SIMONETTA SIMONETTI
Contente e tacite
pp. 86, euro 9 Marco Del Bucchia editore 2009
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Marisa Cecchetti
A Lucca sono vissute - del resto come in altre città- donne di cui si è impadronita la storia, l'arte o la leggenda. Si tratta di Ilaria del Carretto, Lucrezia Buonvisi e Lucida Mansi. Simonetta Simonetti, che da anni si interessa alla condizione femminile andando alla ricerca di documenti sul passato della sua città, ha raccolto la loro esperienza di vita nel libro "Contente e tacite". Non ha ricostruito solo la loro storia, ma è scesa dentro la loro umanità, cercando di immaginarne i sogni e di viverne la disperazione. Quello che accomuna queste giovani, vissute in secoli diversi, è l'amore che hanno cercato e la fine tragica.. Ilaria (1379-1405) è conosciuta nel mondo per lo splendido sarcofago scolpito da Iacopo della Quercia, che fino a qualche anno fa si trovava nel transetto del Duomo di Lucca, in una posizione dove il sole al tramonto sfiorava il volto e gli dava di nuovo il colore della vita. Lei era venuta da Finale Ligure, figlia del Marchese Carlo del Carretto. Paolo Guinigi era diventato Signore di Lucca dopo anni di instabilità e di divisioni interne, amante della letteratura e del bello. I Del Carretto erano in buoni rapporti con i Visconti, il matrimonio portava equilibri politici e consolidamenti di amicizie, tuttavia Ilaria non si sentì uno strumento di giochi di potere, anche perché il promesso sposo era giovane e affascinante, contro la regola più diffusa che costringeva tante giovani a sposare vedovi e vecchi. Paolo aveva già perso la prima sposa Caterina, nipote di Castruccio Castracani degli Antelminelli, matrimonio non consumato perchè lei era una bambina di dieci anni. Ilaria ne aveva ventiquattro quando sposò il Guinigi. Non sono molti i documenti che la riguardano ma Giovanni Sercambi, storico dell'epoca, parla di un rapporto d'amore tra i due, allietato dalla nascita di Ladislao, l'erede atteso, nome che onorava l'amicizia del Guinigi col re di Napoli. Il ricordo di Ilaria non è legato alla sua vita in città bensì alla sua morte prematura, avvenuta dieci giorni dopo aver dato alla luce la seconda figlia, Ilaria minor. Contro una probabile peritonite o emorragia interna, non si sa bene, a niente valsero le cure di Ugolino da Montecatini, che aveva scoperto le proprietà dell'acqua termale. Solo due anni è vissuta Ilaria nella città dall'arborato cerchio, di cui rimane un'icona di bellezza. Se al nome di lei i lucchesi sorridono, si incupiscono a quello di Lucrezia Malpigli, su cui non si è fatta chiarezza tanto da liberarla dalla condanna che la disonora. Lei fu davvero uno strumento nelle mani dei genitori, soprattutto della madre, Luisa Buonvisi, che ne voleva il rientro nella famiglia di origine per ragioni di potere economico. Promessa sposa a tre anni ad un Buonvisi, lui muore, allora viene promessa al secondo figlio. Muore anche questo ed è costretta a sposare il terzo, Lelio Buonvisi, l'unico rimasto. Ma Lucrezia amava da sempre Massimiliano Arnolfini, di famiglia benestante ma non abbastanza da piacere ai genitori. Questa è stata la sua colpa. Perciò l'assassinio di Lelio, dopo due anni di matrimonio, nel 1593, in una delle vie più strette della città, di notte, viene attribuito ai sicari mandati dall'amante, con la complicità di Lucrezia. Si dimentica che Firenze tramava per estendere la sua supremazia sulle terre di Lucca, per cui i disordini interni alla città erano un'occasione da fomentare e sfruttare. Il fatto che Lucrezia camminasse distante dal marito, che fosse vestita di bianco, quasi un segnale per spezzare l'oscurità, che sia rimasta ammutolita dopo l'omicidio, che il fratello l'abbia raccolta e riportata a casa propria e non in quella del marito, sono state ritenute prove a suo carico: adultera e complice. Il convento era l'unico posto dove si potesse salvare dalla sete di giustizia degli Anziani della Repubblica, che cercarono inutilmente anche il permesso di Clemente VII per interrogarla in clausura. Lei aveva ventun anni, rimase in convento a vita, coinvolta in scandali, incapace di accettare la violenza che aveva subito come donna. Non se ne conosce nemmeno l'anno di morte, perché alla soppressione dei conventi molti documenti andarono persi, si sa comunque che nel 1617 uscì dalla cella di rigore dove era rimasta sette anni. Su Lucida Samminiati (1606- 1646), passata alla leggenda come Mansi dal nome del suo secondo marito, ha fantasticato la gente di Lucca, che secondo qualche storico non è mai stata tanto generosa con le donne. Il fatto è che nel 1600 in questa città si viveva come se il medioevo non fosse passato, con il clero particolarmente avvelenato contro la bellezza femminile, il corpo della donna considerato oggetto di tentazione e peccato. La donna doveva camminare a testa bassa, vestire modestamente, per non essere guardata come fonte di piacere. Ilaria, Lucrezia, Lucida, erano cresciute nel lusso, erano state abituate alla bellezza degli abiti e alle pietre preziose. Lucida era troppo bella per non suscitare le fantasie malsane di chi era stato educato a temere la bellezza ed a considerarla uno strumento del diavolo. Anche lei rimase vedova di Vincenzo Diversi, un giovane di famiglia benestante che lei aveva amato, ucciso davanti agli occhi della moglie per ragioni di confini di terre. Madre di due figli, ancor giovane e bella, dopo qualche anno Lucida contrasse un secondo matrimonio con Gasparo Mansi con cui ebbe una vita tranquilla. Ma la morale comune pretendeva che la donna fosse virgo, vidua, mater! Allora su di lei caddero le peggiori ignominie, la gente immaginò le folli notti di Lucida con una serie di amanti, il patto col diavolo a cui vendette l'anima in cambio della bellezza e la tragica morte quando il diavolo tornò a pretendere il suo, allo scadere del contratto. Mario Tobino, sulla scia della leggenda, ha scritto che nelle notti di luna piena, chi si trovi sulle mura di Lucca nei pressi del giardino botanico, potrebbe vedere apparire un carro di fuoco con il fantasma di Lucida. Il carro infuocato esce dal laghetto del giardino dove il diavolo la precipitò. E pensare che lei è morta di peste ed è stata sepolta all'alba insieme a tutti gli altri appestati nella chiesa dei Cappuccini, vicina alla porta orientale della città!
Simonetta Simonetti, lucchese, laureata in lingue straniere e pedagogia, insegnante, da anni si interessa alla storia e alla cultura locali, indirizzando spesso la propria attenzione verso la tradizione orale. Al suo attivo numerose pubblicazioni tra le quali: La befana. Alla scoperta delle origini. Viaggio attraverso il tempo, Pegaso 2005; Santa Zita di Lucca, Pacini Fazzi 2006; Giochi ritrovati. Con tutti e con niente, Pegaso 2006.
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