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Rasy Elisabetta - L'estranea

INTERVISTE

 

Il malato è per i medici un oggetto da riparare

ELISABETTA RASY
L'estranea
pp. 136, euro 15
Rizzoli, 2007

Patrizia Danzè

Il paese della malattia si conclude con un congedo, afferma Elisabetta Rasy, la scrittrice che con il suo romanzo L'estranea (pp. 136, euro 15, Rizzoli), è arrivata in finale (ed è, per questo, già stata premiata lo scorso gennaio a Torino) per la narrativa italiana alla XXVII edizione del Premio Grinzane Cavour svoltasi lo scorso 14 giugno nelle Langhe, al castello di Grinzane Cavour. Un titolo brevissimo per una storia (in realtà un lungo racconto) scarna ed essenziale, che non indugia in sentimentalismi o riflessioni ma racconta, nudi, i fatti, perché l'intento della scrittrice romana è quello di fermarsi a riflettere, dopo il calvario della malattia della madre, come dolore e morte, due arcani che richiedono rispetto e tanta considerazione, siano oggi o relegati in una sorta di marginalità e di conseguenza dimenticati, o spettacolarizzati sino all'eccesso. Allora, dare la testimonianza del dolore della malattia e del difficile percorso (per tutti) che conduce alla conclusione di tutto, diventa necessario, se si vuole che il senso dell'esistenza abbia, appunto, ancora un senso. Nel libro, si diceva, scarno, della Rasy, autrice di romanzi di successo, tra i quali, uno per tutti, Ritratti di signora (Rizzoli) con il quale giunse finalista al Premio Strega del '95, una madre e una figlia affrontano insieme l'ultimo viaggio prima nel paese sconosciuto della malattia poi nel breve trapasso della morte della madre. Il libro inizia e termina con le immagini del rito funebre della sepoltura: una cerimonia rapida che l'efficienza degli agenti delle imprese funebri rende ancora più squallida. C'è tuttavia un'immagine molto bella che ridà vitalità alla figura della madre malata e umiliata sia dalla spietatezza del male, sia dalla girandola di pellegrinaggi da un medico all'altro e da una clinica all'altra ancora, sia dalla solitudine e dall'incomunicabilità con tutti coloro che fino a prima di essere malata le corrispondevano, prima fra tutti la figlia. Dunque, l'immagine, che chiude il libro, è quella di una donna in mezzo alla piazza dei miracoli di Pisa, una figura nitida in mezzo a tutto quel verde e bianco, con la testa all'indietro per guardare la celebre torre, perché, a settant'anni suonati lei non l'aveva ancora vista e quando vi capitò per caso in un viaggio in treno che aveva un'altra meta, volle scendere e contemplare quel prodigio. Una donna volitiva e testarda, mai placida e pacificata con la vita che non le aveva risparmiato dolori e amarezze, ma nella quale tuttavia nutriva fiducia, tranne certi giorni in cui quasi all'improvviso si faceva abbattere dal vento spietato dell'ansia. Anche durante la malattia, nonostante la forza e la volontà con cui cerca di reagire, quel virus dell'ansia, malignamente latente nel suo organismo, si scontra con la distrazione dei medici, con le incertezze e l'afasia della figlia, con la silenziosa assistenza delle badanti. Un viaggio nell'angoscia, un tunnel senza via d'uscita, che travolge corpo e anima di una madre e di una figlia che si allontanano inesorabilmente, che dolorosamente non capiscono e non si capiscono. Abbiamo intervistato Elisabetta Rasy a Torino.

Nell'Estranea, lei racconta una storia sua, autobiografica. Come mai ha deciso di raccontarla?
La storia che racconto, che è chiaramente autobiografica, non l'ho scritta a caldo, ma dopo molti anni che il fatto è accaduto. In realtà ho scritto questa storia mentre scrivevo un altro libro al quale ancora lavoro. Mentre prendevo appunti, da alcuni flash, mi è venuto in mente di dover scrivere quelli che non erano più solo appunti miei: in realtà ero a quel punto in grado di raccontare una storia che non era più solo mia, ma una storia umana. Riguardava l'essere umano, non solo i miei problemi. E nel momento di scriverla non l'ho sentita come esperienza privata perché mi pare che riguardi tutta quanta la società. E siccome viviamo in un mondo dove domina immagine e fitness, dove domina solo il benessere, chi non adempie a questo benessere, sembra essere emarginato. La malattia, in quanto tutto il contrario del benessere, emargina.
L'Estranea: perché questo titolo?
E' un'estraneità mobile, in effetti. E' l'estraneità che una persona malata avverte nei confronti del mondo. Estranee sono tante cose: è la malattia che si affaccia alla vita e si insedia in un corpo che non può accettarla, estranea è la morte inaccettabile per quanto sia inesorabile, estranea è la madre malata che si rende dolorosamente irriconoscibile, ma estranea è anche la figlia che non può capire sino in fondo il dramma che la malata vive.
Eppure, la prima impressione che si riceve da questo titolo così essenziale e triste è quella dell'estraneità tra madre e figlia.
Forse è così, perché l'estraneità tra madre e figlia è tanto più dolorosa in quanto nel rapporto madre-figlia ci sono due poli: da un lato c'è l'identificazione, dall'altro il conflitto. Entrambi, nel rapporto al femminile madre-figlia, sono inevitabili. Ma la malattia impedisce la polarizzazione e crea la frattura, lo squilibrio.
Nel suo racconto c'è comunque anche un aspetto polemico, giacché c'è più di una frecciata contro il mondo medico.
In questo libro non si parla di malasanità, sia chiaro, la mia intenzione non era certo la denuncia, però si parla di mancanza di accoglienza, di mancanza di umanità. Si ha sempre più l'impressione che il malato di fronte al medico sia come un oggetto da riparare. Fatta la riparazione, tutto finisce là. Ma l'essere umano non è una macchina e neanche il corpo umano è una macchina.
Il personaggio della madre è come se fosse solo tratteggiato, senza un nome, se non "madre" e poi, quando si va avanti nella storia, la signora B. S'intravede però una persona dalla tempra eccezionale quasi fino alla fine della malattia.
Questo tratteggiare, come lei giustamente dice, è una necessità, perché è come se la figlia non riconoscesse i tratti della madre. Però c'è anche l'esigenza di ricordarsi sempre che è la stessa persona, c'è la necessità di accordarsi con il passato. E' quasi come quando i bambini guardando i nonni pensano che siano stati sempre vecchi come li vedono. La vecchiaia di mia madre, cadutale addosso d'improvviso, non può far dimenticare una giovinezza e una maturità avanzata vigorosa. Tutto, dunque, è tratteggiato, perché la mia non è un'inchiesta, né un pamphlet sulla vecchiaia, ma semplicemente una storia.
Questa storia che lei narra nasce da sensi di colpa?
Ho scritto questo racconto quando il tumulto si era placato, quindi, no, non nasce da sensi di colpa, quelli che un po' tutti ci portiamo addosso quando crediamo di aver fatto poco o non abbastanza per i nostri cari malati. Semmai, nasce da un senso di giustizia, per far pensare al fatto che l'essere umano porta il peso e la gloria della sua vita; nasce da un desiderio di giustizia nei confronti degli esseri umani che sono disumanizzati.
Pochissimi i personaggi di questa storia, e la folla dei medici o delle badanti è anch'essa ridotta a poco più che ombre nel racconto. Una "riduzione" anche questa voluta?
Questa è anche una storia di solitudine. La solitudine della malattia, a dispetto della "folla" di badanti, medici e infermieri, la solitudine della famiglia. Lei parla di riduzione: è vero. Ma se le famiglie di una volta che si prendevano cura degli anziani e dei malati, non ci sono più, se la solitudine c'è già nella vita, come potrebbe essere diversamente nel romanzo? Ma c'è di più. La fantasmatica sommarietà dei personaggi e la loro scarnificazione dipende anche dal fatto che ho voluto focalizzare il racconto sulla relazione tra una madre e una figlia, nel rapporto complesso che si crea nella malattia, laddove la madre che ha sempre sostenuto la figlia con autorevolezza diventa anche figlia per lo stato di inferiorità in cui la mette la malattia, e la figlia assume suo malgrado il piglio della madre autoritaria.
Cosa significa portare un romanzo di questo genere ad un premio letterario?
Certamente non ho scelto io di parteciparvi. La mia storia è stata letta e quindi scelta. Mi rendo conto che questo è un libro che non segue le tendenze di mercato, è difficile essere conquistati da un libro così poco trendy, che non è buonista né d'intrattenimento. Però, devo dire che, tutto sommato, è piaciuto. La vita non è né buona né cattiva.

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