FRANCESCA SANVITALE
L'inizio è in autunno
pp. 210, euro. 17,50 Einaudi, 2008
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Roberto Deidier
Cosa insinua, nella mente di chi legge, un titolo come L'inizio è in autunno, con la sua esibita antitesi tra qualcosa che sta per cominciare e la stagione del declino per antonomasia? Una lontana eco da un famoso verso di Eliot, "In my end is my beginning" ("nella mia fine è il mio inizio") sembrerebbe rinviare, nella memoria letteraria, a una condizione tipicamente novecentesca, al rinvenimento e all'accettazione di una circolarità del tempo vissuto, lasciando agire ancor prima di aprire il libro e di entrare nella sua trama, l'idea di una grande suggestività metaforica. Certamente questo nuovo romanzo di Francesca Sanvitale muove, su un solo piano del racconto, più livelli di significato, ma l'autunno di cui si parla è anzitutto lo scenario sul quale si dispongono le vicende dei personaggi, si sarebbe tentati di dire dei protagonisti; sì, perché l'abilità di ogni singolo tratteggio, la sapienza da vero artigiano della scrittura, doti ormai rarissime nella nostra narrativa, restituiscono non dei caratteri appena abbozzati, ma delle figure a tutto tondo, pienamente connotate nei loro dissidi e nelle loro contraddizioni, scandagliate ciascuna nei recessi più intimi della loro natura. E neppure l'etichetta di romanzo psicologico, tuttavia, basterebbe a orientarci, a contenere la densità e la complessità di questa ultima prova, che abbraccia più generi e tutti li contiene e li domina; come se il libro fosse, e come probabilmente è, una sintesi mirabile delle varie direzioni che la scrittura di quest'autrice ha frequentato, dall'autobiografismo al genere storico, dalla psicologia alla fiaba, ma sempre facendo intendere che dietro il fluire degli eventi, da qualsiasi osservatorio ci si ponga, in qualsiasi prospettiva li si incornici, fa capolino qualcosa di ineffabile a muovere desideri e istinti e a farne trame. Michele è un giovane psichiatra che si accinge a scrivere un libro sui principali casi che ha seguito, in vista di un concorso universitario. Nella difficoltà di questo avvio, s'imbatte in Hiroshi, un restauratore di origine cinese, che ha collaborato alla ripulitura del Giudizio universale nella Cappella Sistina. Attraverso questo personaggio, che già di suo rappresenta un mondo ibrido e misterioso, Michele si addentra sempre più in una dimensione finzionale dove scrittura e vita, letteratura ed esperienza si scambiano incessantemente di ruolo in un intrigante gioco delle parti. Il dubbio, "ragno da fantascienza", si impossessa del modo in cui guarda alla realtà e se certo rimane possibilità di un esercizio critico, è altrettanto plausibile che esso intervenga ad ampliare la necessaria distanza tra gli uomini, lasciando "solo sospetto e paura". Se, dalla sua, Hiroshi è un artista al quadrato, in quanto artista del rifacimento, anche Michele, nel personale percorso di stesura del suo libro, si scontra immancabilmente con quella parte oscura che irrazionalmente devia le esistenze dei suoi pazienti, senza mai riuscire a sondarne pienamente le ragioni. La sua è una progressiva chiarificazione che lo porta a interrogarsi sulla naturalezza degli impulsi, sulla genuinità delle sensazioni una volta che questi, attraverso il linguaggio delle parole o quello dei colori, si traducono in immagini. Il suo rapporto con Hiroshi scandisce proprio questa acquisizione di consapevolezza nei confronti delle immagini, a partire da quella che condensa l'essenza stessa del modello culturale occidentale: il volto di Cristo al centro del celeberrimo affresco di Michelangelo. L'opera diventa un punto di tensione, una vera e propria ossessione: Francesca Sanvitale dedica a quella rappresentazione dei destini brani di rara efficacia e intensità, come quando, per bocca di Hiroshi, Cristo si mostra non più come giudice superbo ma come un giovane uomo agito da un "dolore segreto", da un'innocenza che soccombe a una volontà superiore o che semplicemente è costretta ad arrendersi davanti allo spettacolo dell'umana natura. "Uomo tra gli uomini, addolorato testimone" e non più fine ultimo della Storia, il suo volto diviene il formidabile strumento che narrativamente rimuove ogni scontato teleologismo e ci riporta al punto di partenza, allo scandaglio dell'umano nella sua complessità e nella sua facoltà di elaborare immagini della propria vita. Al punto che può essere cancellato (distrazione, incidente, complotto?) ed è questa la rivelazione del restauratore a Michele: il suo racconto, il suo processo finzionale,non arriverà mai a chiarirsi, poiché è nel dubbio stesso la capacità di potersi rileggere e di avviarsi nuovamente alla comprensione di sé. Hiroshi si accusa, in un accorato colloquio con Michele (si tratta di una confessione? O di un delirio? O della finzione di un delirio?) di aver cancellato quel volto e questo evento, vero o sognato, indotto o casuale, non resta privo di conseguenze nella vita del protagonista e nella rivisitazione dei casi da lui seguiti. Francesca Sanvitale ci consegna con questo libro all'esercizio di una risposta che non sarà mai definitiva, ma fonte inesauribile di senso, come è della grande letteratura: a partire da Addio di Balzac, vero e proprio motivo di fondo e forse un'ulteriore spia, piuttosto che un esibito omaggio, degli ingranaggi segreti del romanzo.
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