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Russo Albert - Sangue misto

INTERVISTE

 

Aprirsi al mondo e conservare le tradizioni

ALBERT RUSSO
Sangue misto
pp. 206, euro 14,50
Coniglio, 2008

Andrea Caterini

Sangue misto (Coniglio, 2008) di Albert Russo, è un romanzo che racconta del rapporto dell'uomo con le scoperte della vita. Léopold K. Wilson è un bambino mulatto che è stato adottato da un americano trasferitosi nel Congo belga. Ad educare il ragazzo, oltre al padre, c'è una donna burbera e decisa, Mama Malkia (tradotto Regina Madre), ma pronta a porgere la spalla agli interrogativi di questo figlio che sente suo. Lei, che dovrebbe limitarsi ad essere la serva dell'uomo occidentale che ha deciso di adottare il bambino, finisce invece per diventare l'alterità dell'uomo, il polo opposto da cui i due mondi (l'Africa e l'America) si scontrano. Perché la prima scoperta del ragazzo non sono le conseguenze della sua adozione ma il fatto stesso di rappresentare carnalmente quello scontro di civiltà. A chi appartengono le sue origini?
È proprio grazie al paesaggio esterno che abita - la colonia di Elisabethville dove i belgi costringono i congolesi alla schiavitù, pur servendosi di loro per allevare i propri figli - che il ragazzo scopre di vivere quello scontro dentro di sé e ne chiederà ragione al padre. Ma tutto il libro è giocato su un doppio piano narrativo in cui si alternano la voce del ragazzo a quella diaristica del padre, Harry Wilson. Se la scoperta è dapprincipio una lotta è vero pure che questa non si risolve esclusivamente in una dualità di origini. La scoperta è anche quella del sesso, raccontato come fosse lo sbocciare di un evento nuovo per Léopold, che denuda l'omosessualità paterna senza fargliene una colpa ma col dubbio che pure lui possa vivere la stessa esperienza (come se l'omosessualità fosse una malattia ereditaria ai suoi occhi di ragazzino). Ma il sesso è anche la scoperta della sua stessa possibilità di essere padre a sua volta. È proprio con una nascita, infatti, che il libro si apre, e il nascituro è proprio il figlio di quel ragazzino mulatto che un tempo era stato adottato. Russo sembra interrogarsi pure, e soprattutto, sulla paternità. Cosa significa essere padri, ed è necessario avere un legame biologico per sentirsi addosso la responsabilità di un ruolo? Allora, quel "sangue misto" del titolo forse non allude solamente a una dualità delle origini di Léopold ma sembra anche appartenere a un grado diverso di parentela. Si è padri, sembra dirsi Albert Russo, nel momento in cui si è scelto - o ci si è accorti - di esserlo, di diventarlo. Mista, quindi, appare la natura stessa della vita, il suo destino - lo svelarsi in un coagulo che fa del sangue non più soltanto un rapporto di parentela ma un legame diretto con ogni essere umano. E' così?
"Il meticcio nella colonia - spiega l'autore - soffre doppiamente perché: a) rappresenta il peccato (la chiesa cattolica era importantissima nel Congo belga), e dunque è visto male dai bianchi; b) non è neppure accettato dagli africani perché va contro la tradizione tribale. Però in città poteva anche essere considerato "superiore" se faceva parte dell'ambiente coloniale. La paternità di Harry è anche una doppia trasgressione / provocazione: adotta un meticcio, essendo lui omosessuale, dunque qui va contro la chiesa e la morale coloniale. Ha un certo coraggio a farlo. È anche una rivendicazione nei confronti del padre americano omofobo.
Ciò che colpisce, di primo acchito, nel romanzo è lo scontro di due civiltà: quella occidentale e quella africana. A mettersi in risalto è spesso una caratterizzazione che fa dei personaggi occidentali uomini pieni di paure (paura che deriva dall'ignoranza di non conoscere cosa hanno di fronte) e dall'altra l'allegria, l'ottimismo, sarebbe meglio dire la piena fedeltà alla vita che caratterizza gli africani (nonostante anche loro dimostrino diffidenza alle usanze dell'uomo occidentale). Cosa l'ha mossa a raccontare questo scontro?
Durante la colonizzazione, l'uomo bianco arriva con il suo complesso di superiorità, ma è anche convinto di portare la civiltà occidentale agli africani e di dargli la luce. I missionari sono conviti di fare del bene, e spesso è anche vero perché si dedicano alle popolazioni indigene, però senza capire la loro cultura. A un certo punto tu scrivi che i Belgi li trattavano come schiavi. No, questo è una grande esagerazione, ripetuta da parecchi giornalisti occidentali, perché bisogna ammettere certe verità, per esempio, che, paragonati agli altri colonizzatori che conosco - ho vissuto quattro decolonizzazioni: Congo belga, Rwanda-Burundi, Rodesia (Zimbabwe) e in un certo modo il Sud Africa con la caduta dell'apartheid - i Belgi erano i più miti, e anche se hanno peccato come colonialisti, avevano costruito più di 3000 ospedali e dispensari lungo un paese 80 volte più grande del loro, sradicando malattie tropicali che uccidevano gran parte della popolazione indigena (tutte malattie ed epidemie che purtroppo sono ritornate oggi) stabilito infrastrutture ingenti, ferrovia, strade, connessioni fluviali ed aeree, le prime tre quasi totalmente distrutte. I miei amici africani riconoscono questi fatti, è solo riconoscendo la realtà che si può sperare di ricostruire il futuro, non negandolo. I Belgi, al contrario dei francesi e degli Inglesi che avevano preparato una élite africana, e non si preoccupavano assolutamente del popolo, avevano alfabetizzato milioni di congolesi, sia nelle loro lingue che in francese, ma non andavano oltre, considerandoli come bambini. Quello belga era un paternalismo benevolo ma accondiscendente, dunque colonialista lo stesso.
Cosa è cambiato nel rapporto tra mondo occidentale e africano dagli anni Cinquanta (periodo in cui è ambientato il suo libro) a oggi? L'uomo europeo ha ancora un atteggiamento colonizzatore nei confronti di ciò che chiamiamo volgarmente "terzo mondo", o peggio, "mondo non ancora civilizzato"?
Quello che è cambiato dagli anni 50, e soprattutto 60, il decennio delle indipendenze, nel caso del Congo ex belga, è che il Belgio, spinto dalle grandi potenze, sia occidentali che sovietiche e cinesi, hanno dovuto dare l'indipendenza ai congolesi in meno di due anni, quindi l'impreparazione ed il caos che ne è seguito è stato grande. Qui, la responsabilità è di tutti. Le tribù e le numerose etnie (da 200 a 300, in un paese grande come l'Europa occidentale) si sono scontrate e i massacri si sono seguiti, molto più che i massacri di europei durante lo stesso periodo. Oggi c'è nella mente occidentale un grande senso di colpa. Bisogna oltrepassare questo sentimento, perché e assolutamente controproducente. Ammettendo gli errori e i crimini del passato, non bisogna giustificare, come fanno tanti qui, gli orrori provocati dai tiranni di certi paesi, come Bokassa, Idi Amin, Mobuto, o adesso Mugabe, capi corrotti che hanno insanguinato il loro paese e fatto regredire, non di 50 anni ma di 100 anni, avendo distrutto le infrastrutture moderne. Bisogna ammettere anche che le multinazionali hanno appoggiato questi tiranni e che questo deve finire. Dopo il genocidio rwandese, dove c'erano un milione di Tutsi e molti Hutu (con i quali sono andato a scuola per 6 anni, e tra questi c'erano dei miei amici che sono stati trucidati durante questa orribile strage), c'è stata e continua ad esserci la guerra interafricana che ha distrutto gran parte dell'est congolese (provincia di Kivu), facendo, tra massacri e carestia più di quattro milioni di morti negli ultimi 6 anni, con il più grande numero di donne violentate nel mondo odierno. Ecco i paesi che hanno partecipato a questo massacro, taluni appoggiando il regime di Kinshasa, gli altri i ribelli: Angola, Zimbabwe, Uganda, Rwanda. Ci vuole adesso un coordinamento tra Occidente, Russia, Cina, India e regimi africani più democratici, come il Botswana, il Sudafrica, la Tanzania, il Senegal, la Sierra Leone, nonché quelli che lottano o devono lottare contro la propria corruzione per una mondializzazione equilibrata e senza pregiudizi. Dall'indipendenza a oggi, più di 500 miliardi di euro sono stati spesi per l'aiuto dei paesi africani, spesso, con risultati negativi, perché gran parte di questo denaro è andato a finire nelle tasche dei dittatori - qui la responsabilità è doppia, sia da parte delle multinazionali sia da parte dei capi africani. Questo deve assolutamente cambiare. La Cina sta investendo miliardi di euro in Africa, ma pensa al suo interesse e basta, non preoccupandosi della corruzione dei regimi, come quello sudanese o congolese. Molti africani parlano di un nuovo neo-colonialismo cinese. L'aiuto è tutto da ripensare: i democratici africani non vogliono più essere assistiti, e hanno ragione, ma allo stesso tempo la loro responsabilità cresce.
L'omosessualità, come lo scontro tra due civiltà, sembra essere vissuta all'interno del libro come un'altra alterità che va conosciuta. Sembra che lei, però, voglia rifuggire da quell'atteggiamento che rischia una ghettizzazione volontaria degli omosessuali quando cercano un mondo alternativo a quello che ci circonda - finendo per usarne però lo stesso linguaggio e le stesse metodologie di osservazione delle cose. Insomma, sembra che lei dica che l'omosessualità è una realtà e proprio perché tale va conosciuta, scoperta. È così?
Nel caso di Harry Wilson, c'è questa doppia rivendicazione di cui ho parlato prima: quella di vivere la sua omosessualità il più liberamente possibile, con discrezione, perché lui è una persona discreta ed anche perché in quel periodo l'omosessualità si viveva nascostamente. Contrariamente a quello che i dittatori di certi paesi, spesso musulmani, affermano, l'omosessualità non è ne un vizio esclusivamente occidentale e neppure è stata importata dagli occidentali in Africa e altrove. L'omosessualità è sempre esistita, ed esiste anche in certe tradizioni tribali dell'Africa. Nei paesi musulmani è una tradizione vecchissima, anche se apertamente negata come quel matto presidente iraniano che ha affermato che nel suo paese non esistono gli omosessuali (li impiccano dall'ètà di 13 anni). Dall'altro lato, Harry si distacca dal padre omofobo americano. Per lui l'Africa rappresenta una liberazione. Vuole anche ripagare il suo nuovo paese, il Congo, adottando un bimbo meticcio. Poi fa l'esperienza della paternità. Per il padre è una doppia e tremenda provocazione: un omosessuale che adotta un bambino, e nero, per di più.
A un certo punto del libro, Harry Wilson scrive nel suo diario: "Le persone si credono moderne, ma in fondo sono solo patetici retrogradi. Distinguono il meticcio, l'ebreo, l'indiano senza accorgersi che sono tutti esseri umani. Sta nella mescolanza delle culture il nostro avvenire". Non crede che il pericolo di questa affermazione stia nel fatto che la mescolanza di culture possa annichilire le differenze e con esse la storia, la tradizione, la lingua e la stessa cultura che sono la base di ogni civiltà?
E' quello l'equilibrio difficilissimo da attingere: aprirsi al mondo, mentre si conservano le tradizioni; nel caso di Léo, quelle africane e occidentali. In altre parole, più uno si apre al mondo, avendo diverse culture dentro, più grande è la sua responsabilità. Bisogna al contrario combattere queste tradizioni che perpetuano l'infibulazione delle donne, e tutte le fatwa dei fanatici. Ecco, queste sono alcune delle nuove e tremende responsabilità del nostro tempo.

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