PIER ANTONIO QUARANTOTTI GAMBINI
Centenario della nascita 1910-2010 |
Andrea Caterini
Ciò che fa la fortuna di uno scrittore è davvero difficile dirlo. Pare che ricercarne le cause nell’opera non abbia senso, specie se quell’opera, fresca di stampa, venne esaltata da pubblico e critica e una volta scomparso l’autore invece, cade in un profondo oblio, quasi non fosse mai stata. Di casi così, nel Novecento, ce ne sono a bizzeffe. Un esempio è l’opera di Pier Antonio Quarantotti Gambini. Quest’anno, che si festeggia il centenario della nascita – era nato a Pisino d’Istria il 23 febbraio del 1910 –, vale invece la pena provare un tentativo di riavvicinamento verso uno scrittore che non solo ha scritto libri importanti e indimenticabili (tra tutti L’onda dell’incrociatore, un romanzo del ’47, ristampato da Sellerio nel 2000, che deve il titolo a Umberto Saba, sodale amico di Quarantotti Gambini, – il quale intuì quanto quell’«onda» fosse pure lo schianto col quale la fatalità degli eventi evidenziasse un destino) ma lo faceva pure con la grazia di uno stile ineccepibilmente limpido. Se si guarda alla sua opera più ambiziosa infatti, il ciclo de Gli anni ciechi, pensati come un vero e proprio binomio di education sentimentale e recherche dove erano previsti dieci romanzi ma che in vita l’istriano riuscì a pubblicarne solo tre, ci si accorge subito che le vicende dell’infanzia di Paolo Brionesi nella campagna di Semedella (a Capodistria), sono davvero un contenitore di luce fuori dal quale tutto ci apparirà più nebuloso e oscuro. La scrittura di Quarantotti Gambini infatti, sembra sempre contesa in una luce che ha una doppia valenza di significato. Se da una parte illumina le cose e le fa finalmente vedere, dall’altra invece le nasconde per un eccesso di intensità si direbbe, quasi messa alle strette nella possibilità che l’oggetto del desiderio a cui si vuole fare ritorno, prima o poi ci sfugga dalla vista, o peggio ancora ci accechi. E Quarantotti Gambini pare abbia affidato i significati della sua opera tutta alla capacità di saper guardare. Eppure, se è una capacità visiva che permetteva ai suoi personaggi di scoprire il mondo, è vero pure che ciò gli era possibile perché questi erano per la gran parte in quell’età in cui il mondo ci è pressoché sconosciuto. Dico che il passaggio dall’età infantile all’età matura è il nodo attraverso cui, nel tentativo di sbrogliarlo, Quarantotti Gambini affida tutta la sua poetica. È lì che la scoperta di un contatto fisico e sensitivo col mondo scatena una sequela di immagini nelle quali i personaggi paiono finalmente riconoscersi. Si pensi a Paolo nel ciclo de Gli anni ciechi e ad Ario nell’Onda dell’incrociatore, che scoprono, attraverso il paesaggio che li circonda – un paesaggio non solo naturale ma perlopiù umano –, una vera e propria geografia dell’anima. Vale la pena ricordare che Quarantotti Gambini ha lasciato ai posteri non solo opere narrative ma anche due libri di poesia, pubblicati entrambi dopo la sua morte (che avvenne a Venezia, nel ’65, quando aveva solo cinquantacinque anni, per infarto): Racconto d’amore (1965) e Al sole e al vento (1970). Il primo è un vero e proprio romanzo in versi. Il racconto si muove su variazioni di un unico tema – la storia autobiografica di un amore tra Quarantotti Gambini e una ragazza che aveva vent’anni meno di lui – che hanno come modello il Canzoniere petrarchesco e quello dell’amico Saba, più che una storia familiare dove si cerca di far rinascere l’archetipo di una civiltà che svela il ceppo di un nome (come succederà più tardi al Bertolucci della Camera da letto). Il secondo pare invece un commentario alla sua opera narrativa, dove i ricordi di ciò che si è scritto vanno pure a svelare il luogo dove questi hanno preso vita. Capita infatti di leggere poesie dedicate a Paolo e Norma (la ragazzina che nel ciclo de Gli anni ciechi sarà la prima scoperta erotica del protagonista, mentre viene scovata a mostrare quei seni appena pronunciati di ragazzina – siamo nel capitolo I giochi di Norma, tre racconti usciti in volume nel 1964 – a un soldato che fa il bagno nudo nelle saline), dove Quarantotti Gambini crede ormai di riconoscerli come persone realmente esistite. Scrive infatti a Norma: «Dunque esistesti, Norma?/ Nessuno mai ti vide./ Eppur lasciasti un orma». La città di Trieste (dove l’autore è cresciuto e ha ambientato numerosi suoi romanzi e alla quale ha indirizzato molte poesie) dedica quest’anno a Quarantotti Gambini, appunto in occasione del primo centenario della sua nascita, molte iniziative, dove è possibile ascoltare letture di suoi versi e vedere alcune pellicole che il cinema ha dedicato ai suoi romanzi (celebre il film di Florestano Vancini che si ispira al romanzo La calda vita, con Catherine Spaak). Speriamo che questo possa essere un un monito alla riscoperta di un autore che una volta letto, difficilmente si lascia dimenticare.
BIOGRAFIA Pier Antonio Quarantotti Gambini nacque a Pisino d’Istria il 23 febbraio 1910 e scomparve prematuramente a Venezia nell’aprile del 1965. Tra le sue opere narrative più importanti si ricordano la raccolta di racconti con la quale esordì, I nostri simili («Solaria», 1932), L’onda dell’incrociatore (Einaudi, 1947, vincitore del Premio Bagutta) e il ciclo de Gli anni ciechi, composto dai libri Il cavallo Tripoli (1956, e una nuova edizione del 1963), L’amore di Lupo (del ’55, poi corretto anche nel titolo in Amor militare, 1964) e I giochi di Norma (1964). Postumi, dello stesso ciclo, sono invece Le redini bianche (1967) e La corsa di Falco (1969). Il ciclo Gli anni ciechi verrà pubblicato in un unico volume nel 1971 da Einaudi sotto la cura del fratello dello scrittore Alvise Quarantotti Gambini. Si ricordano poi i libri di viaggio Sotto il cielo di Russia (1963) e Neve a Manhattan, uscito per la prima volta con l’editore Fazi, sotto la cura di Raffaele Manica nel 1998, e l’epistolario con l’amico Umberto Saba, Il vecchio e il giovane (1965).
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