo troveremo insieme”. Sono le ultime parole di un romanzo scritto da Yehoshua per liberarsi del nodo sionista-modernista perché il singolo cittadino prenda l’iniziativa contro lo “Stato esausto”, al quale sostituirsi nell’adempimento dei doveri pubblici, una volta chiamato che sia a toccare con mano le piaghe sempre più profonde della sofferenza. Il vecchio proprietario si erge a garante del bene comune e dunque a statista virtuale ed esemplare quando ammonisce a fare presto, perché un ritardo nell’identificazione del cadavere può fare credere che il Paese sia nel caos, senza nessun controllo. E il giornalista accusatore che partecipa al viaggio nel Paese “arretrato e gelido” dei tartari ricopre il ruolo di trasformare il capo del personale in un personaggio simbolo di un sentimento nazionale che Yehoshua vuole mettere in statuto. “Non solo i caduti in battaglia meritano di essere ricordati, ma anche le vittime del terrorismo” dice il vecchio proprietario: e per ricordarne una fra le centinaia dei kamikaze palestinesi ordina che la salma sia riportata senza badare a spese al suo Paese e consegnata alla madre. Lo spirito è quello nobile ed edificante che abbiamo visto nel film di Spielberg
Salvate il soldato Ryan, dove un eccesso di significati metaforici pesa sulla congruità della narrazione, il cui intento non è però quello di raccontare una storia che ha ben poco di plausibile ma di fornire uno specimen di eticità nei modi di un conte philosophique tentato dall’apologo morale. Tanto occupato a perseguire questo fine, Yehoshua lascia zeppe palesi, correggere le quali significherebbe sottrarre la trama alla causa: un tecnico dell’obitorio dice di aver letto l’articolo come se fosse stato pubblicato, mentre sappiamo dall’inizio che il direttore del giornale ha fatto avere al proprietario della fabbrica solo le bozze perché prepari una replica che esca in concomitanza. Di fronte a questa contraddizione Yehoshua sceglie di non chiarire, e di ridurre a mero pretesto narratologico, se il “servizio” giornalistico sia uscito o meno, tanto che a un certo punto, ricordando l’articolo pubblicato, precisa in apostrofe “o che sarà pubblicato”. Yehoshua richiede altre soglie di attenzione che non siano quelle riferite alla credibilità della fabula, il cui intreccio incrinato dall’improbabilità tiene anche conto di voci testimoniali riportate in corsivo nella funzione di cori esterni. Quello che Yehoshua pone è un nuovo comandamento, un precetto che ha valore di dovere. “Non c’è altra scelta” dice il vecchio proprietario giudicando necessario identificare il cadavere e riconsegnarlo alla famiglia: una decisione incoraggiata dalla “tentazione dell’estraneità e dell’anonimato”, la tentazione di proteggere i deboli che è un impulso solidaristico soffocato dall’insorgente spirito individualistico che strozza Israele. E’ questa tentazione sorgiva e flebile che Yehoshua vuole corroborare in una coscienza nuova di religiosa consapevolezza. Trasformare il cadavere in salma: ecco la missione che il gruppo si intesta e che indica agli israeliani come condotta generale. Sicché la passione del capo del personale è tutta in questo compito: far sì che il cadavere della donna sia accreditato come salma, un corpo cioè pronto per la sepoltura, l’unico modo religioso per onorare i morti, la cui escalation per colpa del terrorismo svuota il culto sempre più di significato. Il caso comincia con le difficili e sgradite indagini del capo del personale circa l’identificazione della donna mentre una pioggia torrenziale rende l’ambientazione buia e temibile. Ma con il progredire delle ricerche il maltempo cessa per fare posto a una splendente luna piena e dunque a un sole luminoso che sembra volere pervadere “di solenne ufficialità la missione”. La passione inizia perciò sotto l’auspicio della resurrezione nel compimento di una redenzione: la rinascita a una vita nuova. Durante il viaggio-pellegrinaggio il gruppo devia il tragitto per fermarsi in una base atomica dismessa, un monumento al riarmo e alla guerra preventiva: Yehoshua è esplicito nel giustificare la necessità di non farsi sorprendere dalla minaccia di morte e di difendersi, ma vede la base militare trasformata in un museo della guerra fredda e i soldati diventati guide turistiche a pagamento. A suggerire una speranza: che c’è la pace a conclusione di ogni guerra.


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