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Sebastiano Addamo - Il giudizio della sera

RECENSIONI





Verso la reificazione della persona

SEBASTIANO ADDAMO
Il giudizio della sera
pp. 159, euro 8,60
Bompiani, 2008

Patrizia Danzè

A chi lo accusava di essere stato scandaloso nel suo “Rosso e nero”, Sthendal rispondeva che un romanzo è come uno specchio che uno porta lungo una strada e riflette ora l’azzurro dei cieli ora il fango dei pantani. E nelle strade di Catania porta il suo specchio Sebastiano Addamo con “Il giudizio della sera”, edito da Garzanti nel 1974 e adesso ristampato per i tascabili Bompiani. Una storia in cui la “formazione” di cinque ragazzi, tra i quali è eminente la voce narrante di Gino (chiaro alter ego dello scrittore), avviene attraverso una ricerca spasmodica e a tratti disperata del piacere, in un turbine di decadenza e di degrado che sconquassa una intera città. E’ il 1940 e non è un anno qualsiasi quello in cui Gino, lentinese, va a studiare al liceo, a Catania. I presagi della sventura della guerra ci sono già tutti: a cominciare dalla casa brutta, scura e umida in cui il ragazzo abita in affitto insieme a Carletto, Pippo, Gianni e Morico, e dalla strada in cui la casa si trova, stretta e sporca, con l’odore repellente di liquami infetti, umani e animali, di un quartiere popolare frequentato di sera da gatti e prostitute. E poi c’è la guerra, anche se, complice la mitezza dell’ottobre siciliano, Catania si offre ai ragazzi ancora dolce soprattutto al tramonto, quando la gente che sciama per le vie sostando nei giardini e ai bar recita con incosciente candore i riti di un mondo borghese che ancora non sa di contemplare la propria morte. Dunque, la guerra è così lontana, non più di una notizia di giornale (se non fosse per un professore che a scuola ne parla con l’entusiasmo di uno stratega), che ai cinque ragazzi, nella fase della scoperta del sesso, tutto sembra inebriarsi di erotismo vitale. Persino l’allarme aereo diventa un motivo di festa, un’occasione per stringersi un po’ di più a quei corpi di donna sognati e sospirati nelle interminabili discussioni serali degli amici sempre più presi dalla “tristezza della donna”. Poi, però, col passare dei mesi, insieme all’indolenza di pomeriggi estenuati da un sopore greve, cresce la tristezza della guerra, una guerra sporca che squarcia il velo di Maya dell’arroganza italica e porta, insieme alle notizie di sconfitte, i primi morti e soprattutto la fame, la povertà, lo scempio di una città che affonda sempre più in una cloaca di miseria sociale e morale. Improvvisamente, tutto diventa sporco e lercio, come se Catania, oppressa dal fascismo e violentata dalla guerra, perdesse il suo splendore e diventasse tutta un enorme, contagioso San Berillo con il lezzo del vizio che ammorba strade, piazze e case. La parola dello scrittore a questo punto non può che farsi specchio del fango che avvolge la città insieme ai vapori grassi della sporcizia e al fumo grigio delle bombe. Dice bene Sarah Zappulla Muscarà nella sua lucida introduzione al romanzo, e cioè che Addamo “denuncia, con l’incedere serpeggiante della corruzione, la mercificazione, l’alienazione, le distorsioni della logica capitalistica che, come avverte Alain Robbe-Grillet, conducono alla progressiva reificazione della persona”. Tutto, perciò, diventa un immenso mercato dove dignità, decoro e rispetto di sé vengono calpestati da indecenza, lerciume e sporcizia, a causa dell’ossessione di comprare e vendere qualcosa, anche il proprio corpo e la propria coscienza, per un pezzo di pane. Per tutti, ma soprattutto per Gino, che in conclusione di quell’anno vive un’esperienza sessuale deflagrante come le bombe che colpiscono Catania, è la fine di un’età, e l’inizio di un’altra, dice Addamo, “senza nome e senza scampo, l’età violenta, ferrea, dura, del parricidio”.

SECONDA LETTURA

Alfio Siracusano


C’è un dato non controvertibile nella lettura postume – e questa del primo romanzo di Sebastiano Addamo, uscito con Garzanti nel 1974 e ora ristampato da Bompiani con prefazione di Sarah Zappulla Muscarà (Il giudizio della sera), è prima di ogni cosa una lettura postuma: ed è che chi rilegge non legge più con gli occhi della prima lettura, che allora non poterono giovarsi del senno di poi. Ora il senno di poi è diventato per intrinseca necessità senno del presente, ed è dunque impossibile rileggere Il giudizio di Addamo senza sovrapporgli ciò che è venuto poi: l’altro romanzo Un uomo fidato, la sua esperienza di poeta, l’arco intero di un’esistenza che si spense alcuni anni fa ma aveva già allora, ora lo capiamo bene, i crismi della definitività. Che era quella di un uomo che veniva dal romanzo, e allora lo praticava, ma sapeva che sarebbe approdato alla poesia – che fu poi in lui distillato di pensieri disperati – e che in ogni pagina di romanzo o saggio o poesia che fosse, si misurò, e continuò fino in fondo a misurarsi, col rovello di un pensiero mai consolatorio (perché la letteratura, scrisse, deve inquietare: o non è) e sempre impietoso nel decifrare scavandola la realtà delle cose. Che quasi mai dice quello che sembra (che è in lui lascito pirandelliano ma anche riflusso ultimo di parentela col conterraneo Gorgia, pensato in chiave democritea), e necessita della costante ermeneutica dell’onesta ragione. Come avvenne per Regillo, il protagonista dell’altro romanzo, quasi contemporaneo al Giudizio, cui proprio Kant chiarì la via dell’ultimo operare. E forse l’uccisione di Foti, atto di paradossale razionalità, fu premonizione, ma questo è un altro discorso, della tragica stagione del terrorismo, perché ci fu anche un terrorismo di ingenui disperati.

La conclusione di questo ragionamento è che il giudizio che diamo oggi del Giudizio della sera è anch’esso un giudizio della sera nel senso che diceva Nietzsche, opportunamente ricordato dalla curatrice Muscarà: giudizio conclusivo, di “chi ripensa all’opera della sua giornata e della sua vita, quando è arrivato stanco alla fine <e> giunge di solito ad una malinconica considerazione…”. Che vuol dire, nel caso specifico, leggere in questo libro una specie di lucida anticipazione del futuro percorso di Addamo, cui tutto fu subito dolorosamente chiaro, come se la rassegnata putrescenza che scorre nel Giudizio si portasse appresso il destino di non riuscire mai a trovare una benda qualsiasi che la medicasse. Nel Giudizio domina la prostituzione. Ma che altro fu, nell’altro romanzo, la vicenda di Regillo se non un arrendersi alla prostituzione dei tempi? Un prenderne atto? Una conferma disperata che la dignità dell’uomo vale più di tutto, perché in ogni uomo c’è sempre una dignità, come una dignità c’è sempre in ogni prostituta, fosse pure la più repellente? Che sono concetti espressi nel Giudizio della sera, fondativi del suo contenuto etico.

In verità nella Catania del Giudizio, che racconta gli anni della guerra, c’era già l’Italia del tempo in cui il romanzo fu scritto, che furono i primi anni settanta (gli anni di Regillo, del “compromesso storico” mai capito da Addamo), e l’eccesso di lordure che Addamo rovesciò in quelle pagine fu assai più di un dato realistico che indubbiamente ricorre nelle città percorse dall’esperienza della guerra – o della peste, come era stato nel modello dichiarato della Orano di Camus. Fu invece, già allora, un giudizio mai modificato sulle sorti dell’uomo, sulla vita, sul niente che la svuota o, che è lo stesso, che la riempie. Dice nulla la conclusione dell’esergo attribuito a Marx, dove si afferma che la prostituzione “è – nel presente – l’intuizione di un destino futuro”? O non è la spia di un pensiero che mai avrebbe abbandonato Addamo, che l’uomo si porta appresso un destino di degradazione, di irredimibilità? E vorrà pur dire qualcosa il fatto che nel romanzo non esista, di fatto, il positivo. L’amore vi sembra tirato fuori dal cupo materialismo di Lucrezio, ridotto a nient’altro che squallida debordante sessualità. La religione vi è soltanto santini appiccicati al muro, la politica – al di là del fatto contingente che i fatti si svolgano negli anni del fascismo (e che lo stesso fascismo mostri di sé la faccia putrescente) – vi è solo trista e ipocrita rappresentazione di velleità imbelli, come appare chiaro dal racconto che Addamo fa del taglio dell’albero di Arnaldo traendone anche il pretesto per dirci della specularità delle opposizioni riguardo ai partiti al potere: che vuol dire la resa all’immutabilità delle situazioni date, la coscienza lucida del male, o del malaffare, come condizione unica del vivere. A trent’anni di distanza non è peregrino dire che Addamo aveva avuto la vista lunga. Discendeva da qui anche il suo moralismo, che colloca i suoi libri in un crinale che sta in bilico tra il romanzo e il saggio. E da qui anche il suo non limitarsi mai ai fatti, dei quali cercava sempre la ragione morale. Nelle lunghe parentesi che interrompono, ma in realtà integrano, il racconto del Giudizio, nell’impianto strutturale dell’Uomo fidato, nel retroterra di ogni suo verso quando scelse di essere solo poeta.

Che era anche l’abito inquietante del suo essere intellettuale “militante”, engagé senza ingaggio, seminatore di dubbi come Socrate, disincantato sempre nel non arrendersi alle apparenze. Come anche Sciascia che fu suo riferimento costante, o Bufalino, o altri siciliani scettici. Sotto questo profilo diventa riduttivo, forse anche sbagliato, insistere troppo nella lettura di questo libro sul dato autobiografico e dire, per esempio, come ancora fa la curatrice, che Addamo è Gino, il giovane studente liceale proveniente da Lentini (in realtà Carlentini) che va a studiare a Catania negli anni della guerra. Lo è certo per alcuni riferimenti biografici, per l’essere lui la voce narrante, per i paesaggi e gli odori dei suoi luoghi e per il giardino di arance che il padre possiede (che detta allo scrittore pagine assai belle sulla “mistica” delle arance), ma la sua coscienza, e quindi la sua vera identificazione, è in Morico, lo studente povero di Scordia che conosce la fame e non riesce a sfuggire al suo destino di contadino e però ha per l’appunto la “coscienza” delle cose, forse anche la pena del “giudizio” in una sera anticipata dalla lezione del dolore atavico della vita, sua e degli altri come lui: che lo ha condannato ab aeterno, come le prostitute dell’esergo. Morico infatti si interroga, smonta i congegni della propaganda fascista, uguali in tutte le propagande, coglie le contraddizioni dei fatti, usa la ragione di Kant senza conoscere Kant, e lo fa quietamente, senza alzare i toni, nella rassegnata malinconia di chi è nato sconfitto. Che fu poi la filosofia di Addamo, dei suoi tanti personaggi piccolo borghesi, che soprattutto nei racconti avrebbero trovato posto, dei suoi versi che già dicevano e meglio avrebbero detto poi le amare raggelanti verità. Soprattutto quelle scomode. Perché questo Socrate che fu Addamo si nutriva anche di Sartre e di Heidegger, aveva con Nietzsche convenuto una volta per tutte sulla morte di Dio, né mai lo abbandonava il fantasma insieme terribile e rassicurante, perché lo accompagnava nella sua tristezza senza speranza, di Dostoevskij.

Resta poi da dire del libro e della sua scrittura, intendo la godibilità della lettura, la sapiente costruzione della sua materia, la funerea disarticolazione della putrescenza ridotta a spasimo di sensi schifati, travolti dagli odori nauseabondi del piscio, dallo spettacolo delle prostitute che dilagano da ogni parte e si fanno sfacciate della sfacciataggine della fame, mentre la merda invade i marciapiedi e le cimici si insediano in tutti gli interstizi. Nel silenzio dei vicoli senza più gatti, mangiati per la fame. Va da sé che in un mondo come questo i miti cadano tutti, i tempi si azzerino, e unica certezza diventi, per Gino che racconta, ciò che Gino ancora non capisce e che l’autore ha invece ben capito. I padri sono lì, a raccogliere i loro figli dopo il bombardamento di Catania che è il punto ultimo della discesa agli inferi, ma sono morti anch’essi, i padri, perché è il loro tempo ad essere finito. “In quel momento, racconta Gino ma in lui parla l’adulto Addamo, finiva l’età dei Padri e un’altra stava cominciando, un’altra senza nome e senza scampo; entravo – senza averlo voluto, senza ancora saperlo – definitivamente entravo nell’età violenta, nella ferrea, dura, chiara età del parricidio”. Ma già prima in verità il parricidio era stato consumato. Già prima questi ragazzi erano adulti senza saperlo.

Quest’età era dunque senza nome e senza scampo. O forse col solo scampo dello stile, del distillato di bellezza che le parole anche più putride si portano appresso. Il tema – lo stile di Addamo – meriterebbe certo ben altro approfondimento, ma sta forse qui, nel sapore dolceamaro delle parole, in definitiva uniche consolatrici, la radice di ciò che è stato detto il barocco di Addamo, che è poi il dire con delicatezza di suoni l’osceno contrario della realtà: il piscio diventa allora “giallo liquido renale”, la merda “plumbeo vapore fecale” o “vasto putrescente addobbo escrementizio”, e non sarebbe difficile continuare. Che sono fiori nel deserto del male, altra faccia del silenzio che rivela la realtà. Che può anche voler dire, per usare una citazione della curatrice, che già in questo libro “il silenzio comincia a essere l’unico modo di parlare, lo spazio del soggetto si restringe, la parola come espressione di reagire e modo di solidarietà, si spezza. Le ragioni dell’individuo collimano con l’afasia” (da Oltre le figure). L’afasia è qui la misura asciutta, la costruzione letteraria del periodo, il ricorso frequente alle figure retoriche. Perché anche l’afasia richiede che le si paghi un prezzo.



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