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Prestifilippo Silvestro - Delirare il mare

RECENSIONI

 

Un Dio sordo al dolore della vita

SILVESTRO PRESTIFILIPPO
Delirare il mare
pp. 62, euro 6
Città del sole, 2008

Alfio Siracusano

Si respira una sorta di panteismo dei sensi dentro i versi di Silvestro Prestifilippo, distillato di una vita di pensieri che nell'ordinarietà del lavoro intellettuale avevano seguito altre vie di espressione: le pagine dei racconti e dei romanzi, le immagini dei films e dei documentari, le colonne dei giornali con cui Prestifilippo collaborò. Panteismo peraltro di preziosa finitura, che il tema della prima lirica riassume nel senso cosmico del mugghiare doloroso che si porta appresso, sempre, l'ansito infinito del mare: che è presenza ineludibile come il destino per chi, nato sullo stretto, non può mai prescindere da esso. Ed è un delirio quest'ansito, forse da leggere nel senso dell'etimo: che porta all'uscir fuori dal solco, la lira dei latini, e si carica quindi di un senso profondo di ingiustizia patita, o di debole complicità non respinta. Certo racconta i mali del mondo, lo sguardo attonito di chi si chiede, e chiede, i drammatici perché delle cose: come quando Schiuma la luna sull'onda // schiumano l'onde a riva; // morde il silenzio la sabbia e vortica // su quel deserto d'uomini il vento. // // Chiamare chiamare da remoti ipogei // le voci della notte col linguaggio // dei morti….
Un senso di oppressione percorre questi versi. Antonio Prestifilippo ci racconta, nella breve introduzione, del pudore col quale il padre curava questi piccoli momenti della sua solitudine assoluta, che era solo sua. Ed erano preghiera, confessione, paura. Sgomento, anche, se la natura si inabissa nel vortice del suo potere assoluto. Allora il poeta ne sente il mistero: sull'Etna Un dio inabissato dissotterra // impeti antichi // e linguaggi fiammeggianti // lancia // al Dio instellato…. E più in generale sul mondo scivola l'inesorato fluire dei destini: La morte impazza eterna // sul mondo. Scadono i destini // si compiono le sorti e vanno // e vengono questi piccoli iddii // di carne e di soffio // superbi e miserabili // in luce e in tenebra // in parola e in silenzio…
La vita è dunque dolore, svelano questi pensieri pudichi. E l'uomo che si rivela vi appare bambino che non ha difesa, e invoca, anche se inutilmente, la presenza del padre. Se Dio è il destino, e il destino è fatto di dolore, Dio è sordo a questo dolore. In "Lamento per la morte del padre" il poeta parla con lui e gli dice tutta la sua angoscia, che è accusa senza essere accusa: perché Dio certo sa di quest'angoscia. Lui però non l'ha mai provata, ha un padre che non muore ma", può parlare con un padre che non muore. Il poeta no, l'uomo no. All'uomo resta solo il delirio che è la forma impotente del dolore, sorda condanna: Io veglio lontano // e il mare continua // a delirare, sordo // nel silenzio.
Questi versi videro la luce, la prima volta, nel 1966, col titolo di Blues. Furono poi ripubblicati nel 1969 col titolo Delirare il mare, con delle aggiunte rispetto alla prima edizione. Vengono ora riproposti con ancora qualche aggiunta: certo "Lamento per la morte del padre", come racconta il figlio Antonio. Forse, avrebbe detto Silvestro, anche l'uomo può essere dio. Forse anche per lui il padre può non morire. E il panteismo dei sensi che dicevamo prima può anche diventare felicità: amara, che cristallizza tuttavia un sentimento. E anche la morte, segno dell'universale uguaglianza, si riappropria del mistero: La morte è un sortilegio // un sortilegio che allontana, che strappa, che cancella // la morte è una solitudine estranea, un silenzio.

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