VITO BRUNO L'amore alla fine
dell'amore pp. 186, euro 14 Elliot, 2010
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Giovanni Turi
Un romanzo d’amore, una riflessione personale, una lettera aperta alla società civile, ma anche alla sua ex moglie e a suo figlio: è tutto questo L’amore alla fine dell’amore (Elliot), l’ultima opera di Vito Bruno e forse la più intensa e struggente. Qui la finzione letteraria sembra soppiantata dalla realtà, da una ostinata autoanalisi; l’autore ripercorre le stagioni della sua vicenda coniugale sino alla sofferta separazione, sofferta non solo perché rappresenta la sconfitta di un progetto comune, ma anche e soprattutto perché comporta la perdita della quotidianità condivisa con suo figlio. Ripercorrere attraverso la scrittura un periodo così tormentato è servito a tacitare in parte l’inquietudine? Perché rendere pubblica una vicenda tanto personale? Scrivere mi è servito… per risparmiare i soldi dell’analista! Scherzo, non pensavo certo alla pubblicazione: volevo salvare il bello che c’è stato in questi ultimi anni senza farmi possedere dal rancore, dichiarare ancora il mio amore per colei che mi ha donato tanto, ma anche lasciare un messaggio d’amore per mio figlio. Il libro è anche un invito a riconsiderare il ruolo dei genitori nella società odierna, il nuovo rapporto tra mogli e mariti, tra padri e figli, rilevando così l’anacronismo di certi automatismi legislativi (per cui è sempre la madre a ottenere la custodia dei figli)… I padri sono cambiati: prima a loro spettava essere severi, intransigenti, per trasmettere dei valori; mentre le madri donavano l’affetto. Ora i ruoli non sono più così definiti, anche se non tutti lo vogliono riconoscere. Questo libro è anche la ricerca di un dialogo, il tentativo di accettare il tempo presente e riconoscerne i mutamenti. Alla donna, che per secoli è stata il soggetto “debole” nella nostra società, si concede ancora oggi un vantaggio nelle pratiche di divorzio, spesso giustificato, ma alcune volte no. Oltre che come uomo e come genitore, in queste pagine parli di te come autore; ripercorri la gestazione del romanzo Il ragazzo che credeva in Dio (Fazi), narri le grandi aspettative che nutrivi, riferisci la maniera quasi ossessiva con cui controllavi le copie vendute in libreria. Qual è il tuo rapporto con le precedenti opere? Amo tutti i miei libri e non avrei potuto rinunciare a scrivere nessuno di essi, rappresentano un investimento che trova la giustificazione nel loro stesso realizzarsi; ma come tutti spero di ottenere prima o poi quei riconoscimenti che credo di meritare… Ci viene detto che questo testo è il frutto di alcuni appunti trascritti in una notte d’estate, di una risma di fogli disordinati; eppure stilisticamente sembrerebbe la tua opera più compiuta e matura, poiché le ragioni del cuore trovano un’espressione emozionante ed emozionata. Il segreto è forse nell’intensità delle sensazioni da cui è scaturita la scrittura? Oppure, oltre al lavoro editoriale, c’è stata una tua accorta rielaborazione? Ho scritto con rabbia e amore per cercare di ritrovare il senso di quello che stavo vivendo. Ad aiutarmi nella stesura materiale del testo è stato anche l’esercizio della scrittura che ho praticato negli anni quasi quotidianamente. In certe occasioni, come quest’ultima, scrivo molto rapidamente, quasi fosse un gesto involontario, una pulsione essenziale. Ho un’idea etica della letteratura, che deve essere onesta, rappresentare la realtà ed essere il meno possibile artefatta. Nei tuoi scritti è sempre presente la Puglia vista e vissuta concretamente, descritta nella sua essenza rurale (come in Mare e mare) o nelle sue problematiche attuali (come nel Ragazzo che credeva in Dio); qui invece la Puglia è soprattutto un luogo dell’anima. Ora che vivi da tempo a Roma, cosa rappresenta per te il “tacco dello stivale”? Chi scrive, anche quando si nasconde, non può che parlare di sé. Il mio immaginario, poi, si è formato in Puglia, e nonostante l’abbia lasciata ormai da diversi anni, non riesco che a parlare dei suoi luoghi e delle persone che vi abitano.
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