TAHAR BEN JELLOUN
Partire
Trad. Anna Maria Lorusso pp. 268, euro 17 Bompiani, 2007
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Sergio Buonadonna
Il fondo del tè alla menta diventa nero nelle lunghe ore trascorse a sorseggiare e ad aspettare… sul lungomare di Tangeri. È in quell’ozio senza tempo che Azel, vent’anni e una laurea, insegue il sogno di una vita migliore. Di là dal mare, nelle serate in cui la calura e l’umidità hanno ceduto il passo alla frescura e al cielo limpido, s’intravedono le luci della costa spagnola, fiammelle di libertà, di benessere, lavoro, speranza. Ma tutto ciò ha un costo che per Azel non sarà quello di pagare lo scafista, di aver tradito la propria famiglia, la città, il suo Paese, di lasciarsi alle spalle attese e sentimenti ma di dover cedere il suo corpo, di dover accettare il ricatto sessuale del suo protettore spagnolo. Miguel gli darà lavoro, gli promette fortuna, ma è anche innamorato di lui. Lo vuole, nasce un rapporto omosessuale, come dire unilaterale. Un prezzo particolare, speciale, ma comunque un prezzo come un altro che l’immigrato, il clandestino è costretto a pagare alla ricerca di una felicità che quasi sempre non arriverà, anzi si scontrerà con la selettività dell’Europa ricca, con la violenza degli uomini, la discriminazione, la separatezza, la «reclusione» nei quartieri ghetto delle metropoli. Quando va bene. Partire è il titolo del nuovo romanzo di Tahar ben Jelloun che lo scrittore marocchino-francese ha presentato il 10 maggio scorso ai Grandi Incontri Internazionali di Sanremo e poi alla Fiera del Libro di Torino. Un ritorno al romanzo, e alla grande per l’autore francofono tra i più celebri al mondo. Ben Jelloun vi ha affrontato una prova ardua perché quest’opera riassume in fondo tutto il lavoro che l’autore di Amicizia, de L’albergo dei poveri, di Amori stregati ma soprattutto de Il razzismo spiegato a mia figlia ha fatto da quando ventisettenne professore di filosofia lasciò il Marocco che stava arabizzando l’istruzione per la Francia ai cui studi era già educato. Dunque se non un esule, Ben Jelloun scrittore, saggista, giornalista, poeta, opinionista politico, è però un osservatore di uomini e di politiche sempre innamorato delle sue radici tanto da offrire credito al nuovo Marocco di Mohammed VI nella speranza che non tutto il mondo islamico si consegni ciecamente all’islamismo. Speranza come quella dei suoi personaggi che appunto di-sperati non sono mai, ma traditi quasi sempre. Lo abbiamo intervistato. Ben Jelloun, la critica francese ha amato molto questo suo romanzo che è uscito in Italia e in Germania con una magnifica copertina, un’immagine struggente: una battello (una carretta del mare) a metà tra la costa di Tangeri che si vede avvolta nella nebbia e quella spagnola imminente. Il tutto avvolto in colori sfumati, in un azzurrino plumbeo e lontano. Una copertina che già da sola annuncia ed evoca il titolo, Partire. In Francia invece - come sempre i libri di Gallimard - la copertina è sobria, neutra, quasi incolore, senza immagine. Dunque se un romanzo ha successo è perché l’autore ha colto nel segno. Lei come se lo spiega?
Non so, può darsi che sia così. Penso che sia un romanzo della maturità e che la critica sia stata abbastanza obiettiva. Bernard Pivot con, cui ho fatto tante trasmissioni in tivù, mi ha detto che si aspettava un grande libro da me. Spero di averlo accontentato (non solo lui naturalmente) e dunque può darsi che sia arrivato quello che si dice il libro della maturità. Partire racconta una situazione aspra, forte, che improvvisamente entra in gioco, che non è solo quella dell’esilio, della scelta cruciale che Azel il protagonista fa abbandonando il proprio paese, ma anche quella di dover cedere un pezzo di sé concedendo il suo corpo al mercante gay che gli permette di espatriare.
L’omosessualità è un rivelatore nel senso che il libro non è sull’omosessualità, ma l’ho utilizzata per rivelare l’identità sessuale. È uno stato di dilemma nel senso che Azel non è omosessuale ma accetta di stringere un patto con Miguel il quale invece lo è. Da qui nasce il dramma. Nel senso che il problema non è l’omosessualità, ma il fatto che la propria sessualità venga sviata; e secondo me non si può cambiare sessualità come cambiare la camicia ogni giorno. La sessualità esprime la profondità dell’animo umano, non ci si può divertire a passare da una sessualità all’altra come se niente fosse. Azel è costretto a questo dalla necessità. Partire è il titolo francese, ma ha lo stesso significato nelle altre lingue in cui il romanzo è stato tradotto? La sua essenza è stata rispettata?
Molti traduttori mi hanno fatto questa domanda, credo perché la lingua francese tollera più polisemie per i suoi verbi. Sicché il verbo partire assume sensi distinti perché a sua volta ha avuto approdi differenti prima di adottare la forma semplice con cui lo conosciamo oggi. Il verbo può anche significare andarsene come morire, provenire da qualche cosa, passare dall’immobilità al movimento o essere istradato verso una destinazione. Io comprendo l’imbarazzo dei traduttori che sentono l’obbligo della precisione, dell’attendibilità del testo. Dunque la traduzione, a cominciare già dal titolo, è un esercizio difficile. In tedesco il titolo è “Verlassen” che significa sia partire che abbandonare. Spagnoli e italiani lo hanno tradotto letteralmente. Ma qual è il nodo di fondo?
Comprendere perché le persone decidono, un giorno, di partire. Coloro che lasciano l’Africa per l’Europa hanno una loro immagine di questo continente. Vanno verso la società francese caratterizzata dal suo immobilismo che non è - mettiamo - rifiuto delle religioni ma rispetto delle religioni, senza sapere sempre che c’è un punto d’arrivo provvisorio di antiche lotte che hanno prodotto regole di convivenza che noi in Europa viviamo entro una cornice e che tutto sommato sono buone anche quando si devono accordare con la disoccupazione e la precarietà. In Francia qualcuno le ha chiesto polemicamente perché non intitolare il suo romanzo “Restare”. Che cosa risponde?
Il messaggio del mio romanzo è chiaro: partire non è mai la soluzione. Io ho sollevato il problema delle condizioni sociali in seguito alle quali i giovani e anche i meno giovani rischiano la vita pur di raggiungere l’Europa. Con questo ho sostenuto anche il tema della necessità della cooperazione con i Paesi del Sud perché siano create in patria le condizioni per il lavoro. Tutto ciò deve essere negoziato nel rispetto della dignità della persona e non umiliandola. Se fosse per me, l’immigrazione dovrebbe fermarsi oggi, i Paesi europei dovrebbero investire in Africa e smetterla di negare gli aiuti necessari. Penso che partendo da una politica siffatta si possa combattere questa piaga. Il costo dell’immigrazione clandestina che avviene nelle condizioni tragiche che conosciamo è altissimo e alimenta solo la mafia. Tuttavia chi emigra cerca la strada più sbrigativa che il più delle volte è quella della clandestinità.
Che infatti non è un piacere. Io perlomeno non conosco persone che la pensino così. Partire da casa propria non è mai fare un viaggio di piacere.Perdere il contatto con il proprio Paese, con la propria società non è indice di promozione sociale. Certo, l’immigrazione in Europa ha reso dei servizi enormi alle famiglie povere rimaste nei Paesi d’origine grazie alle rimesse dei fuorusciti, ma l’ideale sarebbe sviluppare le economie nella libertà e non costringerle al bisogno come avviene per milioni e milioni di persone. Attualmente ci sono migliaia di giovani in Francia che ritengono sia più importante e conveniente investire il loro futuro in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, il che non ha niente a che vedere con l’emigrazione della miseria, ma molto con i processi culturali d’integrazione globale. In una sua opera precedente,Aocchi bassi, lei affronta il tema dell’adattamento dei bambini nella società in cui vengono catapultati e lo fa raccontando la vicenda M’-Zouda, pastorella berbera che lascia presto il Marocco e che l’impatto con Parigi costringe ad un rapido adattamento fino alla presa di coscienza e all’emancipazione piena. Avent’anni M’Zouda è una ragazza orgogliosa di sé che non andrà più «ad occhi bassi». Metafora a parte quale biografia personale ha portato nella sua intera opera? Lo scrittore porta sempre con sé un tratto autobiografico, ma direi che non è questo il caso. Io ho voluto soffermare lo sguardo su una bambina che viene dalla povertà di un villaggio marocchino, una bambina senza niente che arriva a Parigi. Come si ricreerà il suo tempo, la sua formazione, la sua cultura? Che cosa apprenderà dalla vita? Insomma ne ho fatto un po’ una metafora della volontà per dire che nulla è regalato e che istintivamente la bambina comprenderà che per esistere e salvare la pelle dovrà fare i conti con una realtà durissima, ma a vent’anni sarà forte. Oggi sono sempre meno i giovani che arrivano con i loro genitori, dunque privi perfino di questa possibile rete protettiva. E - come vediamo - lo scontro con la società ricca è immediato e più drammatico. Questo anche perché chi arriva bambino giunge senza ricordo, chi è già ragazzo i ricordi ed il passato se li porta appresso. Dunque la necessità di partire dalla repressione, dalla povertà, dalla discriminazione coltivando nel cuore almeno e solo la speranza. Questo è vero ma va considerato che la storia è ambientata negli anni Novanta, alla fine del Regno di Hassan II quando il Marocco si rende conto che vi sono promesse economiche non realizzate, che la realtà non era quella che gli era stata fatta immaginare dal sovrano. I giovani sono in preda ala disperazione; il Paese è corrotto, lo Stato poliziesco, la situazione generale è drammatica. È molto importante precisare che il contesto in cui è ambientato il romanzo sono gli anni ’90, quindi assolutamente molto diversi dal Marocco di oggi. Mohammed VI, successore di Hassan II, ha effettivamente liberalizzato l’economia e soddisfatto delle domande del Paese?
Mohammed VI ha ereditato dal padre una situazione molto pesante ed è stato molto coraggioso nel senso che eticamente ha fatto una sorta di resa dei conti col padre. Tre cose fondamentali: la prima è stata riformare il codice della famiglia, che era molto retrogrado in Marocco; la seconda avere riaperto i processi ai figli della repressione, degli anni di piombo quando migliaia di oppositori venivano torturati e sparivano, un po’come in America Latina. Sono stati riaperti ventiduemila casi e creata una commissione per i diritti umani che ha ascoltato dai diretti interessati le testimonianze delle torture subite, risarcendole e dunque riconoscendo il torto dello Stato. Questo è stato un atto fondamentale per Mohammed VI. Terza cosa importante: la libertà di espressione per la stampa e i giornalisti. Quindi questo re si è molto distinto dal padre e dalla legislazione ancor oggi repressiva degli altri Paesi Arabi. Ora si è impegnato per l’abolizione della pena di morte, sarebbe la prima volta in una Paese Arabo. Ben vengano spirito di modernità e democrazia per il Marocco ma non è una strada breve, ci vorranno almeno cinque, sei anni per raggiungere risultati simili a quelli europei. Ma se non ricordo male, lei fu uno dei primi coraggiosi scrittori a denunciare le torlture nelle carceri marocchine, così come in precedenza - nel 1966 - era stato inviato in un campo di rieducazione per avere guidato manifestazioni studentesche d’opposizione.
Sì, nel 1978 ho scritto un saggio che parlava della tortura così come scrissi la mia prima poesia quando ero in caserma e parlavo dell’ingiustizia e della repressione. Nel 1981 ne “La priére de l’absent” ho preso posizione a favore dell’opposizione marocchina, ma non sono un militante politico né appartengo ad alcun partito per cui mi limito con la scrittura a denunciare le ingiustizie. Quanto al resto, avevo ventun anni quando insieme con 94 compagni di studi venni «trasferito» nel campo di El Hajeb vicino a Ahermoumou nel Marocco orientale. Non sapevo se e quando ne sarei uscito; il mio corso di laurea in filosofia era stato brutalmente interrotto; fu un’esperienza terribile. E poi avevo la netta sensazione che né i parenti né l’opinione pubblica ne avrebbero saputo qualcosa. Torniamo allo scrittore e alla magia del racconto che viene fuori con forza dai suoi temi sociali. Quale è il potere di una storia?
È difficile saperlo perché lo scrittore è un po’ come un cineasta, come un regista che deve raccontare; io mi immagino di essere un lettore e mi chiedo in quale storia devo credere; e trovo che col tempo controllo sempre di più la tecnica per cui le mie storie hanno sempre più rigore, cosa importante anche se non sono tratte dalla realtà, quel che conta è che ci sia una credibilità interna e il lettore rimanga attaccato alla pagina fino alla fine. Questo me lo ha insegnato Jean Genet che mi ha rivelato il segreto dello scrivere. Mi diceva: «Devi prendere il lettore per mano; se a un certo punto senti che la sta mollando, allora devi fare attenzione, vuol dire che c’è un problema». Come nell’amore. Per questo lei dice: «La voce che mi abita viene dalla letteratura»?
Mi sono «venduto» alla letteratura, non possoimmaginarmi di fare altro che scrivere e fare letteratura: è la mia identità. Lei si definisce un militante della laicità e del rispetto della religione. In una situazione come quella attuale, così tormentata, convulsa, confusa, quale è il ruolo della religione, delle moschee, soprattutto nei Paesi europei?
L’Europa deve essere molto chiara sulle sue posizioni in fatto di religione mettendo al primo posto sempre la laicità, che non significa rifiuto ma separazione tra politica e religione. La religione non può invadere il campo pubblico, deve rimanere nel privato. In Italia, per esempio, bisogna dire agli immigrati che hanno sì il diritto di pregare nelle loro moschee, di fare le loro feste, ma non di pretendere che l’Islam entri a scuola, negli ospedali, negli uffici pubblici; deve rimanere solo nei loro cuori. E questo è molto difficile da fare perché vi sono condizioni diversissime tra Paese e Paese. L’Olanda per esempio finanzia le scuole islalamiche e le ragazze possono portare il velo. In Germania la laicità non è generalizzata, in Francia invece è obbligatoria e a scuola le ragazze non possono portare il velo. In Italia bisogna far capire agli immigrati che questo è un Paese cattolico che si sta avviando pian piano verso la modernità e la laicità. Non può ripetersi, com’è accaduto in Francia, che un islamico picchi un medico del pronto soccorso perché questi ha auscultato la moglie infortunata. Non tutti i medici possono essere donne ma fanno ugualmente il loro mestiere: ecco sono ancora troppi i musulmani legati a questi pregiudizi. Bisogna spiegare nettamente che nei paesi occidentali il medico prima di essere uomo è medico e che non è lì per toccare la donna ma per visitarla, o a scuola se le ragazze portano il velo questo può turbare l’insegnamento perché è un simbolo ideologico, il rifiuto delle leggi di Darwin, della laicità, dell’ateismo e quindi non esiste che nella scuola non vi sia posto per le persone laiche. Bisogna esseremolto fermi e rigorosi nelle proprie idee per far capire che la religione, pur rispettabile, non deve intervenire nella politica. Tutte le religioni naturalmente. Quanto pesano i pregiudizi sull’Islam dopo l’11 Settembre?
L’Islam è una religione al pari di quella cattolica, cristiana ed ebraica però, subisce il luogo comune Islam uguale terrorismo. Invece il terrorismo è un’ideologia nichilista, che non rispetta le cose e i diritti, che distrugge. La verità è che tutti sono minacciati dal terrorismo: da Algeri a Casablanca, a Madrid, all’Inghilterra, il terrorismo semina morte in nome della religione, allevando persone come i kamikaze per i quali ancora mi domando come sia possibile plasmare individui cui si toglie l’istinto della vita sostituendolo con quello della morte. Dopo l’11 Settembre siamo tutti vittime di una violenza identitaria?
Il Vicino Oriente è una tragedia che provoca ingiustizie all’infinito. Sono sicuro che il giorno in cui la pace sarà ristabilita in questo territorio, una pace giusta e duratura, le violenze diminuiranno. Il terrorismo è una guerra fatta da persone invisibili che però «giustificano» i loro crimini con le ingiustizie commesse dai potenti. Non è una violenza identitaria. È legata a un contesto storico che gira attorno al conflitto tra palestinesi e israeliani. Ma proprio in seguito all’incendio mediorientale - con il dialogo israelo palestinese ad un punto fermo - che cosa possiamo aspettarci?
Ci sono due chiavi per bloccare la violenza internazionale: la prima è quella che ci sia una pace giusta e duratura tra Israele e Palestina e questo è molto importante perché se i palestinesi avranno diritto ad uno Stato che possa essere duraturo ed al rispetto dei propri diritti, non ci saranno più problemi per il riconoscimento di Israele. L’altro punto è l’Iraq, ma fino a quando ci sarà Bush, se non ce lo porta via una crisi cardiaca o decide di andarsene per conto suo, la situazione rimarrà ancora questa. L’incontro tra Oriente e Occidente, lo scambio tra mondo arabo e l’Europa è ancora possibile? L’invito al dialogo è spesso rivolto alla controparte, quando invece sarebbe importante «guardarsi allo specchio» e fare autocritica. Lei cosa ne pensa?
Questi incontri sono stati ricchi nel passato, tra il IX e il XIV secolo. Una bella mostra all’Istituto del mondo arabo a Parigi ha esposto di recente l’argomento, si intitolava “Venezia e l’Oriente”. È possibile che Oriente e Occidente possano ricominciare il cammino di scambi e di sapere condiviso. Bisogna solo volerlo e lottare contro i pregiudizi e le ignoranze reciproche. L’autocritica è un esercizio di buona salute, ma è rara. Tutte le parti dovrebbero dare inizio alla propria autocritica. Lei è un uomo di pace e da molti anni esercita questo mandato morale anche attraverso i suoi libri. Il razzismo spiegato a mia figlia è stato un successo mondiale. È un testo chiave nelle scuole, in tante delle quali è anche spunto di rappresentazioni a scopo pedagogico. Come se lo spiega?
Forse perché ho parlato di razzismo con semplicità. Innanzitutto partendo dal modo in cui questo sentimento si esprime: insultando, disprezzando, umiliando. Il razzismo dunque esordisce con le parole, poi seguono i fatti, i luoghi separati (come avveniva con l’Apartheid) per bianchi e neri, le scuole separate. Sono convinto però che le parole siano importanti, le parole in sé non sono niente, sono lo strumento che ci permette di esprimerci. Ma se le analizziamo, se indaghiamo su quelle che vengono abitualmente dette, scopriamo quanto la loro applicazione, la loro continuità agisca lentamente, inesorabilmente. Come si radica il razzismo nelle persone?
Tutti siamo potenzialmente razzisti, per ignoranza, per cattiva informazione, per paura di culture differenti dalle nostre. È umano, è normale restare scioccati dal diverso, ma poi bisogna ragionare, sforzarsi di capire, elaborare, superare la paura chiedendosi perché si ha paura e perché ce l’hanno gli altri. Non si deve mai lasciar perdere, ma capire che abbiamo reazioni naturali di fronte a ciò che non conosciamo e che è necessario intervenire per superare questa difficoltà. Invece se nessuno fa niente, la paura diventerà motivo di inquietudine e turbamento. Bisogna sempre fare un lavoro di analisi continuo, di controllo continuo. Non credo che debbano esserci «giorni speciali contro il razzismo», altrimenti diventa un antirazzismo di maniera, poco efficace. Per questo vedo necessaria una educazione civile quotidiana. Ah, se questo entrasse nella testa di politici, educatori, mezzi di informazione! Lei ha detto spesso che quando si parla di essere umani non si dovrebbe più usare il termine razza.
È’ vero, è un’idea molto ambiziosa. Con questo non intendo dire che sopprimendo la parola si possa debellare il razzismo, ma si rende almeno più difficile e più complicato il linguaggio razzista. Non si può più dire la razza nera, la razza bianca, perché non è vero, non è assolutamente vero. È un compito che si può affidare alla scuo-islala?
La scuola ha un ruolo decisivo. Può raddrizzare gli errori che magari vengono fatti in famiglia. Ma occorre che l’impegno su questo tema sia continuo, non bisogna sentirsi mai «in vacanza », ma vigilare, essere molto attenti anche a quel che scrivono o dicono i mezzi di informazione. Penso che si debba introdurre nei media ogni giorno qualche frase, delle immagini, delle parole che spingano al rispetto dell’altro. L’incontro tra le nuove generazioni può aiutare a vincere le differenze spesso imposte dalla politica e dalla cultura di fondo, in un mondo che sembra diviso tra Occidente e mondo musulmano?
Non sono sicuro che ciò possa bastare per poter evitare le divisioni e le guerre. Ma bisogna parlarsi, imparare a parlarsi è il primo passo per vivere insieme. L’educazione al dialogo tra i giovani in una società multietnica come quelle francese e italiana dovrebbe ispirare il lavoro degli educatori nelle scuole. Ma qual è a suo giudizio il modo migliore per vincere la paura del diverso, specialmente adesso che cresce l’intolleranza sia in Francia che in Italia?
Non c’è una terapia certa. Ma credo nella pedagogia. L’ignoranza è un danno che provoca altri danni. Oggi trionfano l’ignoranza, la stupidità, la forza bruta. Di conseguenza è più saggio ritornare alle pratiche più semplici: la scuola. Si lotta contro la paura con il sapere, non con la forza o con una paura ancora più grande. La questione delle rivolte, per esempio nelle banlieuses, è una faccenda tutta francese ma è un allarme per l’Europa; sono dei giovani francesi che la Francia non ha riconosciuto, non ha considerato, che si sono ribellati. È mancato il rispetto della dignità individuale?
Ciascun volto, ciascun individuo è simbolo della vita. E tutta la vita merita rispetto. È trattando gli altri con dignità che si guadagna il rispetto per sé stesso. Evidentemente questo non è avvenuto. Nella sua opera di testimonianza contro l’ingiustizia nel mondo, scrivere diventa uno strumento utile per combatterla?
Scrivere è un rimedio modesto per combattere l’ingiustizia. Meglio un testo, un libro piuttosto che il silenzio e il nulla. Leggere, scrivere, parlare, discutere sono elementi essenziali della civiltà. Ma oggi il sapere quanto conta?
Non si smette mai di imparare. Il sapere è inesauribile. Bisogna sempre cercarlo. La gente legge sempre meno. È un riscontro triste. La lettura è come diceva Hegel «la preghiera del mattino». Oggi si è troppo informati e si crede di sapere ciò che succede; ricevere tante informazioni non vuol dire che si sappia ciò che succede realmente. Bisogna anche imparare a decifrare le informazioni. Di recente a Trieste dove lei ha ricevuto il Premio Trieste Poesia ha detto che la poesia oggi è in pericolo ed ha bisogno di essere promossa e sostenuta. Perché pensa questo?
La poesia è un qualcosa di cui le persone hanno bisogno come il pane, come il lavoro, come la libertà. La poesia è l’unica cosa che non può essere ridotta ad una semplice merce, vittima della mediocrità. Se essa è espressione dell’anima e rappresenta la semplicità dell’animo umano, è importante che venga riconosciuta. La sua carriera letteraria d’altronde è nata proprio con la poesia, poesia civile, politica, sociale e legata alle origini e alle tradizione del suo Paese. Una strada che comunque non l’ha mai abbandonata e che è raccolta nel volume di Einaudi Stelle velate. Poesie 1965-1995. Che cosa lega poesia e parola nel suo immaginario letterario e civile?
La parola è sempre meglio del silenzio. Il dialogo è l’inizio della riconciliazione. Dovrebbe essere naturale, iscritto nelle strutture mentali di ogni persona. È per ciò che, davanti ai conflitti, alle violenze che intristiscono ogni giorno il mondo, bisogna favorire i giovani alla pratica del dialogo e del voler capire prima di esprimere giudizi. Dico e faccio questo pensando innanzitutto ai giovani. Bernard Pivot che, oltre ad essere un critico di prim’ordine, è anche un geniale conduttore televisivo l’ha definita un giorno «un passeur», un traghettatore della cultura per i suoi trascorsi tra la poesia surrealista, le idee di Nietzsche e i poeti turchi. Lei accetta questa definizione?
Sarebbe molto presuntuoso da parte mia dire che sono un passeur di culture. Però c’è una cosa molto importante: il fanatismo in generale non ama i passeurs. C’è chi stringe un legame tra due culture, chi prova a far dialogare due culture, chi invece le vede contrapposte. Per esempio, in Algeria si è cominciato assassinando Tahara Djahout, uno scrittore francofono che era la dolcezza in persona, un vero ponte tra le due culture. Ed è molto nobile essere un «passeur», un mediatore che faciliti, più che i contatti, la conoscenza ed il sapere che vengono da culture differenti. Qual è la fonte della sua scrittura poetica? Aquali autori si è ispirato o ha fatto riferimento nei Suoi esordi?
Per scrivere bisogna leggere molto. Si deve conoscere la produzione degli altri. E io ho letto tanta, tanta poesia. Innanzitutto io la amo e la considero sostanza fondamentale della letteratura. Quando frequentavo il liceo Regnault di Tangeri ho cominciato a leggere i classici, prendevo i libri in prestito alla biblioteca francese ma nel frattempo e per fortuna nascevano i libri tascabili che costavano poco. Fu un fatto straordinario, la scoperta di un nuovo modo di far circolare i libri e di favorirne l’abbassamento del prezzo, il che per me si rivelò essenziale. Il primo libro che comprai - pubblicato da Hachette - fu fondamentale per la mia formazione letteraria. Cominciai la mia lettura dei poeti con Paul Èluard, proseguii con Aragon, René Char e così via. Lei ha vissuto nel suo Paese l’arabizzazione della filosofia. Si può dire che il governo marocchino ha la sua parte di responsabilità nella crescita dell’islamismo?
In parte sì anche se andiamo un po’lontano nel tempo nel senso che io ero un giovane insegnante di filosofia dipendente dall’università di Bordeaux, ma nel frattempo il ministero dell’interno del Marocco ha creduto bene di arabizzare l’insegnamento della filosofia sopprimendo gli altri testi. Non mi rimaneva molto da fare, così nel 1971 partii per la Francia. Ma detta in questo modo, la questione potrebbe anche sembrare banale. Di certo a quel tempo l’islamismo non esisteva ancora. Il suo primo manifestarsi sulla scena politica è stato nel 1978 allorché Khomeini dette vita alla rivoluzione oscurantista e totalitaria in Iran. Da lì prende le mosse l’islamizzazione e in seguito l’integralismo islamico di cui anche il Marocco ha subito le conseguenze. Lei è uno dei più celebrati scrittori francofoni. Perché non ha mai scritto in arabo?
Io credo che si può esprimere tutto in qualsiasi lingua purché naturalmente si abbiano cose da dire. La lingua araba intimidisce, sì, perché è la lingua del Corano. Non si osa usarla come si fa nelle altre culture. Anche Céline fu violentemente turbato dalla lingua francese. Personalmente io sono incapace di scrivere in arabo. Ma i miei libri sono tradotti in arabo anche se poi avvengono delle cose strane, diciamo degli atti di pirateria per cui vengono clandestinamente tradotti e importati in determinati paesi senza che l’autore ne sappia niente. La Siria, per esempio, e per questa ragione non paga i diritti d’autore. Comunque generalmente gli scrittori francofoni vengono mal tradotti in arabo perché i traduttori non si rapportano agli autori, non discutono con loro.
SECONDA LETTURA
RECENSIONI
Il sogno e il disincanto
Susanna Battisti
Esiste un Jelloun poeta che sa trasferire alla narrativa quell’anda-mento ritmico e quella ricca tessitura di immagini che caratterizzano le sue poesie; e un Jelloun che sa spiegare il razzismo a sua figlia con una prosa trasparente e comprensibile anche al lettore più sprovveduto. Non sorprende che nei suoi romanzi riescano a convivere pagine dove la realtà interiore viene evocata da immagini surreali e oniriche con pagine dove scottanti problematiche internazionali vengano analizzate con illuminante lucidità. Questa singolare compresenza di intelligenza critica e di fecondità poetica è ancor più evidente nel suo ultimo romanzo Partire che, come il titolo suggerisce, si incentra sul topos letterario più antico e forse più incline a caricarsi di significati metaforici: quello del viaggio. Un viaggio che è qui drammaticamente legato al fenomeno dell’immigrazione clandestina, ma che si ammanta altresì di una qualità fortemente simbolica. Il viaggio dal Marocco alla Spagna e viceversa è un cammino alla ricerca di una identità, alla ricerca di un altrove che è proiezione di desideri non sempre chiari a chi di imbarca su battelli che possono portare anche alla morte. Protagonista del romanzo è un giovane marocchino di nome Azel che come tanti suoi coetanei non sa che farsene della sua laurea e che appare troppo inquieto per tollerare il vuoto di aspettative in cui vive nel suo paese. La sua Tangeri è una città notturna, tutt’altro che solare e colorata e, a tratti, perfino infreddolita dai rigori dell’inverno. È la Tangeri dei caffè aperti fino a tarda ora dove si muore di inedia, si beve, si fuma hashish e si coltivano sogni. Una città corrotta dove traghettatori senza scrupoli si imbottiscono le tasche indisturbati dalle autorità, e dove le retate della polizia colpiscono a caso per far sfoggio di un potere basato sulla forza. Una città e un Paese dove i «cacciatori di teste» reclutano giovani disperati da addestrare in Pakistan o in Afganistan tra le fila dei fondamentalisti islamici. Il mare che spesso ingoia i corpi dei fuggiaschi appare come l’unica via di salvezza. Azel cova l’ossessione della fuga sebbene un suo caro amico sia annegato di recente durante una traversata notturna. Il suo sogno è quello di un’intera comunità. Ed ecco che il romanzo, quantunque dispieghi i fili dell’azione intorno alla vicenda personale di Azel, assume una forma decisamente corale. Suddiviso in quaranta brevi capitoli, il romanzo raccoglie di volta in volta la voce di un personaggio che viene ad aggiungere il suo punto di vista sulla storia mentre la trama progredisce. Quasi tutti impegnati in una sorta di monologo drammatico, i vari personaggi entrano in scena per raccontare il proprio vissuto, il proprio sogno o il proprio disincanto. Alcuni sono amici di Azal o semplici persone con le quali egli ha avuto a che fare. Altri sono personaggi-chiave nello svolgimento della vicenda. C’è Miguel, l’intellettuale omosessuale che porta Azel a Barcellona al riparo dalla clandestinità in cambio di un amore di convenienza. C’è Kenza, la sorella di Azel, che Miguel sposa per strapparla all’angustia e alla miseria del suo paese. C’è Lalla Zohra, la madre di Azel, che subisce il destino deifigli senza azzardare giudizi, soffrendo in silenzio. Attraverso un agile passaggio dalla terza persona del racconto alla prima dei singoli personaggi, Jelloun riesce ad orchestrare una sinfonia di voci che suona come il lamento di un coro greco. La coralità, tuttavia, non impedisce ai singoli personaggi di emergere individualmente a tutto tondo. Sebbene il romanzo si dislochi da Tangeri a Barcellona, con puntate a Madrid o a Casabarata, la geografia predominante rimane quella dell’animo umano. I colori, i sapori e gli odori dei luoghi, la abitudini e gli usi, contano ben poco rispetto al panorama interiori di chi si sposta per trovate se stesso. Tanto imperativo è l’umano soffrire che, qualora servisse, sarebbe difficile suddividere i personaggi nelle categorie di primari e secondari. I personaggi femminili spiccano per la loro positività e la loro consapevolezza di sé. Questo vale soprattutto per Kenza che, dopo tante peregrinazioni anche all’interno di se stessa, riesce a capire che la via del ritorno è l’unica possibile per ricostruire la sua identità. Ciononostante, anche la vicenda parentetica della piccola Malika che viene stroncata dal gelo della fabbrica di gamberetti dalla quale sogna di evadere, rimane impressa nella memoria per la sua potenza tragica. Di alcuni, come nel caso di Miguel, si ricostruisce il passato per spiegarne, almeno in parte, il presente, dilatando in questo modo i confini temporali della storia. Ci sono poi personaggi di passaggio che non perdono occasione per dire la loro sugli oltraggi del potere, sull’arroganza del razzismo, sui torti dell’Occidente, sul terrorismo e sull’integralismo. Sono questi i momenti in cui Jelloun sfoggia la sua più democratica propensione a spiegare fenomeni di ampia portata storico-sociale ad un pubblico vasto. Sono staccati di prosa più adatti al genere del saggio che non a quello del romanzo che si esprime al suo meglio più quando pone interrogativi che non quando fornisca risposte. La scrittura agile e cristallina di Jelloun assume allora toni un po’ retorici che increspano il flusso narrativo. Del resto questa nota di stile sembrerebbe voluta dall’autore che, in una recente intervista, ha ammesso di aver scritto una prima versione del romanzo «più elaborata e sofisticata» e di averne scritta poi un’altra «più semplice» e «alla portata di tutti». Tuttavia l’insieme del racconto appare organico e assolutamente godibile, sia pure nell’alternanza di registri di stile. Ma sono le parti circonfuse da un’aurea mitico-visionaria quelle che incantano di più il lettore. Sono i sogni notturni di Azel, con le visioni apocalittiche di corpi nudi enfiati dalle acque , di volti deformati e di battelli alla deriva, a trasformare la sua tragica vicenda personale in una Caduta agli Inferi. Azel diviene allora Ognuno e la nave Toutia, sulla quale si imbarcano i personaggi che decidono di tornare alle loro origini, assume significati simbolici plurimi. Il viaggio di ritorno è un viaggio allegorico, un contro-esodo di massa «per tutti coloro che hanno sofferto», evocato da immagini sospese nel non-tempo, surreali o decisamente oniriche. Il capitano della nave è «un uomo d’altri tempi» assistito da una giovane donna che intona un melodioso canto arabo-andaluso, carico di «nostalgia dolorosa ». Abordo non poteva mancare Flaubert l’immigrato camerunense che dice «”Arrivo” quando se ne va e “Stiamo insieme” quando lascia qualcuno». I viaggi di andata e quelli di ritorno non sono mai definitivi per chi ha l’animo diviso tra due mondi.
La ricerca dell'identità
Patrizia Danzè
Come in tutti i libri il cui titolo è formato da una sola parola, Partire, il bel romanzo di Tahar Ben Jelloun, mantiene, sino al rivelativo capitolo finale, l’ambiguità espressiva conferitagli dall’estrema lapidarietà di quel termine unus che campeggia in copertina. E se non è casuale né infrequente che un narratore usi un titolo monovalente, quasi sempre avviene che la pregnanza, metaforica o no, di quella voce (solitamente mantenuta nella traduzione) chieda al lettore di scegliere almeno tra due prospettive diverse. Insomma, un titolo monovalente, che sperimenta tutte le difficoltà di “inquadrare” univocamente il valore del termine, apre da subito il rapporto dialettico che la parola contiene tra esplicitazione denotativa e significato connotativo implicito. E la dialettica e la polemica interna al romanzo di Jelloun, che è una sferzante denuncia dell’immigrazione clandestina e della impotenza dei governi a risolvere i problemi sociali, ma pure una dolente e commovente riflessione sulla ricerca dell’identità, anche di quella sessuale, sulla famiglia, sui razzismi, sull’amore, la dialettica, dunque, è già tutta nel titolo chiaramente allusivo alla trasfigurazione del significato che il termine “partire” assume dentro la storia. Ora, l’idea stessa di partire evoca immediatamente l’immagine del viaggio, un topos legato, sin dalla più antica produzione letteraria, ad una serie di valori positivi che intrecciano curiosità, esperienza e conoscenza, nonostante le variabili minacciose delle situazioni che il viaggio stesso contiene in sé. Odisseo, benché polytropos, ricco d’astuzie per l’inganno del cavallo, non avrebbe mai potuto dimostrare di essere m?chanikòs, dunque ingegnoso e sagace, né si sarebbe elevato al rango di eroe della conoscenza se non avesse dovuto affrontare l’esperienza del partire e dunque del viaggiare. E la metriot?s, la moderazione di Enea, che al partire rinuncerebbe volentieri e considera il distacco dalla sua patria una violenza alla sua identità, deve essere sollecitata dal volere degli dèi, perché l’esperienza del viaggio diventi scoperta di sé e dell’altro. Tra Odisseo pronto a partire ed Enea, pronto a restare, forse Jelloun sceglierebbe il secondo, giacché nessuno ha rappresentato come l’eroe virgiliano il disagio dell’uomo di fronte alla perdita e allo spossessamento di sé nella realtà inquieta del viaggio. Chi parte, come dice l’etimologia della parola, divide e si divide, si separa o è separato; “partire”, voce verbale comune a tre lingue frequentate da Jelloun, italiano, francese e spagnolo, nutre in sé l’idea della separazione come un male endemico o una peste contagiosa. E Jelloun, dalla voce “partire” sembra scartare l’accezione primaria di uso comune (che ha dato al viaggio lo statuto di esperienza di crescita) andando a cogliere perfettamente l’angoscia di fondo che persiste nel verbo, coniugato drammaticamente all’infinito. Partire, fa capire Jelloun nella tristissima storia messa in scena come una tragedia classica, staccarsi dal proprio paese per cercare condizioni migliori di vita, affidarsi disperati alle carrette del mare per volgersi ad un approdo illusorio, significa inoltrarsi in un “tunnel di tenebre che deforma la realtà”. Partire, l’ossessione che tormenta Azel, voce dell’immigrato infelice nel romanzo di Jelloun, significa immergersi in quello che Bachtin definisce un “tempo d’avventura vuoto”, vuoto nel senso che, contrapponendosi al tempo del bildungsroman, non modifica nulla nella vita dei suoi personaggi. “Paese mio” scrive un Azel commosso e turbato quando per la prima volta lascia il suo Marocco e parte su un aereo come un viaggiatore apparentemente privilegiato, “paese mio, mia volontà tradita, mio desiderio bruciato, mio principale rimpianto, oggi è un gran giorno, finalmente ho la possibilità, la fortuna di andarmene, di lasciarti, di non respirare la tua aria, di non subire più le tue vessazioni…”. In quel paese, suo sole e sua tristezza, ad Azel, bello e giovane, laureato in diritto all’Università di Rabat, non sarà dato tornare da principe come aveva sperato. Inseguito dai fantasmi del desiderio di cambiare vita, dopo aver permesso all’ambizione di legarsi strettamente all’eros e alla disperazione, finisce per essere confinato nell’alienità dalla degenerazione della sua identità. La Spagna, a soli quattordici chilometri di distanza dal Marocco, una Spagna in chiaroscuro emblematizzata dal labirintico e promiscuo Barrio Gotico di Barcelona, diventa il locus infelix della malinconia dove Azel perde la sua dignità, la sua capacità di aspettare e anche di godere dei propri fantasmi che tante volte gli hanno fatto compagnia nelle allucinate visioni ipertrofiche del sogno. Non ha scampo alcuno se non di diventare invisibile e infatti si riduce ad essere clandestino, a scivolare nell’illegalità. Azel precipita nel baratro della solitudine dell’immigrato che ha mietuto tante vittime e che rischia di travolgere anche sua sorella Kenza, così seria ed equilibrata. Allora è necessario tornare, volgersi indietro (volver dicono gli spagnoli, come il film di Almodovar, anch’esso una storia sull’identità smarrita e sulla necessità del ritorno per ritrovare punti di riferimento e guarire). Tornare, il verbo più importante del libro di Jelloun, che titola il capitolo conclusivo, ripercorrere all’incontrario quel braccio di mare con la nave del buon ritorno, per vincere il freddo dell’esilio, per vivere una nuova stagione, tutti coloro che hanno sofferto, tutti coloro che non hanno trovato un posto. Tornare, aspettare, sognare ancora.
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