STEFANO SIMONCELLI
Stazione remota, Milano
Quaderni di Orfeo, 2008
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Andrea Caterini
Se c'è davvero un valore rintracciabile nella poesia di Stefano Simoncelli, va scovato in quella lingua di luce che bagna la tela della vita lateralmente. Una luce che filtra di sbieco, quasi incerta se avvertire oppure no della sua presenza. Lo sappiamo, la poesia di Simoncelli si muove sempre a margine, in quei giochi d'ala nei quali la rincorsa è sempre uno scontro con le cose, uno scontro che le fa vere, reali. Eppure pare proprio che da quello scontro i paesaggi si innervino in un affresco che è sempre famigliare, ma come se la stessa famigliarità fosse il trampolino di lancio per attraversare la linea d'ombra da cui è partito. Stazione remota recita il titolo della sua ultima plaquette. Ma che la "stazione" non dia l'impressione di uno stazionamento. Quella luce laterale è la distanza grigio-azzurra di un sogno nel quale l'immagine si compie, si materializza. Avevamo letto i versi di Simoncelli dedicati alla madre, e quelli dedicati alla compagna. Entrambe erano figure scomparse, eppure le sentivamo vive, anzi, le riconoscevamo per strada, le vedevamo compiere i gesti quotidiani di tutti - e di tutti i giorni. Erano fantasmi, ma lo erano in carne e ossa. In Stazione remota Simoncelli vuole farci credere che non si è staccato d'un millimetro da quelle situazioni a lui così consuete, seppure vissute in quelle periferie dell'anima in cui gli eventi di una vita sembravano incenerirsi nella distanza rapita dall'immagine di un lenzuolo sgualcito nella stanza di un Motel. Il poeta affronta qui una figura più complessa - quella del padre, a cui il libro è interamente dedicato - che lo mette in una condizione di timore e tremore maggiore. Simoncelli non interagisce più, non è più partecipe delle azioni che la figura ritratta compie nei suoi versi, pare addirittura che il suo respiro di pittore della realtà sia soffocato dal buio in cui è andato a sottrarsi, a nascondersi: lo specchio davanti al quale il padre cerca vanamente una traccia di sé perduta "[…] l'ha giurato e rigiurato di essere stato rapito da forze provenienti da galassie sconosciute che per tre giorni e tre notti avevano eseguito interminabili esperimenti nel suo corpo, soprattutto negli occhi, e che era forse questa la ragione per cui vedeva la sua faccia riflessa sui vetri di bar e osterie fissarlo come fosse quella di un altro". La poesia di Simoncelli ricorda certi quadri di Hopper. Il grigio-azzurro di certe serate ventilate da una mano veloce di tramontana. Le insegne sbiadite dei bar di periferia, le strade desolate come morse da una patina introversa di silenzio. Poi, dietro, dentro le vetrine mezze appannate, il banco scarno e umido dell'osteria dove agli amici di una vita, il padre giustifica la sua malattia, la sua solitudine lacerata, immaginandola come il sogno di un altrove. Il poeta ritrae tutto come cogliendo la vita in un momento di riposo, di rilasciamento del corpo, quando i sensi si annidano nell'ombra, nella monotona malinconia della carne abbandonata al delirio costante del tempo. Ecco, proprio lì, da dietro una vetrina - fuori dal bar, in strada, a un passo incerto al di là della vita - il desiderio di Simoncelli muove i suoi versi in una tensione di conoscenza per la sua figura - vuole riconoscere suo padre. Perché se una differenza c'è tra questa raccolta e le due che la precedono, è il fatto che il poeta, per cantare la marginalità del padre, è costretto a farsene carico, ad incarnarne l'intero destino.
Riesce appena a raggiungere, come il cardellino che gli è fuggito dalla gabbia, il platano più vicino al cancello fingendo che sia proprio lì dove vuole arrivare, lì nel ventre stremato dell'ombra.
Se Simoncelli vuole raccontare una figura in un arrivo remoto alla stazione ultima, questa, allora, non è il principio di una partenza, ma un punto d'arrivo, il "ventre stremato dell'ombra". Per fare un ritratto del padre il poeta ne ripercorre intera la vita, come raccogliendola a sé, come cercando di cogliere il punto in cui l'io dell'osservatore sempre a margine, è andato a scontrarsi con un io altrettanto periferico e distante. Ma se si tratta di due periferie messe a nudo, queste sanno pure di non potersi confrontare - sanno di doversi guardare a distanza e che la distanza è la condizione necessaria per riconoscersi integri al mondo e a loro stessi. Padre e figlio vivono come due dita che si sfiorano appena, e osservandosi - ascoltandosi verrebbe da dire - finiscono per condividere, assieme, un destino, creando una lingua viva, reale quindi, perché appartenente alla poesia - una lingua impossibile, allora, incomunicabile, perché in relazione assoluta con le cose e con la loro fedeltà d'espressione. Il tutto non è taciuto, anche quando parrebbe la voce strozzarsi in un richiamo che non ha eco "Avrei voglia di chiamarlo e indossare la sua giacca da camera lisa nelle maniche e sul bavero […]". Quel padre "orgoglioso" che "con estrema calma" "semplicemente aspetta", è una nota vibratile e remota come lo è l'attesa: quella di raccogliere l'ultimo respiro come la visione di un già vissuto attraversamento.
Stefano Simoncelli è nato nel 1950 a Cesenatico, dove vive. È stato redattore e ideatore di "Sul Porto". Nel 1981, con la raccolta Via dei Platani (edita da Guanda con la presentazione di Raboni e Fortini), ha vinto il Premio Internazionale Mondello Opera Prima. Nel 1989 è uscito il suo primo libro Poesie d'avventura nella collana Gli Spilli, diretta da Enzo Siciliano e edita da Gremese. Nel 2004 ha pubblicato con Pequod la raccolta Giocavo all'ala (Premio Gozzano) e nel 2006, sempre per lo stesso editore, la raccolta La rissa degli angeli. Sue poesie sono apparse negli ultimi anni sulla rivista "Nuovi Argomenti".
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