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Santagata Marco - Voglio una vita come la mia

INTERVISTE

 

Illusioni e colpe di una generazione fortunata

MARCO SANTAGATA
Voglio una vita
come la mia

pp. 158 euro 14,00
Guanda, 2008

Alessandra Casaltoli

Marco Santagata (Premio Campiello 2003 con Il maestro dei santi pallidi) è una persona capace di comunicare emozioni. E' quello che accade anche nel suo ultimo romanzo, Voglio una vita come la mia, brocardo che ripete l'Aristotele del "Voglio conoscere una persona come me" per indicare uno stato di pacificazione di benessere, di gradita convivenza con se stessi ma anche con il mondo. Santagata evoca il tempo diviso tra due Italie felici: quella dell'immediato Dopoguerra e quella del Sessantotto: a designare un tempo che è fortunato per quanti sono nati tra il '46 e il '50, un tempo innanzitutto privo di guerre. Ne abbiamo parlato con il docente pisano, ma partendo da più lontano
C'è un suo testo, Il salto degli Orlandi, un erudito gioco narrativo in cui i due protagonisti dei celebri poemi dell'Ariosto e del Boiardo decidono, per noia e ribellione, di passare l'uno nella storia dell'altro. E' stato così anche per lei quando da petrarchista e docente di letteratura di fama internazionale ha deciso di diventare anche scrittore? C'è stato un momento di passaggio, il 'salto' da un ruolo all'altro?
In realtà non c'è stato un salto, è stato un percorso progressivo che mi ha portato dalla critica letteraria alla narrativa. Mi sono accorto che i miei testi avevano un impianto di tipo narrativo, penso ad esempio a I frammenti dell'anima, un saggio su Petrarca scritto nel novantadue. Dopo sarebbe stato impossibile tornare indietro ad una critica strettamente accademica. Ecco, se vogliamo parlare di 'salto' possiamo riferirci alla consapevolezza conseguente alla frattura che c'è quando si passa da una metodologia critica ad una metodologia puramente narrativa. L'input comunque, per me è nato da un lavoro di studio sulla letteratura, non è alternativo a quello.
E' più piacevole scrivere o insegnare?
Non credo si possano fare delle graduatorie. Insegnare è piacevole, distensivo. Ma scrittura e insegnamento regalano due tipi di gratificazione completamente diverse, seppure ugualmente intense. Scrivere non è sempre piacevole. Spesso è faticoso, anche doloroso talvolta. Eppure, una volta iniziata a percorrere questa strada, anche di quella fatica e di quel dolore non se ne può più fare a meno.
Il suo romanzo L'amore in sé, è stato presentato all'Università di Bologna da un suo concittadino celebre: Vasco Rossi. Un caso dettato da logiche di marketing o un messaggio, un segno di continuità tra poesia e musica, tra mondo accademico e realtà giovanili?
Non ci sono state tante implicazioni economiche in questo evento. Certo, la presenza di un cantante come Vasco da un punto di vista promozionale era importante ma è stato più un gesto di amicizia da parte sua, dato che a quella presentazione c'erano molti amici, nostri compaesani.
Natalia Ginzburg scrisse che la letteratura è una di quelle cose di cui non si ha la percezione immediata e pratica dell'utilità, eppure non se ne può fare a meno. La letteratura ci migliora e ci accompagna sorreggendoci anche quando si è inconsapevoli del suo supporto. Con quale spirito oggi, in un'epoca in cui tutto è misurato in base al profitto, in un paese, l'Italia, in cui il livello di istruzione resta il più basso tra i paesi europei, in cui non viene dato spazio alla ricerca, in cui la media di testi letti in un anno pro-capite, non arriva a tre, si continua a insegnare letteratura e si continua a scrivere?
Il bello della letteratura è la sua inutilità. E proprio per questo è utile. In un'epoca in cui tutto si misura con il metro del valore monetario, un'attività 'inutile' che non rientra all'interno di questa logica, è un'attività che già per questo ha valore. Inutili sono anche i discorsi sulla letteratura, su quello che procura frequentandola, sui benefici, gli effetti. Sono discorsi vuoti. La letteratura, come ogni altra forma d'arte cerca di procurare quello che viene chiamato piacere estetico, che emerge dalla possibilità di identificarsi con ciò che si legge. Il piacere estetico è prima un bisogno, poi un effetto. In questo senso la letteratura va incontro a uno dei bisogni primari dell'uomo. E' pur vero che la letteratura rientra in un discorso culturale più ampio, è vero che può anche educare al rispetto, può servire a conoscersi meglio, ma questo viene dopo. Il dato primario e la funzione essenziale della letteratura è quella di procurare piacere.
E con quale spirito dunque si insegna ad apprezzare questa forma d'arte?
Nell'insegnamento, la saggistica letteraria non è più tra le discipline primarie, è in crisi in tutto l'occidente, non solo in Italia. Il pubblico non ha più la mediazione del critico, quindi il lettore si trova direttamente a contatto con il libro senza che gli siano forniti strumenti che lo aiutino nella scelta e nella comprensione. Probabilmente è un male, ma il sistema culturale occidentale si è orientato a marginalizzare i discorsi sulla letteratura proprio in un momento in cui invece questa, sta conoscendo un grande interesse di pubblico. L'insegnamento non può non tenere conto di tale situazione, nel senso che un buon insegnante oggi, deve tramandare alcune cose del passato, bisogna capire che esiste anche un fenomeno storico, legato alla letteratura e questo fenomeno storico va conosciuto. Contemporaneamente bisogna far capire che l'essenza della letteratura sta da un'altra parte, non nella sua storia ma nella sua attualità.
L'Italia è il paese delle caste, delle clientele, dei favoreggiati. In Italia ci sono più scrittori che lettori. Eppure le scuole di scrittura si moltiplicano e i premi letterari sono subissati di manoscritti. Dunque non ci scoraggia né il sistema, né l'ignoranza. E' pronto il mondo accademico ad offrire un'alternativa efficace alle proposte di una piccola e media editoria quasi sempre a pagamento, a selezionare i 'talenti' in base al merito, a fare da vivaio per le aziende editoriali? Dunque per un giovane aspirante scrittore, a chi è più opportuno rivolgersi?
Il mondo accademico non è affatto pronto a sostenere queste richieste, anzi, è sempre più chiuso in sé stesso, distaccato dai processi reali della cultura letteraria. Non avendo più un pubblico, essendo stato marginalizzato il lavoro scientifico letterario, critico, siamo sempre più lontani da quella che un tempo si chiamava la militanza. Se parliamo di comunicazione, che è il settore trainante oggi, l'osmosi tra mondo del lavoro e università è copiosa. Se però passiamo al settore specifico della produzione letteraria, lì c'è una frattura sensibile. Un giovane scrittore deve scrivere, non accontentarsi, cercare di migliorare sempre. Gli aspiranti scrittori hanno prevalentemente un unico obiettivo: quello di pubblicare il più in fretta possibile i loro testi. Ecco che entrano in scena le case editrici che richiedono un pagamento e chi si piega a ciò non ha il senso della dignità del suo lavoro. Infatti la narrativa italiana di oggi, come media è molto decorosa, forse più che in passato, ma mancano le punte di eccellenza.
Quanto hanno pesato i 'modelli' letterari di cui lei è studioso e ricercatore, mi riferisco soprattutto alla caratterizzazione dei personaggi femminili, nella vita e nell'opera.
Hanno pesato ma non tanto sui personaggi femminili. Piuttosto sull'impostazione di fondo. Se prendiamo Voglio una vita come la mia, che si presenta come spudoratamente autobiografico, vediamo che in realtà rientra in un genere letterario che si chiama autofiction. Esibire l'autobiografia, che poi si rivela una falsa esibizione. E' finzione autobiografica appunto, un modo di scrivere che adesso è di moda ed ha radici lontane. Io l'ho imparato da Petrarca che era un maestro nel mescolare realtà e finzione.
"C'è sempre qualcosa di vero, anche nelle cose immaginarie". E' una frase di Hemingway. Nelle sue narrazioni, soprattutto nei romanzi della nostalgia, L'amore in sé, Papà non era comunista e nell'ultimo Voglio una vita come la mia, c'è comunque, nonostante l'espediente dell'autofiction, molta autobiografia, non è vero?
Si ma si deve tenere conto che anche quando non è finzione, l'autobiografia in letteratura rientra all'interno di un discorso fittizio, non va mai presa come dato assolutamente veritiero. D'altra parte anche ciò che è pura invenzione contiene elementi autobiografici. Qualsiasi genere di scrittura è sempre autobiografica, non solo la scrittura creativa, anche la saggistica lo è. Il fatto è, che chi scrive saggistica molto spesso non è consapevole della quantità di autobiografia che sta mettendo in quello che scrive, mentre io credo che un buon saggista debba essere consapevole che sta scrivendo di qualcuno e contemporaneamente di sé stesso.
In Voglio una vita come la mia, è scritto: "E siamo arrivati a noi, i nati fra il 1946 e il '50 […]. Noi siamo i frontalieri della storia". E ancora in Papà non era comunista, riferendosi a suo figlio: "Mi dispiace per te, caro ingegnere, ma tu non sei il nuovo. Sei l'ultima scheggia che sta per staccarsi dal tronco del passato. Tu puoi ancora ricordare, e questa memoria è quella che ti frega". Con queste affermazioni sembra quasi voler negare alle generazioni successive, l'autonomia del cambiamento. Come voler relegare 'i tagliati fuori' in una passività sedata da eventi minori, che non potranno mai competere con quelli che sono stati gli ideali e le rivoluzioni della vostra generazione 'eletta'.
No, è il contrario. In quest'ultimo romanzo il messaggio è che le generazioni successive non hanno potuto custodire la fortuna che è toccata alla mia, poiché questa non ha lasciato molto da custodire. Noi, i nati fra il 1946 e il '50, abbiamo potuto godere, per varie circostanze storiche, di privilegi che le generazioni precedenti non avevano avuto. Il benessere venuto tutto insieme, l'equilibrio della pace garantita, ci hanno fatti illudere in Italia, che saremmo stati capaci di costruire qualcosa di speciale sulla base di questi privilegi. Una società perfetta. Poi nel tempo, ci siamo resi conto, e questo è il fondo molto amaro del libro, che non ne siamo stati capaci e che abbiamo sciupato anche quello che c'era di bene.

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