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Shirley Jackson - La lotteria

RECENSIONI

 

Macabro e perturbante

SHIRLEY JACKSON
La lotteria
Trad. Franco Salvatorelli
pp. 82, euro 8
Adelphi, 2007


Federico Bianca

Scrittrice poco nota in Italia, la Jackson dimostra, con questa brevissima raccolta di quattro racconti, pubblicata originariamente nel 1949, di essere una delle voci più interessanti del Novecento fantastico, macabro e, usando un termine freudiano adoperato anche in letteratura, perturbante. La migliore prova di ciò è la stima di Stephen King che naturalmente è un maestro di tale genere. Il racconto che dà il titolo alla raccolta è l’esempio più chiaro dello stile e dei temi tipici dell’autrice. In un villaggio del New England si svolge una lotteria davvero singolare, il cui premio sarà svelato soltanto alla fine. La Jackson è molto abile nel descrivere realisticamente i particolari quotidiani di una piccola comunità agricola, dando vita ad un quadro agreste placido, allegro, spensierato. Solamente nell’ultima pagina questi elementi sparsi, inizialmente innocui e privi di importanza, si compongono in un insieme assolutamente sorprendente che vuole sconcertare ed allibire. Il finale si concentra in una breve ed efficace descrizione del premio, senza preoccuparsi di illustrare cosa avverrà in seguito. Tuttavia, ripensando ai dettagli forniti nel corso della narrazione, l’inquietudine sembra addirittura aumentare, in quanto si intravedono barlumi di un mondo dominato da leggi incomprensibili e spietate: il quadro agreste ha perso i suoi colori originari, ora non è più possibile aspettarsi niente di piacevole e rilassante, come inizialmente immaginato. La grandezza della Jackson consiste nel mostrare, attraverso una scena molto forte ma breve ed altri dettagli secondari, soltanto per un attimo una realtà sconosciuta, inquietante e, soprattutto, perturbante: è possibile, infatti, definire in tale maniera tutto ciò che, appartenente alla sfera del quotidiano, si carica, ambiguamente ed inaspettatamente, di significati inquietanti e negativi. Hoffmann, con L’uomo della sabbia, Maupassant, con Le horla, e soprattutto James, con Il giro di vite, hanno dimostrato come la realtà più tangibile e concreta possa nascondere atroci segreti. La Jackson ha ottenuto tutto ciò con questo racconto, senza ricorrere alle forme del genere fantastico. Inoltre, non è forse del tutto improprio paragonare il finale, improvviso, a sorpresa e privo di sviluppi, ai modelli dei thriller cinematografici, in cui si scoprono, senza più la possibilità di porre rimedio, l’identità e le vere intenzioni del colpevole.
In particolare, forse, i famosissimi telefilm diretti dal maestro Hitchcock possono costituire un interessante pendant. Infine, l’atteggiamento della scrittrice, del tutto neutro nei confronti della propria materia narrativa, non solo privo di ammiccamenti verso chi legge ma desideroso di inquietarlo, si può considerare «crudele», utilizzando una categoria molto importante della letteratura ottocentesca: Poe, Maupassant, Villiers de l’Isle-Adam hanno evidenziato come la letteratura trovi piacere nel tormentare sottilmente i propri lettori. Il secondo racconto, “Lo sposo” invece ha tutti i crismi del fantastico. Anne, la protagonista, cerca disperatamente di incontrare Jamie, il suo fidanzato. La storia si conclude secondo lo schema, ormai largamente adottato dai critici, prospettato da Tzvetan Todorov nel suo famoso La letteratura fantastica, ormai divenuto un classico della storiografia letteraria, secondo il quale soltanto il lettore può decidere se l’intreccio ha uno scioglimento logico od irrazionale. Ancora una volta, la Jackson si serve di un realismo ricco di particolari per descrivere le ricerche di Anne. Ma, a differenza de “La lotteria”, qui la vicenda assume sfumature di analisi di costume: l’affannosa ricerca della protagonista del proprio fidanzato è vista con malizia e malignità da molti personaggi secondari. “Lo sposo” si concentra nella caratterizzazione di una sola figura: la scrittrice crea un carattere timido e determinato, civettuolo ed appassionato, affettuoso ed orgoglioso, dimostrando, quindi, anche una non comune introspezione psicologica. Il terzo racconto, “Colloquio”, è un brevissimo scherzo ironico e crudele, in cui la situazione iniziale, nel giro di poche righe, si rovescia completamente, sorprendendo il lettore. La nota dominante è quella del grottesco.
Infine, con “Il fantoccio”, la Jackson coniuga originalmente il registro della più trita banalità - le chiacchiere di due amiche in un ristorante - con una situazione grottesca: anche in questo caso, il finale non può non sorprendere.


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