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Remo Bassetti - La storia in dieci processi

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Si può vivere in una comunità
che non prevede Tribunali?

REMO BASSETTI
La storia in dieci processi
pp. 160 - euro 12
Nutrimenti, collana Igloo

Lidia Gualdoni


Prima di entrare nel merito dei dieci processi scelti per “ricostruire” la storia, proprio come indicato dal titolo del suo ultimo saggio, Remo Bassetti fornisce al lettore una Breve nota sul processo. Insieme al filosofo francese René Girard, egli ricorda, innanzitutto, l'origine religiosa del processo: le società che non praticano il sacrificio sono quelle che si sono date un compiuto sistema giudiziario e, più precisamente, considera il sacrificio rituale, il duello, l'ordalia e il diritto penale come tre gradi evolutivi interni alla medesima dinamica causale. Il sacrificio, infatti serve per arginare la violenza all'interno di un gruppo sociale, in quanto, prendendo su di sé le colpe, interrompe la catena di vendette. In questo senso, e paradossalmente, il sacrificio è tanto più efficace quanto meno il sacrificato è vicino a quello che, dal nostro punto di vista, dovrebbe essere considerato colpevole. Questo non significa che gli antichi non conoscessero il rapporto tra colpa e pena, anzi, erano consci del fatto che se fosse stato sacrificato proprio il colpevole, questo atto sarebbe rimasto nella sfera della vendetta.
“Perché si giungesse all'effettivo colpevole, dunque, era necessario l'avvento di un potere forte e centralizzato, cui venisse riconosciuto il monopolio della violenza”. Vengono poi definite le differenze fra il sistema
accusatorio, quello in cui il giudice è un soggetto passivo chiamato a dirimere una controversia paritaria in un dibattito pubblico ed essenzialmente orale, durante il quale ad uno dei due contendenti spetta di provare l'accusa, e il sistema inquisitorio, che prevede invece che il processo cominci, su iniziativa dell'autorità pubblica, solo dopo indagini inizialmente segrete, limitazioni del contraddittorio e dei diritti e una raccolta di documentazione scritta. Nel primo caso, dunque, al giudice di chiede di essere saggio e di applicare il buon senso, cercando una soluzione “su misura” allo specifico caso concreto, mentre nel secondo, il giudice deve essere un tecnico che sappia incasellare la pluralità della casistica negli schemi predefiniti dal diritto.
Se l'antica Grecia e la Roma repubblicana furono la culla del sistema accusatorio e alla Roma imperiale vengono fatte risalire le origini di quello inquisitorio, tra le civiltà germaniche, che ricorrevano all'ordalia, il processo conobbe un periodo di lungo declino: per discolparsi, il presunto colpevole doveva sottoporsi con successo ad una prova cruenta. Dall'XI secolo la Chiesa e in seguito i re capetingi recuperarono e svilupparono il sistema inquisitorio. Fino al XVI secolo ordalia e processo si sovrapposero, per poi vedere il secondo imporsi in modo generalizzato.
La divisione fra sistema accusatorio e inquisitorio si era intanto affermata su base geografica: mentre il primo andava consolidandosi tra gli anglosassoni, il secondo si stabilizzava nell'Europa continentale.
Si tratta, per ammissione dello stesso autore, di una ricostruzione sommaria, che tralascia le inevitabili contaminazioni, ma necessaria per fornire il quadro generale, necessario per la comprensione dei processi oggetto di approfondimento nelle pagine successive.
Indipendentemente dal tipo di rito giudiziario, comunque, può sembrare che l'affermazione del processo sia di per sé un'evoluzione della civiltà: come potremmo infatti immaginare di vivere in una comunità che non prevede i tribunali?
E' importante, però, riflettere sul fatto che oggi il sistema giudiziario è diventato sempre più un universo parallelo, sempre meno assimilabile al reale, dove la verità processuale soppianta la verità sostanziale. Considerato quasi una branca della pubblica amministrazione, vittima della sua stessa crescita, ha perso importanza e, quindi, prestigio. E se da un lato ha perso la sua teatralità, dall'altra, il processo viene spesso ridotto a un rito mediatico, che si consuma con il coinvolgimento dei cittadini in una forma distorta e limitata di “esercizio alla penalità”.
Quel che è certo, è che “eternamente in bilico tra l'essere uno strumento per far valere i diritti individuali o uno strumento per comprimerli, il processo sembra entrato in profonda crisi d'identità. Eppure in alcuni momenti ha scritto la storia e dato una direzione”.
Partendo da queste necessarie premesse, l'autore affronta, primo fra tutti, il processo a Socrate, basandosi sugli scritti dei suoi allievi, Senofonte e Platone. Egli analizza le versioni del processo subito dal famoso filosofo, inquadrandolo nella particolare situazione storico-politica. Segue il processo a Gesù: a partire dall'intento apologetico dei Vangeli, si giunge, pur attraverso congetture, all'ipotesi, che può risultare anche scioccante, di un Messia zelota, condannato più per crimini di natura politica che religiosa.
Strumentalizzazione, vizi procedurali, spirito di emancipazione, voci soprannaturali, battaglie... sono tante le questioni da chiarire nella vicenda di Giovanna d'Arco, una donna che “con la sua radicale indipendenza d'azione e pensiero mise a nudo la precarietà di tutte le convenzioni del mondo medievale”. C'è poi Galileo, ed il suo tentativo di dimostrare la separazione delle competenze fra fede e ragione; Dreyfus, dal cui
affaire sono nati probabilmente gli intellettuali così come li intendiamo oggi; Landru e la sua condanna alla sedia elettrica, dopo un processo spettacolare e nonostante il mancato ritrovamento dei corpi delle sue vittime; Sacco e Vanzetti, con le irregolarità processuali, i falsi testimoni, le prove inesistenti e, tuttavia, la probabile colpevolezza di almeno uno di loro; Norimberga, con il suo processo “fazioso, sacrificale e teatralizzato” perché vera e propria catarsi dopo il secondo conflitto mondiale e l'Olocausto; il caso dei coniugi Rosemberg, il maccartismo che ne conseguì, la paura del comunismo, gli appelli alla clemenza, le inutili manifestazioni in loro favore. E, per finire, Berlusconi: “c'è una ragione speciale per la quale Silvio Berlusconi è adatto a chiudere un libro che comincia con Socrate”, precisa Remo Bassetti prima di procedere a ricordare sommariamente i fatti in cui l'attuale presidente del Consiglio dei Ministri è stato coinvolto e che lo hanno portato, una volta eletto, ad intraprendere una serie di azioni, perlopiù non andate a buon fine, per chiudere definitivamente la partita giudiziaria. L'impietosa analisi del sistema penale italiano, il cui ruolo è ormai diventato di semplice “strumento tecnico preoccupato di conservare un'astratta efficienza e la sopravvivenza dell'apparato che lo sorregge”, porta l'autore a decretare la progressiva eclissi del processo e a precisare l'originale quanto inquietante definizione di Berlusconi come Antisocrate.
Con La storia in dieci processi, Remo Bassetti si conferma acuto osservatore della realtà contemporanea italiana e, soprattutto, saggista capace di fornire al lettore, attraverso un racconto sintetico ma sempre ben documentato, tutti gli elementi necessari per una diversa interpretazione delle vicende processuali di personaggi che hanno fatto la storia o sono comunque rimasti nella memoria collettiva.
Oltre a svolgere attività di notaio, lei è anche uno scrittore eclettico: si occupa di una rivista, ha al suo attivo un romanzo e saggi dai contenuti molto diversi. Ama sperimentare? C'è una forma che più le si confà?

Sicuramente nel mio temperamento c’è il gusto della sperimentazione e anche il continuo rischio della stanchezza per ciò che è ripetizione. Ma alla base c’è anche l’idea che io ho dell’intellettuale, la convinzione che ci si debba porre in una prospettiva multipla, trasversale per non rimanere specialisti, rispettabili sì, ma normalmente incapaci di sintonizzarsi su una di quelle prospettive plurali e contaminanti che sole muovono le società e rispondono pienamente alla definizione di cultura. Non so se c’è una forma che mi si confaccia, ma sicuramente mi capita di tenere spesso in mente l’opera lirica. Non perché mi piaccia più di altre forme artistiche o più semplicemente musicali, ma perché nell’opera è normale che si affianchino registri differenti. Pensi che differenza corre tra un recitativo, un’aria, un trio, un coro e come addirittura, in Mozart per esempio, si passi senza inibizione dalla forma comica a quella tragica. In questo senso considero l’opera un modello per qualunque espressione artistica, e anzi trovo incredibile che nella letteratura l’accostamento di forme e stili nello stesso testo venga considerato per lo più con sospetto.

Da cosa nasce questo suo interesse verso la problematica del giudicare/condannare una persona ad una pena – interesse che si era già manifestato nel suo precedente Derelitti e delle pene. Carcere e giustizia da Kant all'indultino? Qualche rimpianto per non aver intrapreso una carriera che l'avrebbe avvicinata maggiormente ai tribunali?

Mio padre faceva il maestro di scherma ma tra le sue passioni aveva quella dei processi penali, anzi soprattutto quella degli avvocati dei processi penali. Leggeva le arringhe di De Marsico, ricordava a memoria quelle di Bentini. Forse fu questo background a farmi pensare a lungo che avrei fatto l’avvocato penalista io stesso. A dissuadermi, oltre l’aspetto pratico di una totale dipendenza della propria vita da un’organizzazione esterna, è stato pensare al rischio che la vanità di mostrarsi bravo potesse portare a difendere persone macchiatesi di crimini orrendi. Questo scrupolo di coscienza mi sembra tuttora una ragione discreta per non avere rimpianti, anche se con l’età mi sento molto meno vanesio e un po’ più saggio, quindi forse il pericolo non sussisterebbe. Dentro mi è rimasto, al di là degli insegnamenti di mio padre, che era una persona onesta ma non un modello di astrazione coerente, un profondo desiderio di giustizia, e anche la difficoltà di trovarla, definirla, sottrarla ai relativismi e conciliarla con l’emotività. Purtroppo questi anni sono molto meno orientati alla giustizia di quelli che immediatamente li hanno preceduti. A volte stringo i denti per la rabbia al solo leggere il giornale. Negli anni settanta, e in parte anche negli anni ottanta c’era un profondo divario tra la giustizia teorizzata e quella realizzata. Oggi è decaduta anche la teorizzazione della giustizia.

Ha avuto difficoltà nello scegliere i dieci processi di cui ci parla nel suo La storia in dieci processi? Ci sono stati esclusi illustri che avrebbe voluto inserire?

Ho pensato a lungo di inserire Piazza Fontana, ma in realtà è più una storia extraprocessuale. Dal punto di vista della curiosità personale mi interessavano molto i processi a Casanova e Caravaggio, dei quali non si parla mai, soffermandosi piuttosto per il primo sull’incarcerazione e la fuga e per il secondo sulla condanna. Ma tutto sommato non hanno valore paradigmatico, non sarebbero stati utili al discorso sul processo.

Quali sono le motivazioni della prevalenza di personaggi maschili – che non ho potuto fare a meno di notare?

La motivazione essenziale è frutto di quella che lamentano le donne: la loro marginalizzazione dalla storia. Basti leggere il Processo di Norimberga: non è colpa mia se non c’erano imputate donne! Persino Giovanna d’Arco, sotto molti profili, è un “maschiaccio”.

Le confesso che, prima di leggere il libro, vedere il nome di Berlusconi in un elenco con Gesù, mi ha fatto immaginare che il Premier avrebbe potuto montarsi la testa, poi però, è stato chiaro nel motivare questa scelta con la contrapposizione a Socrate...

Sì, al di là del
divertissement nel “declassare” l’Anticristo della politica italiana ad Antisocrate, credo veramente che questa contrapposizione illumini molti aspetti dei giorni nostri. E in più Berlusconi mi serviva per meglio parlare della decadenza del processo come istituzione.

Nella sua breve nota introduttiva al processo, dopo averne delineato brevemente la storia e dopo aver approfondito il rapporto fra processo e religioni, fra vendetta e sacrificio, lei conclude affermando lo stato di profonda crisi di identità in cui si trova. Quali potrebbero essere gli sviluppi di questa crisi e quali, invece, le soluzioni?

Sono attraversato da molti dubbi su quello che sarà il futuro. Credo che la crisi del processo, il suo svilimento a mero puntello dell’apparato amministrativo, rientri in una più ampia crisi del sociale e del comunitario di fronte al dilagare di un individualismo che sta ormai diventando autistico. Temo che questa crisi viaggi verso un punto di rottura, e che non sarà facile costringerne l’esplosione entro limiti non violenti e ragionevoli. Mettendo da parre il pessimismo, l’unico lavoro che si dovrebbe fare sul processo è rimetterlo a funzionare per quello che serve. Una misura concreta sarebbe la riduzione dell’area di azione del diritto penale, la sostituzione con una sorta di diritto conciliativo che preveda sanzioni diverse dal carcere, e concentrare la forza del processo penale sui crimini veramente odiosi.

A volte le sue conclusioni lasciano dubbi sull'esito del processo, a volte sono colpevoliste, nonostante mancassero elementi processuali per la condanna, a volte, infine, sostiene tesi che vanno contro le più comuni convinzioni (mi riferisco ad esempio a Gesù). Ma, alla fine, mi sembra che l'idea di fondo sia che la giustizia non sia di questo mondo. E' d'accordo?

Forse la giustizia no, ma lo sforzo di affermarla sì. Senza quello sforzo non esiste l’uomo, ed è questo dato antropologico che mi porta a pensare a un futuro, in un modo o nell’altro, sorprendente, se visto con gli occhi di oggi.

Remo Bassetti è notaio in Torino, giornalista, ideatore e direttore della rivista Giudizio Universale. È anche autore dei saggi Storia e storie dello sport in Italia (Marsilio), Derelitti e delle pene. Carcere e giustizia da Kant all’indultino (Editori Riuniti), Contro il target (Bollati Boringhieri), e dell'originale romanzo Stanno uccidendo i notai (Cairo Editore).

La storia in dieci processi cerca di ricostruisce le vicende di altrettanti personaggi storici che, pur essendo vissuti in epoche e in contesti socio-politici molto diversi, sono accomunati da uno stesso destino di condanna in sede processuale. Un saggio breve, rigoroso ma accessibile e dai tratti a volte ironici, che offre al lettore nuove prospettive interpretative della storia e del processo in particolare.


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