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Villari Lucio - Bella e perduta

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Si può invertire il corso delle cose?

LUCIO VILLARI
Bella e perduta
pp. 346, euro18,00
Laterza 2009

Alfio Siracusano

Se la storia è sempre storia contemporanea, come diceva Benedetto Croce, contemporanea non può non essere, a maggior ragione, la lettura di un libro di storia. Figuriamoci una sua recensione. Nel senso che il giudizio che ci si accinge a motivare non può prescindere dal momento in cui viene formulato (momento storico, politico) né può esimersi dal fare gran conto di come i fatti analizzati nel libro di cui si parla sottendano i fatti del momento in cui di essi si parla. Allora la lettura diventa dialogo, confronto: del lettore/recensore con l'autore, e sulla misura di ktéma, di possesso/guadagno intellettuale, che il libro procura. Magari non per sempre, ès aéi, come pensava Tucidide, ma certo per il nostro tempo: per capirlo, e dunque decidere se la strada è segnata e nulla più possono fare gli uomini per invertire un certo corso delle cose, o se ancora qualche speranza ci sorregge di un mondo migliore. Che è poi il motivo per cui si diceva, mentre ci accingiamo a parlare di bella e perduta di Lucio Villari (Laterza 2009, pag. 346, € 18,00 ), che la sua lettura sarà inevitabilmente contemporanea. Com'è stata la sua scrittura.
Perché Villari, raccontando la storia del nostro Risorgimento (dagli anni di Napoleone in cui balenò la prima idea d'Italia, fino alla breccia di Porta Pia in cui il percorso sembrò concludersi) introduce un soffio di aria fresca nel grigiore plumbeo di questi giorni, i nostri, in cui il senso del passato sembra essersi smarrito, e un cataclisma culturale sembra avere investito l'insieme dei valori di questo paese. Come se di colpo un'invasione barbarica (espressione non a caso di moda nel parco giochi televisivo) avesse spazzato via quasi tutte le certezze culturali su cui l'homo italicus aveva ri-costruito la sua fisionomia complessiva dopo il disastro immane del fascismo e della guerra con l'appendice lacerante che fu la resistenza. Nella quale, comunque la si voglia intendere, italiani combatterono contro italiani, e di nuovo tornò a riecheggiare la raggelante novella del manzoniano Conte di Carmagnola: I fratelli hanno ucciso i fratelli, / questa orrenda novella vi do. Che voleva dire aver corso il pericolo di un ritorno all'indietro che poteva azzerare cento anni di storia e ripiombare l'Italia nel suo passato di frantumazione. Che è progetto politico, oggi, di un partito che governa.
Fu cosa straordinaria, allora, avere riscoperto e ritrovato, tra le macerie ancora fumanti delle città distrutte, la dimensione primariamente etica del risorgimento, e averci fondato sopra la Costituzione della repubblica, saldandoci dentro il senso della religione laica di Mazzini con l'austero rigore liberale di Cavour, coniugati al vigile rispetto della sovranità popolare individuato in ciò che più connota il popolo non retoricamente inteso, e cioè il lavoro. Che è poi la sua più autentica libertà. Ed era il segno, nella sua centralità che poi sarebbe stata difesa giorno dopo giorno, della necessità che esso, il popolo, fosse ancora protagonista come lo era stato nello spirito dei mille di Garibaldi. Il popolo lavoratore che fece il Risorgimento, come dimostrano gli elenchi dei morti delle Cinque giornate o del Quarantotto napoletano o degli stessi Mille. Fitte di artigiani e di uomini di varie professioni. Come il libro di Villari opportunamente documenta.
Si volle dire, allora, che le radici civili del nostro stato, e dunque la sua cultura più autentica, erano proprio nel Risorgimento. E che se era lecito datarle anche più indietro, per esempio nella nostra cultura pregressa - Dante, Machiavelli - ciò poteva farsi solo partendo dalla lettura che di questa cultura avevano fatto gli uomini del Risorgimento: Foscolo, Leopardi, Manzoni, Mazzini, Cattaneo, De Sanctis, Settembrini, e con loro i tanti che avevano, con le parole o con la musica o con la pittura, accompagnato la vicenda esaltante di un popolo che si era svegliato da un torpore di secoli e saputo inseguire un sogno. Che era una grande opera di modernizzazione, prima di essere un atto di amore totale per la patria bella e perduta. Facendosi anche maestro, mentre migliaia di giovani vite si immolavano per quel sogno, di altissima dignità civile all'Europa del suo tempo, fatta di fratelli oppressi che si sollevavano anch'essi (in Grecia, in Ungheria, in Polonia) e di aguzzini oppressori che dovunque perpetuavano il loro tristo mestiere. Quando ogni patria oppressa era non meno dell'Italia bella e perduta, come recitano i versi del Va' pensiero, e come sempre è stato.
Fa bene all'anima, in tempi che si intristiscono di un nuovo razzismo fatto di puro egoismo, e mentre si torna ad irridere ai sussulti ideali come a cose non compatibili col nuovo pragmatismo del denaro che apre tutte le porte e chiude tutte le coscienze, a misura che le cronache si riempiono delle gesta degli innumerevoli nuovi nipotini di Rameau, rileggere i versi con cui tanti giovani di allora, come furono i Pisacane o i Bandiera o i Mameli, testimoniarono la purezza dei loro ideali e morirono per essi, o tornare a certi pensieri di Mazzini (Io amo la mia patria perché amo tutte le patrie) o ripensare, senza sentirci nessuna retorica, alla cara Italia cui Manzoni poteva dire, nell'ode "Marzo 1821" dedicata al poeta tedesco Koerner, che dove ha lacrime un'alta sventura / non c'è cor che non batta per te. Giovani: Un'altra cosa su cui questo libro insiste è il fatto che furono soprattutto i giovani, in quegli anni, ad assumersi il ruolo di protagonisti. A scommettere e a scommettersi sul futuro dell'Italia.
Diremo dunque di questo libro, peraltro scritto come un romanzo che si legge appassionatamente, che può anche essere che la sua ricostruzione storica non rivoluzionerà la percezione consolidata del Risorgimento, quella almeno fissata nella linea liberal-democratica che si muove nelle coordinate di De Sanctis Gobetti Gramsci Chabod Romeo Spini, solo per indicare percorsi che si integrano perfettamente tra di loro. E che, rispettosi del rigore scientifico, hanno saputo fare a meno della retorica distinguendo bene il grano dal loglio. Per esempio la necessità di uscire dalla condanna clericale, che non poteva non approdare all'oscurantismo del Sillabo, senza per questo muoversi nel senso del becero anticlericalismo. Quanto ci fu di promessa autentica e di speranza sincera, in quei fatti, e quanto di delusione probabilmente inevitabile. Né aggiungono granché certi aggiornamenti dovuti a documenti di recente pubblicazione. Il suo pregio fondamentale è invece nella ricostruzione di una dimensione valoriale culturalmente autentica di quei fatti, che fa piazza pulita vuoi di uno snobistico rilassamento verso certi contenuti che avevano quasi perduto, per una sorta di usura del tempo ma anche per strumentalizzazione retorica, il valore fondativi, di mito di appartenenza (la patria, la bandiera, la libertà, la democrazia); vuoi del disastro intellettuale degli ultimi anni, in cui la nostra storia ha finito con l'essere quasi fagocitata da una cultura dell'incultura. Peraltro volgarmente ostentata, dentro una logica che abbuia il passato facendone un'indistinta notte di vacche nere.

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