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Raffaeli Massimo - Sivori, un vizio

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Calcio, trionfo della piccola borghesia

MASSIMO RAFFAELI
Sivori, un vizio

pp. 246, euro 16
Italic, Ancona, 2010

Andrea Caterini

Firma storica del "Manifesto" e del suo supplemento settimanale "Alias", Massimo Raffaeli si occupa di critica letteraria da sempre. Lettore onnivoro, i suoi giudizi si caratterizzano sempre per la somma delle fonti che via via raccoglie e cita a proposito in ogni suo articolo. È il suo specifico modo di legare ogni libro a una tradizione mai dimenticata, come una memoria (e un desiderio verrebbe da aggiungere) che ritorna mai per vezzo intellettuale ma sempre per una passione inesauribile per il sapere, inteso proprio in senso antico. C'è poi da dire che la formazione di Raffaeli è legata allo studio della filologia classica, e se non è diventato un filologo di professione, il rigore - direi nei confronti di se stesso - della ricerca delle fonti non si è mai dissipato, anzi, è diventata la sua forza espressiva. Stando così le cose si sarebbe portati a pensare che Sivori, un vizio (Italic, 2010), sia quindi un momentaneo allontanamento di Raffaeli dalla letteratura per avvicinarsi solo per un attimo allo sport, in specifico modo al calcio. Ma non è così. Infatti, conversando con l'autore è lui stesso a rivelarmi che prende atto "che [il calcio] rimane la seconda passione della mia vita, insieme con la letteratura. Una volta l'amico Antonio Prete, poeta e insigne leopardista, mi scrisse che forse nel calcio io inseguivo il disegno di "un'altra e differente armonia": credo abbia intuito l'essenziale". Il metodo critico che muove questa raccolta di articoli pubblicati sulla pagina sportiva del "Manifesto" (ma sono anche note introduttive e ad alcuni libri di scrittori che parlano di calcio e a quelli di giornalisti sportivi) è lo stesso. Raffeli conosce il calcio quanto la letteratura (ha pubblicato del resto qualche anno fa un altro libro dedicato allo sport, L'angelo più doloroso. Storie di sport e letteratura, 2005) e ne sa sviscerare i dettagli tecnici ritraendo atleti come fossero scrittori (ma sarebbe più giusto dire che è sempre l'uomo nella sua interezza a interessargli: e sono sempre uomini colti nel loro talento e nei loro vizi, evidenziati nella loro sensibilità, in tutto ciò che li fa essere). Ognuno nel suo particolare "atteggiamento calcistico" diventa sotto la penna del critico un altrettanto peculiare tipo umano (Sivori, Herrera, Angelillo e moltissimi altri): quasi un archetipo. Il calcio allora non solo come sport, ma pure come racconto degli uomini che fanno una nazione, l'Italia, che attraverso il gioco mostra i mutamenti e la sua nuova fisionomia. Infatti, quando domando a Raffaeli se i cambiamenti nel mondo del calcio camminano di pari passo con quelli del nostro vivere civile, lui risponde "sì, decisamente. Il calcio, sostenuto quasi soltanto dalla televisione, rischia di trasformarsi in un reality e per certi versi già lo è. Rimane il Bar Sport, che ancora, a dispetto di quel che se ne dice, è largamente preferibile, specie in provincia, alle logomachie e ai Processi inscenati in tv: nel Bar Sport la competenza e diciamo la filologia continuano paradossalmente a prevalere sul tifo. Il quale ultimo, lo ripeto, da religione secolarizzata tende a diventare un credo pericolosamente identitario e dunque fondamentalista, con tutto quanto ne segue e che purtroppo in Italia ben conosciamo". A questo punto mi sembra doveroso approfondire la questione, perché il calcio non è cambiato solo su un piano di visibilità e di percezione civile ma anche dal punto di vista del gioco in sé. "Ho l'impressione" mi dice Raffaeli "del resto confermata dagli addetti ai lavori, che oggi persino Sivori e Rivera non giocherebbero affatto. La componente fisica è aumentata in proporzione inversa al talento tecnico dei singoli. Il gioco si è mutato via via in uno sport poi in uno "spettacolo" di tipo gladiatorio. È una tendenza ormai globalizzata. Non è che i calciatori di oggi siano meno dotati o meno intelligenti di ieri, è che devono fare presto e bene contemporaneamente. Le squadre infatti hanno "rose" di trenta giocatori ma il numero degli infortunati è sempre elevatissimo". Ma, dopo la vicenda di calciopoli, è davvero cambiato qualcosa nel mondo del calcio? "Credo poco, o nulla. Presumo sia invece aumentata l'ipocrisia circa le azioni più riprovevoli, ad ogni livello". Eppure, se per un momento si pensa che in Italia, negli anni '50, i miti sportivi non appartenevano solo al mondo del calcio ma anche e soprattutto al mondo della boxe e a quello del ciclismo (i miti di Coppi e Bartali rimangono esemplari nel senso comune dell'italiano, non meno di quelli di Primo Carnera e Tiberio Mitri), si capisce pure che le illusioni e le speranze di una nazione sono assai mutate, "penso che causa ed effetto qui si richiamino vicendevolmente: il proletariato dei nativi, le plebi omologate di cui discorreva trent'anni fa Pier Paolo Pasolini, che una volta andavano in palestra o in bici oggi giocano a calcio perché hanno il miraggio del calcio e di tutto quanto esso promette in termini di denaro e di visibilità mediatica. Nel calcio trionfa la piccola borghesia, vale a dire la base di massa degli attuali teleutenti e, in una parola, il cosiddetto popolo italiano". Il fascino del libro di Massimo Raffaeli però è quello di integrare (una vera e propria correlazione a dire la verità) il calcio alla letteratura. I nomi di scrittori si succedono in questo libro tanto quanto quelli dei calciatori. Certo è che il mondo della letteratura ha da sempre nutrito un fascino particolare per il gioco del calcio e attraverso Raffaeli cerco di capirne il motivo. "Dicevo del reality:" mi spiega l'autore "il calcio si manifesta nella forma di un più-vero-del-vero e credo sia molto difficile scriverne. Qui forse è necessario lo straniamento ed è il caso, per esempio, di Azzurro tenebra ('77) di Giovanni Arpino, cioè l'allegoria di una storia incagliata, mancata, lo specchio ustorio di una disfatta che non è solo tecnica ma etica e politica". Faccio notare a Raffaeli che nel suo libro è presente tanto calcio del passato, come l'autore fosse conteso tra una presa di distanza dal calcio odierno e una necessità di tener viva la memoria di ciò che siamo stati. "Anche qui vorrei usare molta cautela. Il pericolo, perché è un pericolo, corrisponde proprio alla nostalgia. Non rimpiango nulla del calcio di ieri, se non la mia adolescenza e giovinezza: il calcio di ieri poteva già essere un oppio dei popoli, conosceva già il "nero" e il doping, beninteso all'interno di un sistema ancora provinciale e artigianale. Memoria e tradizione non sono affatto equivalenti della nostalgia, o non lo sono necessariamente. Uno scrittore che mi è caro, Enzo Siciliano, disse che la memoria non è il passato ma il presente di chi vive in carne e ossa. Penso si tratti di questo, di una presenza viva e palpitante o, se vogliamo, di una antica promessa che chiede, dopo tutto, di essere mantenuta".


Massimo Raffaeli, firma storica del "Manifesto" e del suo supplemento settimanale "Alias", scrive di critica letteraria anche su "Tutto Libri" de "La Stampa" e su diverse riviste specializzate. La sua produzione critica è raccolta in una decina di volumi, tra cui Céline e altri francesi (peQuod, 1999), Novecento italiano (Luca Sassella Editore, 2001), Don Chisciotte e le macchine. Scritti su Paolo Volponi (peQuod, 2007). Si è a lungo occupato del rapporto tra il calcio e la letteratura curando edizioni di Mario Soldati, Gianni Brera e Giovanni Arpino.

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