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Poddi Emiliano - Tre volte invano

RECENSIONI

 

La sofferta conquista della maturità psicologica

EMILIANO PODDI
Tre volte invano
pp. 184, euro 13,50
Instar, 2007

Luigi Preziosi

L'editrice Instar libri di Torino conferma per il 2008 l'oculatezza delle sue scelte di politica editoriale nel campo della nuova narrativa italiana: pochissimi titoli, autori esordienti o quasi, ma ricchi di diverse qualità. Nel 2007 iniziò con "Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani" di Fabio Geda, uno dei testi più interessanti che la nuova narrativa nostrana ha offerto nell'anno, selezionato per lo Strega e qualche mese dopo secondo classificato al premio Stresa. Quest'anno tocca a "Tre volte invano" di Emiliano Poddi, anch'esso tra i selezionati per il premio Strega. I due libri hanno in comune un robusto intento giovanilistico e ben poco altro, se non una qualità di scrittura certo non ordinaria.
Il romanzo di Poddi è la storia di una sofferta conquista della maturità psicologica, di una crescita lenta e segnata da alcuni punti di svolta imprevisti e, come spesso accade, riconosciuti nel loro significato più profondo solo quando ormai non è più possibile tornare indietro, che accompagna dalla prima adolescenza fino agli estremi lembi della giovinezza il protagonista Emiliano Poddi detto Emi (il protagonista ha lo stesso nome dell'autore, caso ci fosse bisogno di indizi circa l'accentuato autobiografismo della storia). Il suo racconto attraversa l'arco della sua intera carriera sportiva di giocatore di basket, dalle prime gare nelle squadre degli allievi alla brusca interruzione segnata dall'amarezza che accompagna la consapevolezza che un periodo di vita è finito. Non di un romanzo sul basket si tratta, dunque, ma di una storia che fa dell'attività sportiva raccontata un pretesto narrativo, che consente il germinare di narrazioni parallele alla sequenza di partite che segnano l'ascesa del protagonista, e conseguentemente suggerisce significati diversi, affioranti dalla pura descrizione del singolo episodio sportivo.
Emiliano Poddi (il protagonista ha lo stesso nome dell'autore, nel caso ci fosse bisogno di indizi circa l'accentuato autobiografismo della storia) è un ragazzo che gioca a pallacanestro fin da bambino, coltivando i suoi interessi sportivi in un ambiente provinciale (Brindisi) decentrato rispetto ai grandi palcoscenici nazionali, dove, forse appunto per questo, risaltano con maggior vivezza passioni ed intensità di rapporti umani che la sfida agonistica sa stabilire. E' figlio d'arte, perchè i genitori sono stati entrambi giocatori di buon livello, ma non per questo possiede doti di ragazzo prodigio. La sua ascesa sportiva è, infatti, del tutto simile a quella dei tanti ragazzini che frequentano la palestra ed il pallone di Marra, il tendone gonfiabile in cui la sua squadra gioca, così chiamato dal nome del suo mitico proprietario. Tanti del resto sono i personaggi avvolti nel mito agli occhi di un adolescente che possiede il basket come mezzo per lo scoprimento di sé: lo zio Italo, il vecchio massaggiatore, la morte del quale viene posta in relazione con le vicende personali così, con la apparente noncuranza e la focalizzazione dell'attenzione su un dettaglio che sono propri del preadolescente e che Poddi sa rendere con garbata levità: "Era molto vecchio. Una volta, durante l'intervallo, avevo avuto un calo di pressione, e il massaggiatore mi aveva rianimato con del cioccolato nero. Allora io avevo pensato al giorno in cui zio Italo si era sentito male e messo a letto, e mi ero chiesto se qualcuno avesse provato a dargli del cioccolato fondente". O ancora: i vari allenatori che si succedono alla guida della sua squadra, che nella memoria si sovrappongono e si fondono in un unico Rino, o Annibale, il silenziosissimo autista del pullman delle trasferte, che ha però tante cose da raccontare, o Adriana, la ragazzina del nord con cui Emiliano scopre l'amore in una sera d'estate alla spiaggia di Sant'Anna, e lo ricorda in una pagina di composto lirismo: "Sentivo premere sulle costole il morbido del suo seno da adolescente già cresciuta. In quel momento, io ero le mie costole. Il mare continuava a raccontare le sue storie da dietro le cabine." La storia è ricca di una serie di rimandi interni che compongono il mondo interiore di Emi, nel tumultuante fervore di sensazioni con cui l'adolescenza si manifesta negli animi più sensibili. Si tratta a volte di preannunci di stati emotivi e situazioni esistenziali che devono ancora avverarsi, che il protagonista percepisce in forma inconscia, come un segno non visibile, ma presente ad intermittenza che gli anni avrebbero poi rivelato e reso costante.
Un giorno, durante una finale, Emi riesce a riprodurre una finta che tante volte aveva visto in televisione, supera di slancio la difesa avversaria e va a canestro. E' l'inizio di un nuovo rapporto con se stesso. Diventa elemento centrale della squadra, e con gli anni il playmaker. Il basket gli ha dato consapevolezza di sé e sicurezza circa la propria collocazione in campo ed anche nella vita. In certe partite, soprattutto nei finale di partita, ha come una sensazione di sublimazione, tutto gli riesce facile, quasi fosse un altro, quasi riuscisse a depurarsi per qualche attimo delle mediocrità che impediscono ai più di essere campioni: "In quei momenti, diventavo. Diventavo e basta, senza bisogno di aggiungere altro. Diventavo per il fatto di mutarmi in qualcuno o forse meglio in qualcosa di diverso da quello che ero stato fino un secondo prima. Diventavo nel senso di essere vento."
Presto arriva il giorno di un'altra finale, quella decisiva per lui, quando gli osservatori di una grande squadra di Roma vengono per valutarlo e portarselo nella capitale. Ma a due minuti e diciassette secondi dalla sirena di fine partita la vita di Emiliano frena e devia verso una direzione sbagliata e che per molto tempo non ritroverà come completamente sua. In un incidente di gioco si rompe un ginocchio, e da allora in poi le prospettive per il futuro cambiano con la stessa ineluttabile autorevolezza della prognosi del professor M., il mago del ginocchio che neanche lui accetta di veder svanire l'avvenire cestistico del suo cliente insieme al suo orgoglio professionale. E, prima che gli orgogli di entrambi si rassegnino, il ragazzo va sotto i ferri tre volte. "Ter frustra comprensa manus effugit imago": anche Virgilio, che Emiliano, diventato professore di italiano e latino, commenta adesso per i suoi allievi, serve per spiegare le ferite che il diventare uomo ci riserva.
Poddi accorda bene le intenzioni narrative con una scrittura lineare ed asciutta, ma capace di risonanze profonde nell'utilizzare registri tonali diversi, che, per citare solo un esempio, possono svariare dalle forti striature impressionistiche con cui è descritto l'incidente alle iterazioni di interi brani con le quali lo stesso episodio si circonfonde di un'aura leggendaria. La narrazione è così sigillata all'interno di una coerenza tra fabula e forma priva quasi del tutto di smagliature (opinabile pare soltanto la venatura psicanalitica che pervade il finale), in cui è evidente l'intento di profilare la storia del raggiungimento di una maturità sofferta e amara, nata dall'urto tra vocazione e destino, desiderata diversa ed infine accettata, se non amata.
Un romanzo di formazione dunque, ma di una formazione particolare, quella di chi nasce o si sente nato (il che in fondo a ben pensarci è lo stesso) per costruire se stesso dentro un progetto che un accidente esistenziale imprevedibilmente annienta, e si trova a dover surrogare un sogno con qualcos'altro, e per fortuna sua ci riesce. Ma una traccia impercettibile di quel che avremmo voluto essere (e dovuto essere, anche qui a pensarci bene è lo stesso) e non siamo ci si sedimenta dentro comunque, per riaffiorare a tratti senza una precisa ragione nell'oscillare incongruo della memoria tra ricordo e rimpianto.

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