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Vasile Turi In Sicilia per mare e per finta

RACCONTI

Turi Vasile
In Sicilia per mare e per finta

Ho pensato di andare in Sicilia per nave! - mi annuncia. - Bell’idea! - e mentalmente non posso fare a meno di pensare «beato lui». Era festa grande per me e soprattutto per i bambini andare in Sicilia per mare. Ho perciò inseguito col pensiero il viaggio del mio fortunato amico. Ecco, egli è già sull’autostrada per Napoli; il caldo è soffocante ma penso che anche lui avrà preferito viaggiare con tutti i finestrini aperti invece di accendere l’aria condizionata che secca la gola. Quando la macchina si mette a ballonzolare sul selciato mia moglie dice: - Siamo a Napoli! - e tutti ci mettiamo a ridere.
La nave-traghetto aspetta attraccata al molo detto, se non sbaglio, Beverello. È l’ora del crepuscolo; c’è tutto il tempo per stipare la macchina a bordo. Si preferisce così perché c’è più spazio per la manovra e anche per consentire ai ragazzi di sciamare sulla nave prima possibile. L’euforia li possiede; la curiosità li
sfrena. Ispezionano tutto: i ponti, i corridoi, le scale mobili e non; particolare attenzione dedicano, chissà perché, agli sciacquoni dei cessi. Sostano al bar il tempo per tracannare una coca-cola o una sprite e salgono sul ponte per non perdersi, avvertiti dai genitori, lo spettacolo della luce del cielo che si spegne e delle luci del porto che si accendono.
Segue, se ben ricordo, l’ispezione delle cabine ora che gli inservienti le hanno messe a disposizione. Ai ragazzi pare tutto insolito, tutto bello e intanto litigano sul posto dove dormire. Tacito è invece l’accordo tra moglie e marito: lei nella cuccetta superiore con la scusa speciosa di essere più leggera e lui sotto. Per la verità sale nel minuscolo spazio un po’ di tanfo; ma tua moglie, come la mia allora, sta provvedendo ad aprire l’oblò, essendo il mare calmissimo, e quando la nave sarà in movimento provvederà a rinfrescare la cabina ora quasi rovente.
Provo un sottile piacere nel rievocare la cose che suppongo stia facendo la famiglia del mio amico; la sua idea di andare in Sicilia per nave, che non potrò più permettermi per motivi di salute, mi pare anche più felice di quella volta che, potendo, la ebbi io. Sono certo che, come capitò a me allora, si sia lasciato contagiare dall’euforia che ormai dilaga nei suoi ragazzi; anche lui non perde d’occhio i marinai che mollano gli ormeggi, la nave che lentamente si stacca da terra e qualche insopprimibile fazzoletto sventolato sul molo da un congiunto che considera il mare una separazione con difficoltà di ritorno.
Il gong annuncia che il pranzo è servito. Ai ragazzi non par vero precipitarsi in quel ristorante dalle strutture tremanti, in altre occasioni fastidiose, e prendere posto davanti alle tavole imbandite con l’entusiasmo di chi non è mai andato a mangiare fuori casa e forse non è vero. Tutto sembra loro squisito: la pastasciutta scotta e illanguidita; lo sgombro surgelato con le patate. Sembra che non abbiano mai mangiato di meglio; e dalla voracità che rivelano sembra che a casa loro si muoia di fame.
Dopo la frutta, appena un’occhiata al mare aperto anche se non c’è nulla da vedere, tranne il bagliore che annuncia la luna piena di là da venire e le fioche luci della costa sempre più lontana. - E ora a letto. Ché domani dovremo svegliarci presto per ammirare Strombolicchio emergente dalle acque come un obelisco abbandonato. Sordi ai richiami i ragazzi si sfrenano a lanciarsi in faccia i cuscini; alla fine si calmano e noi prima di ritirarci nella nostra cabina saliamo sul ponte a dare un ultimo sguardo. A prua è
solo una coppietta; si stanno baciando; né li distrae la grande strada di argento che la luna salendo ha aperta sul mare. Un po’assurdamente a noi pare di essere indiscreti e ci ritiriamo.
Lei sulla cuccetta superiore, io in quella inferiore. Mi sono appena assopito che Silvana mi piove dal cielo. Mi abbraccia forte forte, fortissimo. Dice: - Lassù mi pare che manchi l’aria.
All’improvviso si mette a piangere. - Non dobbiamo lasciarci mai! Mai! Io allora non compresi il presagio nascosto in quelle parole che anzi mi parvero insensate.
Solo ora esse hanno assunto il presentimento di ciò che sarebbe accaduto. Confuso mi limitai a carezzarle la faccia per asciugare le lacrime; poi guancia contro guancia, sdraiati sulla cuccetta superiore ci incantammo a guardare la luna in corsa sulle onde del mare. Qualche giorno dopo telefonai al mio amico per curiosità.
- Come è andata?!
Con mia grande sorpresa mi rispose di malumore, quasi sgarbatamente.
- Lasciami perdere! - disse - Finiu a schifiu come dite voi.
E mi raccontò che quella sera la nave-traghetto non era partita per le condizioni proibitive del mare. Per rimediare la ditta aveva messo a disposizione per i più ostinati un paio di pullman racimolati all’istante, vecchi, scomodi e privi di servizi igienici. Il viaggio sull’autostrada detta immeritatamente del Sole era stato disastroso;
per di più in Sicilia avevano avuto tre giorni di pioggia e avevano dovuto annullare quasi tutte le gite nei luoghi archeologici.
- Ti dirò - concluse con tono beffardo - che più piacevole è stato il ritorno: in aereo. Anche se più costoso perché ho dovuto recuperare la macchina spedendola in treno. E sai che ti dico?
La tua Sicilia non mi vedrà arrivare per nave fosse pure un transatlantico di lusso, ne per ponte se mai lo faranno. Preferirò godermela in televisione per non mancarle di rispetto! Non osai interromperlo per non provocare la sua invidia che all’inizio era stata mia. Avrei dovuto confessargli che il meraviglioso viaggio progettato da lui, in realtà, l’avevo fatto io.

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