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FLAVIO SORIGA |
Dopo il caso letterario di Sardinia Blues Flavio Soriga scrive un altro romanzo ricco di parole colorate destinato a restare nella memoria di chi legge. Una narrazione sospesa tra storia e magia nella quale la dimensione storica prevale sulla divagazione ma non la sopprime e le lascia spazio e pagine. È un continuo gioco a mettere e levare. Un delicato equilibrio tra narrazione e divertissment, dove anche la citazione ha una funzione narrativa. Sin dall'incipit - "Mi chiamo Aurelio Maria Cabrè di Rosacroce, ho forti le braccia e le gambe e occhi e capelli nerissimi, sono nato nobile e ora corro i boschi di Hermos…" - la mente non può fare a meno di ritornare un'altra narrazione magica dove Hermosa è Macondo e Aurelio Maria Cabrè di Rosacroce è Aureliano Buendia. Così come i dialoghi fitti e diluiti nel tempo di Aurelio con l'amico greco Nicolas rimandano ai dialoghi e alle domande che Kublai Khan pone a Marco Polo nel viaggio immaginifico che il grande esploratore veneziano compie nelle Città invisibili. Più diretto e singolare, fuori da ogni schema, è invece il riferimento a una delle più belle canzoni di Francesco De Gregori, La storia siamo noi, che irrompe nella narrazione per svolgere una funzione quasi maieutica in una traslazione spazio-temporale che ricorda Non ci resta che piangere e l'indimenticata coppia formata da Massimo Troisi e Roberto Benigni. |