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Turbina Nika - Sono pesi queste mie poesie

RECENSIONI

 

La poetessa bambina senza età

NIKA TURBINA
Sono pesi queste
mie poesie

pp. 35, euro 4
Via del Vento, 2008

Elena Frontaloni

Federico Federici sceglie e traduce per Via del Vento alcune poesie di Nika Turbina: nata a Yalta nel 1974, caso letterario del 1985, pupilla di Evgenij Evtušenko, performer appassionata e un po’ smorfiosa dei propri versi, morta nel 2002, dopo un periodo di smarrimento esistenziale e un volo dal quinto piano della sua casa di Mosca.
Tragica e segreta, ingombra di mistificazioni e automistificazioni, la vita di questa poetessa bambina. E parimenti splendidi, senza età, i suoi versi. Al proposito, la scelta di Federici è ben direzionata. Prende gli attimi migliori di un corpus breve, ma fatto di testi quasi sempre esemplari, e insieme suggerisce le evoluzioni della piccola storia poetica della Turbina: dalle righe degli anni Ottanta, che tagliano e battono i piedi («Pioggia, notte, una finestra infranta. / E le schegge al vetro puntano nell’aria, / come foglie che non stacca il vento», 1981), a quelle scritte dopo il 1990, tanto più mobili e leziose, dominate da un andamento quasi narrativo, come il guizzo agrodolce che chiude il volume («Scricchiola qualcosa in questo mondo finto. La vita scola rapida nei tubi. / … Come un rivoletto d’acqua, esagerando, cade dal balcone vanta d’aver fatto lui da testimone / alla storia della “Creazione”… / Uno, di passaggio, dà una mano: / giunto a caso ha letto versi dedicati a me. […] Ho rimescolato anch’io / la vita lungo i tubi, / affrettandomi in un rivoletto d’acqua»).
Le fedeltà fanno comunque premio sull’evoluzione. Dentro ogni verso brilla difatti il dolore possibile dell’abbandono insieme a quello, certo, della prigionia; l’identificazione dello scrivere parole con l’esistere per gli altri, letale connubio e insieme «gabbia graziosa» dell’io lirico fatto uccellino ([Com’è duro ora], 1983). Meravigliosa, inquietante la poesia dedicata a Evtušenko («Voi – la guida / io – un vecchio cieco. / Voi – il controllore, / io – non ho il biglietto. / E la mia domanda / non ha risposta. / E calpestati in terra / i resti degli amici. / Voi – una voce umana. / Io – un verso che si scorda», 1983). Decisivo il sistema leggerezza-peso, volo-schianto che s’insinua in ogni pagina, fino a decidere l’organizzazione, sempre in levare e sempre azzoppata, del verso: «Sono pesi queste mie poesie, / pietre spinte lungo una salita. / Le porterò stremata / allo strapiombo» (1981); o ancora: «farò scudo con la mia spalla / al peso del giorno, vi lascerò l’usignolo. / Vi lascerò la notte solo, / che altro posso in vostro aiuto? Se lo volete, vi consegno il cuore: / e che sia diviso in due dalla sorte. / E morirà prima dell’alba / il tempo anche, ma l’usignolo vi è sfuggito in sogno» (1983).
Il sospetto di un cortocircuito tra rappresentazione del sé e futura autorappresentazione, tra scrittura e destino si fa in qualche caso più che lecito. Ma il cortocircuito è una scelta, se la finzione della pagina precede la vicenda esistenziale. E sulla pagina, appunto, risulta aggredito e interiorizzato il doppio («staccherò lo specchio, / l’ho infranto io. / È proprio in me che resta il suo riflesso», Sosia, 1983); si mente a chi legge per consegnargli «il segreto / di ciò che io sola conosco» (Vi ho teso l’inganno, 1983); si chiede soccorso alla natura per riconoscerla infine carta accesa, sanguinante («rime tagliate / frasi tagliate, / alberi tagliati: / hanno abbattuto il bosco. […] Non lasciatevi più scrivere, / versi, o imprimetevi nel cielo. / Di sangue è rosso / il foglio che ho davanti», 1983).
Tutta cose e insieme tutta metafore, dunque, questa poesia: dove l’io s’infonde e confonde ai più disparati oggetti. Lasciando infine al lettore il presentimento di aver frainteso. Di non trovarsi davanti al grumo di sofferenza inerme che pure traluce da questi versi, ma piuttosto dentro la recita di un delizioso istrione. Un Prometeo né triste, né felice, che lo strega, lo incatena alla rupe al posto suo; poi si fa minuscolo, e si dilegua in tutta fretta: «Io sono una bambola rotta. / Si sono scordati di mettermi / un cuore nel petto. / E al buio, in un angolo, inutile, / abbandonata. / E come una bambola rotta / al mattino ho ascoltato / i bisbigli di un sogno: “dormi, tesoro, dormi / e voleranno gli anni / e al tuo risveglio / di nuovo vorranno / prenderti in braccio, / cullarti per gioco, / e troverà il suo battito / il cuore”. È solo tremendo aspettare».

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