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Welsh Irvine - Una testa mozzata

RECENSIONI

 

Quando il Fife ritorna nell’accento di Welsh

IRWINE WELSH
Una testa mozzata
pp. 245, euro 15
Guanda, 2008

Susanna Battisti

L’ultimo romanzo breve di Irvine Welsh, Una testa mozzata, fa parte di una raccolta (la seconda, dopo The Acid House del 1994) ma è davvero un bene che in Italia non siano stati tradotti anche i racconti che lo accompagnano nella versione originale, intitolata If you liked School, you’ll love Work. L’esuberanza narrativa dello scrittore scozzese, caratterizzata come è da una prosa slegata, eccentrica e un po’ caciarona, appare infatti strozzata dai limiti imposti dalla forma della short story. Questi ultimi racconti, inoltre, lasciano intendere che la musa trasgressiva dell’autore di Trainspotting cominci a dare segni di stanchezza. Le voci narranti degli emarginati, alcolizzati e drogati di turno, questa volta parlano o uno slang californiano o un Cockney biascicato, ma entrambi i dialetti non riescono a dar forma a personaggi convincenti. Ben diverso è invece il caso di Una testa mozzata, ambientato nel Fife, terra di origine di Welsh e sua fonte di ispirazione privilegiata.
L’aspro idioma locale, infarcito di imprecazioni e motti coloriti sembra rinvigorire la prosa di Welsh che nel “regno del Fife”, per chiosare il titolo originale, ritrova lo smalto dei suoi romanzi migliori, delineando personaggi a tutto tondo e ricreando un mondo variegato e convincente, nonostante gli episodi grotteschi e surreali che ogni tanto movimentano la vuota routine di una comunità deprivata di tutto.
Il “re” della storia è Jason King, un fantino mancato e ora sottoccupato sui venticinque anni che divide il suo tempo tra tornei di subbuteo e frequenti bevute di “oro nero” in un pub di Cowedenbeath. Suoi “cortigiani” e “consiglieri” sono un manipolo di frequentatori assidui della Goth Tavern, tutti perdenti nati ma non per questo privi di un grossolano senso dello humor. Onanista indefesso, Jason sbava per due “principessine”della zona, le cavallerizze Laura Grant e Jenni Cahill. Entrambe lo disdegnano e Jenni sembra vivere soltanto in funzione del suo adorato Midnight, un esemplare un po’ malconcio che suo padre vorrebbe fare abbattere.
La storia ha tutte le caratteristiche di un avventura picaresca e di una romantica storia d’amore ed è raccontata alternativamente da Jason e Jenni che ne sono i protagonisti indiscussi. Il dialetto che parlano è più o meno lo stesso ma il loro eloquio è talmente differenziato da definirne a pieno i caratteri. La parlata di Jason è sostenuta da una sintassi sconnessa ed è colorita da un profluvio di esclamazioni gergali ripetute a mo’ di cantilena. Anche il lettore più affezionato a Welsh stenta ad entrare in sintonia con l’impervio rimuginare di Jason con se stesso.
In confronto, il racconto di Jenni sembra un’equazione matematica. Il monologo interiore di Jason procede invece per libere associazioni e rispecchia le sua difficoltà a darsi un’identità e un ruolo. Non che Jenni sia più equilibrata del ragazzo. Manifesta infatti un’iniziale tendenza al suicidio e si imbottisce di canzoni di Marylin Manson, ma forse l’agiatezza economica di cui gode, le permette di esprimere i suoi pensieri con maggiore sequenzialità. La povertà lessicale delle voci narranti non impedisce loro di tratteggiare in modo esauriente il contesto familiare e sociale dal quale decideranno di fuggire. Bastano pochi gesti della madre di Jenni a raccontare il fallimento del suo matrimonio, come bastano due o tre invettive del padre a far capire la sua grettezza morale. Non c’è ridondanza e ogni espressione, diretta o riportata, sembra essere decisiva per la definizione di una situazione o di uno stato d’animo.
Questo permette di comprimere in poco più di duecento pagine numerosi episodi e con essi altrettanti personaggi, definiti a pieno da pochi ma sicuri tratti. I vecchi operai comunisti, i disoccupati , i nuovi arricchiti del regno di Fife potrebbero ispirare un Ken Loach in vena comica ma le avventure in cui si imbattono i giovani fanno pensare a Il Grande Lebowsky dei fratelli Coen. Il grottesco che a tratti sfiora l’inverosimile, non minaccia mai la credibilità dei personaggi. Impossibile vedere Jenni e Jason dal di fuori anche perché confessano le loro bassezze, paure e fragilità con un’ ingenuità disarmante. Il loro amore un po’ improbabile cresce tra mille impacci ma, alla fine, si rivela autentico, in una perfetta fusione di comico e tragico. In questo e in altri sensi, essi hanno una marcia in più rispetto agli eroi trash della grande epopea welshiana. Le loro chiacchiere sgangherate inducono infatti il lettore a simpatizzare gradualmente con loro e alla fine ci si affeziona così tanto alle loro voci che dispiace lasciarli al loro destino.

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