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Pizzingrilli Clio - Ritratto di una poltrona

RECENSIONI

 

E il disegno politico si tinge di giallo

CLIO PIZZINGRILLI
Ritratto di una poltrona
pp. 146 euro 13,50
Nottetempo, 2009

Raffaella D'Elia

Costruito come un romanzo di formazione in cui l'io narrante, in una confessione-dichiarazione dal timbro delirante, spiega le ragioni che lo conducono a compiere un delitto, l'ultimo romanzo di Clio Pizzingrilli mantiene dei precedenti (fin da I profondissimi, Bompiani, 1992, e "questi piccoli", quaderni di critica del lavoro) quella vocazione rivolta alla politica, qui rappresentata proprio nella sua incapacità di costituire una mappa condivisibile e aggregante, in un determinato momento storico: l'inizio degli anni 70 italiani. Ma la matrice definibile come politica (qui espressa sotto forma di congiure e trame misteriose) è solo lo sfondo sbiadito su cui si staglia il Ritratto di una poltrona (Nottetempo, 2009). In quel gruppo clandestino (descritto nell'attesa di qualcosa che sfugge agli stessi componenti) in cui il protagonista, Elia Molto, fin dall'inizio fatica ad essere accettato, il disegno di un progetto politico lascia lentamente che la sua trama si dilegui nel giallo. In questa città poco distante dall'Adriatico, il cui nome ancora una volta 'racconta il luogo-che-si-addice-alla-felicità' il protagonista è condannato a contemplare gli effetti della propria accidia e della mancanza di improntitudine che, se da un lato lo condurranno a compiere per errore l'omicidio di un uomo al posto di un altro, dall'altro rafforzano la potenza allucinatoria delle sue elucubrazioni, non priva di esiti umoristici. Mentre il racconto in prima persona procede sviluppandosi in ramificazioni sempre più fitte, attingendo ad una realtà psichica alterata e sorretta da una ferrea lucidità, si mescolano echi di reminescenze storico-politiche (il comunismo, accenni alla storia della filosofia) a resoconti minuziosi del proprio contrappunto rispetto al mondo.
A sigillare questa avventura compare, nelle ultime pagine, la poltrona del titolo, 'insieme carnefice e vittima, sbirro e Mabuse, disumana allegoria delle nostre città senza popolo', come la definisce Giorgio Agamben nella quarta di copertina. Il cui ritratto, misterioso quanto l'enigma ultimo che intende, forse, rappresentare, è comunque l'unico approdo più verosimilmente razionale concesso al pellegrinaggio senza requie di Elia Molto.

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