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Tim Willocks - Il fine ultimo della creazione

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Il male è peccato che merita punizione

TIM WILLOCKS
Il fine ultimo della
creazione

pagg. 464, euro 18,50
Cairoeditore 2010

Alfio Siracusano

Lo strano titolo della versione italiana di questo angosciante romanzo di Tim Willocks, che nella sua prima edizione del 1994 suonava Green River Rising, deriva da una pagina della Critica del giudizio di Immanuel Kant, in un punto in cui il grande teorico della ragione illuministica accende i suoi riflettori sulla condizione reale dell’uomo nel suo rapporto con la realtà immanente della natura e degli altri uomini. Quale che sia stata la moralità dei singoli, dice il filosofo, essi “rimangono sottoposti a tutti i mali finché un vasto sepolcro li inghiotte tutti insieme (onesti e disonesti, non importa) e li rigetta, essi che si erano creduti il fine ultimo della creazione, nell’abisso del cieco caos della materia da cui erano usciti”. Che sono parole terribili anche se realistiche, e prefigurano un universo senza dei né vindici né protettori, dove la materia uomo si trova costretta alla condizione drammatica dell’avvoltolarsi comunque nel suo fango di istinti, a volta a volta repressi o crudamente soddisfatti. Senz’altra regola che la bruta forza sopraffattrice, solo in parte mitigata per quei pochi cui la sorte o una chimica misteriosa del loro essere consente, kantianamente, di guardare al cielo stellato sopra di sé.
Cosa che tocca a pochissimi, in questo libro che racconta un immenso carnaio di violenza, vissuto nel segno della bruta follia. Il luogo dei fatti è il carcere di massima sicurezza Green River, Texas, e il tema è l’esplosione improvvisa di una ribellione di ferocia belluina, nel corso della quale si scatenano tutti gli istinti immaginabili nel fondo oscuro dell’umana natura. Willocks attinge a piene mani alla sua esperienza di psichiatra esperto in medicina delle tossicodipendenze, scorrazzando dentro una miriade di patologie deviate che si incarnano in personaggi di ogni specie, rappresentanti ciascuno di una variabile della violenza intesa come reazione ad altra violenza, complicata per di più dall’istinto razzistico di bianchi contro neri contro ispanici e viceversa, dall’odio contro il diverso da sé, dalla condizione di degrado fisico, morale, intellettuale cui è condannata un’umanità di duemila cinquecento uomini segregati dal mondo in un luogo fetido, reietti, espunti da ogni commercio col resto della vita. E perciò costretti, dalla lucida follia del direttore del carcere (che non a caso si chiama Hobbes e ha provocato la rivolta), a crearsi loro un loro ordine, che è poi la sublimazione del disordine indotto dalla violenza dei forti che senza freno prevaricano sui deboli, in una sorta di giungla infernale che non risparmia nessuno. Salta subito agli occhi che Green River è la metafora del mondo d’oggi, come lo vede uno che si fa poche o nessuna illusione.
L’immaginario di Willocks è sterminato nella raffigurazione del degrado: stupri, ammazzamenti, gole tagliate, braccia troncate, evirazioni, corpi bruciati, masturbazioni frenetiche, merda, piscio. C’è tutto in questa sorta di inferno dantesco non confortato dalla luce di nessun Virgilio, chiuso nella morsa di una condanna che affonda nella logica di un inganno sancito
ab aeterno. Dove non solo l’uomo è dannato in quanto tale, prima che in quanto carcerato, ma anche chi riesce, forse, a vedere un po’ di luce su di sé (il medico Klein, Devlin, unica donna del racconto, ma anche qualche altra figura, Abbott o Coley), si porta appresso il peso di una sconfitta o il rimorso di una colpa non rimediabile, quando non l’incongruenza di una scelta “umana” che contrasta con la logica dei luoghi. Che non offrono spazio all’umano della solidarietà, costantemente insidiato dal belluino “fatevi i cazzi vostri” che è regola scritta e naturalmente accettata di quell’inferno dichiarato.
Si respira aria di Bosch nell’ampio affresco di violenze che Willocks scarica addosso al lettore, aiutato, in questa versione italiana, dalla bellissima traduzione di Katia Bagnoli. Che ha reso assai bene la dimensione in certo senso epica del racconto. Lo scenario dei fatti è, come in Dante, “d’ogni luce muto”, e solo nelle ultime pagine qualcuno esce da quell’imbuto “a riveder le stelle”. Che qui è l’alba di un mattino. Il male, in questo inferno dei vivi raccontato, non sappiamo quanto casualmente, in trentaquattro stazioni quanti sono i canti dell’Inferno dantesco, è la sola realtà concepibile, ed è visto come peccato cui non può non corrispondere altro che una punizione feroce, riducendosi dunque a questo la razionalità che presiedeva comunque al contrappasso del divin poeta. Il Dio lontano di Dante non ha cittadinanza nella città degli uomini di Willocks. Alla fine, nell’epilogo, alcuni che scamparono al massacro si aggirano malinconici tra gli altri loro simili, ma il senso delle pagine vi è ancora rassegnato, dice che altrove continua a infuriare il dolore, anche se l’autore racconta che la prigione di Green River fu poi chiusa. Non c’è Purgatorio e non c’è Paradiso. La storia, per Willocks, finisce con la fine della rivolta. In attesa della prossima.

Il libro

Green River è una prigione di massima sicurezza del Texas, governata con pugno di ferro dal direttore Hobbes. A un certo punto costui esaspera le misure repressive scatenando una rivolta violentissima, durante la quale i detenuti danno sfogo ai loro istinti peggiori: razzismo, droga, violenza, stupri. Un quadro fosco dell’abiezione umana. L’edizione inglese del libro uscì nel 1994 col titolo
Green River Rising.

L’autore
Tim Willocks è nato a Stalybridge, Cheshire, Inghilterra. Psichiatra esperto in medicina delle tossicodipendenze, produttore e sceneggiatore cinematografico, possiede una sorprendente vocazione letteraria che lo ha portato a scrivere diversi libri, oltre a questo:
Bad City Blues (1991), Bloodstained Kings (1996), Swept from the Sea (1997), Amy Foster (1998), The Religion (2006), Twelve Children of Paris (2010). Bad City Blues e The Religion sono stati tradotti in italiano e pubblicati da Cairoeditori.

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