PAOLO SEGANTI
L'imbuto di latta abbandonato pp. 141 euro 12,50 Masso delle Fate 2009
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Alessandra Casaltoli
L’imbuto di latta abbandonato narra la storia realistica di una famiglia che è anche una favola; quella di oggetti e cose inanimate che pure riescono a trasmettere qualcosa di sé, perché nulla del nostro universo mondo esiste per caso, perché ogni pianta, animale, sasso, manufatto, ha un senso, se solo l’essere umano per un attimo riesce a fermarsi ed ascoltare. Abbiamo incontrato l’autore Paolo Seganti, famoso attore ed ex pugile, per parlarne insieme. Dal ring alla scrittura attraverso il palcoscenico: cosa porti con te di queste esperienze e perché la scrittura a questo punto della tua avviata carriera di attore? Il pugilato è lo sport di famiglia. Mio padre era un appassionato, io e mio fratello abbiamo combattuto nella nazionale. Sia il ring che il palcoscenico sono stati per me come una sfida al il mio carattere introverso, mentre la scrittura è il luogo dove posso rifugiarmi e riflettere, immaginare, fantasticare. Come si coniuga la tua professione di attore di fiction tv e cinematografico, con questa passione per la scrittura? Sui set tra una scena e l’altra spesso passano ore prima di avviare le riprese, dunque ho sempre occupato questo tempo scrivendo. Ho vari progetti e soggetti di cui scrivere. Da molti anni vivi negli Stati Uniti. Quali autori prediligi, quali sono le tue letture? Gli autori della beat generation, e John Fante che è un italo americano, come pure Ammaniti e i classici della letteratura fantastica e d’avventura, ad esempio Salgari e Verne. Sono arrivato alla scrittura proprio con i libri e la lettura che è fondamentale per il mio lavoro. Scrivere, leggere, recitare, sono come vasi comunicanti e in fin dei conti quello che succede in ognuna di queste attività è vivere altre vite mantenendo la propria, calarsi in ruoli, personaggi, immedesimarsi insomma, ed è molto gratificante. Vuoi parlarci di questo tuo primo testo? E’ una storia a ponte tra fantasia e realtà perché la sua genesi sono state le favole inventate da me e che racconto ai miei quattro figli. E’ una storia ambientata nel passato, una storia di emigranti, una storia difficile anche, se vogliamo, con una madre di famiglia che muore. Anch’io da bambino ascoltavo attentamente quello che mio padre raccontava sulla guerra che lui aveva vissuto, sul campo profughi dove era stato prigioniero ed ho scritto precedentemente anche di questo, cercando di mantenere l’incanto che un bambino ha qualsiasi cosa gli venga proposto di udire, mentre l’adulto ha il disincanto ormai e la fantasia stenta a decollare. Hai detto che scrivi sui set. Qual è il tuo metodo di scrittura nell’organizzare la trama di una storia? Di questa storia è nato prima il titolo e poi il racconto. L’imbuto di latta è un’immagine che mi ispirava e inizialmente ho scritto senza curarmi di pianificare la trama. Dopo ho sistemato il testo usando la tecnica che si adopera nelle sceneggiature, anche perché il plot è costruito su quattro generazioni di una stessa famiglia, dunque ci sono diversi personaggi e salti temporali. Dovevo avvalermi di una tecnica che mi consentisse di razionalizzare il sistema. Ne L’imbuto di latta abbandonato gli oggetti inanimati si animano e rivelano non soltanto capacità vitali ma anche affettive. Si, la vita è ovunque nella natura e la natura non è fatta soltanto da esseri viventi ma anche da vegetali e minerali. Anni fa sentii un noto scienziato parlare dell’universo e mi colpì una sua considerazione, e cioè che anche noi siamo fatti della stessa materia di cui sono fatte le stelle: minerali, gas, materiale che costituisce anche il nostro organismo, ha spesso le stesse molecole che compongono anche i corpi celesti. Cosa ti aspetti dalla critica? Spero sia positiva perché scrivere mi appassiona. Per adesso ho avuto un buon riscontro con il pubblico; questo testo verrà adottato in alcune scuole medie e questo mi spinge ad essere ottimista sul risultato che volevo raggiungere, dato che tutto è nato dai racconti per i miei bambini, a cui volevo trasmettere e insegnare dei valori. Così il cerchio si allarga. Il consenso del pubblico è importante. Pensi che il tuo libro verrà venduto soprattutto perché sei già famoso sul piccolo e sul grande schermo? Quando uscirono il film su Carnera e la fiction Elisa di Rivombrosa, in cui io recitavo, uscì anche il mio primo libro, Fuga dall’Ungheria. Venne presentato alla Fiera del libro di Torino e lì il cartellone pubblicitario riportò a caratteri cubitali il mio nome e in basso, molto più piccolo, il titolo del libro. Dunque sarei ipocrita a dire che non sarà la curiosità a spingere la gente a comprare il mio libro, ma spero che chi avrà voglia di leggerlo si abbandoni alla storia, come dovrebbe accadere sempre quando si prende in mano un libro.
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