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Saffo - La dolce eresia di Eros

RECENSIONI

 

La dimensione irenica della meraviglia

SAFFO
La dolce eresia di Eros
(a cura di Alfio
Siracusano)
pp. 180, euro 12,50
Barbera, 2008

Alfio Siracusano


A Saffo la bella, il dáimon diede in sorte di essere la poetessa dell'amore, per quei disegni imperscrutabili della týche della quale siamo tutti figli. Ma si sa, la sorte a chi dà una cosa a chi dà un'altra e a Saffo la "pura, dal riso di miele, dal crin di viola", come il suo fratello d'arte Alceo dolcemente la apostrofava, diede un doppio dono, quello di cantare l'amore, non solamente di viverlo. Saffo, in verità, di amori ne ebbe tanti: amava Lesbo, la sua bella isola, la più grande dell'Egeo nord-orientale, nella quale ebbe i natali (che fosse Ereso o Mitilene, nulla importa, al di là della evidente rivalità campanilistica tra le due città). La amava di un amore speciale, anche perché feconda della meravigliosa fioritura melica di cui sia la poetessa che il suo caro Alceo sono i figli più noti. E come non avrebbe potuto sentire sua l'isola dove, secondo la leggenda, era approdato il capo d'Orfeo, reciso dalle donne di Tracia? Da essa partì in esilio, si dice, per un'altra isola, fatale e fatata, la Sicilia, dalla quale, tuttavia, tornò a quel suo tiaso di allieve e compagne, un'etairìa borghese e insieme trasgressiva. Dall'amore per la sua isola, da Lesbo e Mitilene, inizia la storia dolce e avvolgente che Alfio Siracusano dedica a Saffo, una storia d'amore che peraltro non ha la pretesa di aggiungere nulla di nuovo a quel che dell'icona-Saffo già si conosce (compresa la capziosa lettura di Ovidio, che piega una Saffo bruttina e infelicemente innamorata di Faone ad emblema della sua stessa formazione elegiaca), e senza neppure tacere le letture meta-ipertestuali che di Saffo e del saffismo nei secoli sarebbero seguite. Una storia d'amore sì, perché la poetessa amò il suo Alceo, la sua famiglia, il marito Cercila, la figlia Cleide, i fratelli Larico, Carasso ed Eurigio, le sue allieve e il suo tiaso. E non poteva non amare la natura, o, meglio, quel che i romantici hanno chiamato il sentimento della natura (indimenticabili sopra tutto le immagini amene di boschetti di meli e acque fresche, ombre di rose e brezze leggere, belle rugiade e cerfogli delicati e i suoi pleniluni che con il corteo di stelle hanno fatto scuola ai notturni di decine di geni poetici). E naturalmente amava la musica, la danza, il canto, insomma tutto ciò che era aristocraticamente raffinato. Forse nelle intenzioni dell'autore di questa "dolce eresia di eros", era svolgere una lunga, accurata premessa, scritta peraltro con squisita sensibilità ed eloquente gusto della parola dotta, alla "sofferenza" del tradurre, impresa, dice lo studioso, "da far tremare le vene e i polsi". Certo, è difficile comprendere ciò che di meraviglioso possedeva Saffo (thaumastón la disse Strabone, e thaumastón è termine che condivide la "dimensione irenica" della meraviglia, per dirla con Emanuele Severino, con l'angosciato terrore di fronte a ciò che è sconosciuto, e cioè il tempo e il divenire, e le trasformazioni con cui il mondo deve misurarsi). Un grande grecista come Ettore Romagnoli diceva che le parole di Saffo sono insieme linea, colore, nota; e ancora aggiungeva come la loro compagine sia un perfetto accordo in cui ogni suono armonizza con il senso di ogni vocabolo. La forza di quell'accordo perfetto è una vibrazione talmente alta, un canto così puro che ogni traduzione ha timore di guastarne l'armonia. Eppure, proprio dopo che la vicenda terrena di Saffo, donna e poetessa, viene dipanata tra canti e danze in onore delle muse, tra brucianti passioni e gelosie, tra battaglie d'amore dove la posta in gioco è la stessa areté femminile e partenze che trasformano il puro gioco d'amore in addii tormentosi e desiderio di morire, la traduzione di quei versi immortali diventa plausibile e giusta. Affinché gli abbandonati amori cantati dalla piccola grande poetessa dai capelli di viola ritornino in gaudio nel silenzio del cuore e di esso curino le ambasce come solo il phármakon della poesia può fare.

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