TIM WINTON Respiro
pp. 214, euro 15,50 Neri Pozza, 2009
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Susanna Battisti
Ipnotico ed insolitamente breve, l’ultimo romanzo del grande scrittore australiano Tim Winton, Respiro, è molto più di un semplice Bildungroman. A parlare è Bruce Pike, detto “Pickelet”, un paramedico sulla cinquantina che rievoca le avventure della sua adolescenza, l’iniziazione al surf estremo e il suo continuo corteggiare la morte per superare se stesso. Il racconto, tuttavia, travalica i confini della sua vita personale per trasformarsi in una inquieta riflessione sulla vita stessa. La metafora del titolo attraversa l’intero romanzo e ne determina persino lo stile e l’andamento ritmico, a tratti regolare e a volte fibrillante, come il battito cardiaco del protagonista quando trattiene il respiro sott’acqua per sfidare la routine biologica. La scrittura, profondamente radicata nel crudo vernacolo locale, si eleva spesso e inaspettatamente sull’onda di un lirismo intenso e affatto sentimentale per fissare immagini di assoluta bellezza. Una bellezza che il più delle volte coincide con il rischio e che Pikelet esperisce quando danza sulle onde spaventose e soverchianti del Pacifico. Si tratta di vere e proprie epifanie che durano pochi istanti ma che fanno luce sul possibile senso della vita e del fare arte in se stesso. Il surf è vissuto anche come un’esperienza estetica, una sorta di forma di “arte per l’arte”: “Era così strano vedere degli uomini che facevano qualcosa di bello. Qualcosa di insensato ed elegante, che non avrebbe attratto l’attenzione o l’interesse di nessuno”. Del resto, cavalcare le onde, suonare il didjeridu e l’atto stesso di raccontare sono attività in qualche modo analoghe e correlate tra loro per Pikelet, un narratore isolato e un po’ ribelle, che ama confondere la sua musica e le sue parole con il rombo incessante dell’oceano: “Parlo soltanto se non c’è nessuno che mi sta a sentire. E’ come suonare il didjeridu, in un continuo ricircolo d’aria: non fai altro che spiegarti a te stesso , fino a quando sei abbastanza sano di mente per riuscire a farlo”. Le parole di Pikelet trasmettono quel senso di disorientamento e di solitudine dello scrittore che si avverte in molta letteratura australiana. Smarrito nell’immensità di uno spazio remoto e spesso indecifrabile, Pikelet ricerca il suo tempo perduto senza alcuna nostalgia, ma come mosso dall’urgenza impellente di capire e di capirsi. Il punto di vista dell’adulto e quello del ragazzo sono costantemente distanziati nel viaggio nella memoria che scatta poco dopo la fulminea e sconcertante scena d’apertura. Dopo un inutile corsa in autoambulanza, Pikelet si trova davanti il cadavere di un ragazzo sui diciassette anni morto per asfissia. La sua collega pensa subito a un caso di suicidio, ma lui sa che si tratta di una morte accidentale e il lettore ne capirà la causa molto più tardi , quando lui racconterà la sua pericolosa iniziazione al sesso. L’irrequietezza di Pikelet, appena undicenne, affonda le sue radici nell’immobilismo che arrugginisce e paralizza gli abitanti di Sawyer, una sperduta cittadina di taglialegna a est di Perth. Per la piccola comunità esistono soltanto la segheria e il fiume ma ben pochi si avventurano al suo estuario. I suoi genitori sono umili figli di immigrati che si accontentano di una vita semplice e laboriosa . Non sanno nuotare e temono il mare. Ma il ruggito del vicino oceano fa tremare le pareti della loro casa e rumoreggia in ogni pagina alternandosi alla rozza musicalità dei dialoghi tra i vari personaggi. Le battute non sono virgolettate e la voce del narratore si confonde con quella degli altri, conferendo un senso di coralità ad un racconto che si impone con prepotenza all’ascolto. La sua struttura è assolutamente lineare e segue l’ordine cronologico di tutte le tappe della formazione del giovane Pikelet: l’amicizia con Loonie, più grande e più scaltro di lui; le loro prime gare di apnea; l’incontro con Sando, un carismatico ex campione di surf che li incoraggia a sfidare onde sempre più alte; la competizione tra i due ragazzi e la loro conseguente separazione; la solitudine di Pikelet e il suo primo traumatico approccio al sesso tra le braccia della moglie del suo mentore. Ci sono insomma tutti gli elementi del romanzo di formazione, ma la corsa agli ostacoli del giovane Pickelet è tutt’altro che prevedibile e, soprattutto, è sostenuta da una suspence crescente che fa provare al lettore le stesse trepidazioni del protagonista. Tutti i personaggi, anche i silenziosi genitori di Pikelet, sono scolpiti a tutto tondo e con sottile acume psicologico, rivelando lentamente le sfaccettature della loro proteiforme personalità. Nel corso del romanzo, inoltre, si assiste all’impercettibile ma progressivo mutamento del punto di vista del narratore nei confronti dei suoi compagni d’avventura. Accomunati da un ossessivo desiderio di sfiorare la morte per esorcizzarne il terrore, Sando, sua moglie Eva (ex campionessa di sci), e Loonie perdono a poco a poco quella statura eroica che avevano assunto agli occhi del giovane Pikelet all’inizio .Come i personaggi di gran parte dei romanzi di Winton, da I cavalieri (2000) a Cloudstreet (2003) o Dirt music (2005) , essi vivono ai margini della società di cui non accettano le regole. In modi diversi, sono insoddisfatti di se stessi e cercano disperatamente un riscatto. La natura selvaggia e violenta è un gigantesco deuteragonista che gioca un ruolo essenziale nella narrativa di Winton che ha saputo plasmare il paesaggio dell’Australia occidentale con la stessa forza con cui Faulkner ha consacrato il Mississipi. Lo scenario naturale non è un semplice luogo bensì un’entità vivente che preme ai fianchi della civiltà dei moderni agglomerati urbani. Attraverso un uso sapiente della sinestesia, Winton ne fa percepire l’invadente fisicità. Il lettore riceve infatti la netta sensazione di immergersi nel folto dei boschi di eucalipto o di essere travolto da onde spumeggianti, di vedere, toccare e soprattutto ascoltare quel “mondo piatto e luminoso”, carico di misteri ancestrali. Le onde sono antagoniste vive e vibranti, che ruggiscono e tolgono il fiato a chi osa sfidarle. Rimbombano, brontolano, guizzano, si abbattono su se stesse, seguendo il ritmo del respiro della vita che alita in ogni pagina. Quel che sorprende è il potere del linguaggio di dar forma concreta a mutevoli scenari pur mantenendo una assoluta semplicità e schiettezza. La descrizione realistica è sempre densa di significati simbolici e le immagini dai contorni nitidi sono fortemente metaforiche. Eppure la scrittura non lascia mai trapelare alcuna pretesa letteraria. Nella rapida alternanza di scene di vita quotidiana e di incursioni nello straordinario, il racconto corre verso un bilancio finale in cui Pikelet viene a patti con i suoi fallimenti e con la sua vita ordinaria che trova una via d’uscita soltanto nelle sporadiche ma irrinunciabili scorribande tra le onde. La sua vita da adulto viene tratteggiata con mano veloce e sicura, anche se la tendenza di Pikelet di far risalire le sue difficoltà di relazione con le donne alla suo rapporto con Eva appare ingenua e alquanto scontata. Una nota stonata che tuttavia passa in secondo piano in un romanzo di straordinario impatto e profonda bellezza che non fa che confermare il vigore della scrittura di Tim Winton.
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