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Reggi Gabriele - Liberaci dagli sbirri

RECENSIONI

 

Diventare Stimmate o non essere

GABRIELE REGGI
Liberaci dagli sbirri
pp. 123, euro 12
ISBN Edizioni

Sergio Rotino

Casabianca e Stimmate, provincia di Liberato. Buchi neri dentro un buco nero. Luogo che rifiuta il mondo, in cui "non c'è nessuna volontà di entrarci", nel mondo. Soprattutto Stimmate. Un non luogo, o "un luogo che non esiste". Forse. In effetti cercarlo sulla cartina geografica è fatica sprecata. Bisogna immaginarselo incastonato in un meridione profondo, molto probabilmente campano, dove un pensiero criminale diffuso si è legato a filo doppio con visioni arcaiche sia dell'esistenza sia della religione ed è diventato legge. Per dire: in tutta la provincia di Liberato i telefonini non funzionano, perché i ripetitori sono stati abbattuti. Nessuno possiede più un cellulare o un telefono fisso, a parte quelli pubblici nei bar, per le urgenze. Una scelta ecologista? No, "per timore di essere intercettati dagli sbirri o spiati da famiglie nemiche". Stimmate, poi, con la processione sanguniaria della Piaga, è il centro di questo non luogo dove tutto appare come immobile, condannato antigattopardianamente a ripetersi all'infinito sempre uguale a se stesso. Ecco, dentro le pagine di Liberaci dagli sbirri, esordio di Stefano Reggi, Stimmate diventa una anomalia spaziotemporale possibilissima, realistica, al limite con il tangibile. Quello dipinto dall'autore abruzzese è un meridione parallelo alla modernità, schiavo di un malaffare che non è solo potente, onnipresente, ma anche animalescamente feroce e assolutista. Qui sono le donne che si prendono cura dei campi da quando sono bambine e gli uomini o sono accidiosi o le controllano perché non sfuggano al loro dovere-destino o somministrano violenza fisica o sono impegnati a mantenere alta la politica dell'illegalità. Per questo la preghiera alla Madonna recita "Liberaci dagli sbirri". Già, a Stimmate non si chiede di essere liberati a malo, ma proprio "dagli sbirri", perché "solo gli stupidi cercano difesa negli sbirri". E guarda caso i carabinieri sono figure lontane, filiformi, inconsitenti. Invece le donne sono astanti volutamente passivi, sono schiavi, esseri farneticanti se non definitivamente muti, come muta è la proprietaria dell'unico negozio. Come dice padre Salvo, cui si deve il cerimoniale orrorifico della Piaga, "le donne sono bestie senza diritti, sono loro a portare i calli sulle mani". A Stimmate viene precipitato Stefano Derzi, "prossore" settentrionale di materie artistiche: 23 anni e primo incarico. Un altro vortice di antimateria, la scuola. Si trova fuori dal paese, "su un colle di roccia friabile come il tufo", e le aule sono state ricavate dalle caverne che lo bucano. Veri sassi materani, il pieno della precarietà. Ma in queste aule Stefano si innamora perdutamente di Anorea, una quasi sedicenne dalla vita già consumata, bella quanto buia. Un amore che nasce in un posto come Stimmate può essere altro che contrastato e disperante, e non rendere disperato chi lo vive? Assolutamente no. Perché nulla deve trasgredire quelle leggi di cui si diceva sopra, nulla deve disequilibrare l'ordine costituito che è coacervo di violenza, sopraffazione, negazione e sovvertimento di ogni razionalità. L'amore deve seguire quest'ordine o perire. Diventare Stimmate o non essere. Reggi scrive una tragedia noir in chiave allegorica, leggermente raggelata, stilisticamente imperfetta. Ma è questa imperfezione a far funzionare la storia, perché la rendere stridente nel confronto con una idea di Stato, di società civile, con la speranza che Derzi sia un eroe temerario e buono pronto a risolvere tutto e realizzare un lieto fine impossibile. A Stimmate, non luogo prossimo alla nostra realtà.

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