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Pirandello Fausto - Riflessioni sull'arte

RECENSIONI

 

Nei toni il colore dei ricordi

FAUSTO PIRANDELLO
Riflessioni sull'arte
pp. 137, euro 14
Abscondita, 2008

Patrizia Danzè

Nella prefazione al catalogo curato da Corrado Alvaro per una personale di Fausto Pirandello, allestita nel 1938 presso la galleria della Cometa a Roma, lo scrittore calabrese riflettendo sulla sua poetica in generale, affermava che era un pittore di drammi, e proseguiva notando a proposito della pittura italiana contemporanea un "attacco narrativo e drammatico che rappresenta fra noi il punto di incontro fra un'esperienza sazia di tecnica col regno della grande arte classica". Calogero Fausto (il nome Fausto viene scelto in onore di Goethe) nasce a Roma il 17 giugno del 1899, terzogenito di Luigi Pirandello e Maria Antonietta Portolano. Nel 1917, con gli altri ragazzi del '99 viene chiamato alle armi e deve interrompere gli studi classici, ma poi non viene inviato al fronte per motivi di salute. Dopo la guerra comincia a dedicarsi alla scultura, anche su suggerimento del padre, che sostiene che alla fine di ogni guerra si erigono monumenti ai generali, agli eroi, ai caduti e che quindi sarebbe più facile aver commissionati dei lavori; senonché la creta irrita i polmoni del giovane Fausto, che, perciò, si rivolge alla pittura. Bisogna dire che la pittura è di casa nella famiglia Pirandello: sia il padre Luigi che il fratello Stefano si dedicano da dilettanti a dipingere, e il padre è, appunto, il primo maestro di Fausto. E infatti, dopo il 1918, come il padre gli suggerisce, frequenta per un certo periodo lo studio dello scultore e incisore simbolista Sigismondo Lipinski, mentre nel 1920 frequenta la scuola libera del nudo. Le prime opere note sono alcuni disegni realizzati intorno al 1920, invece alcune incisioni sono datate 1921, anno in cui inizia a frequentare la scuola d'Arte di Felice Carena che segue anche ad Anticoli Corrado, un piccolo antico borgo nella alta valle dell'Aniene, famoso per i suoi artisti e le sue modelle. Non a caso conosce lì colei che diverrà sua moglie, Pompilia D'Aprile, ignorata tuttavia dal padre Luigi e dal quale avrà il figlio Pierluigi. Comunque, il suo esordio in pubblico avviene nel 1925, alla III Biennale di Roma dove espone un quadro di Bagnanti, un tema che sarà, insieme alle nature morte, assai caro a Fausto e che lo accompagnerà per tutta la vita. Erano gli anni del "ritorno all'ordine", che se in Italia avrà un aspetto specifico, dovuto alla politica culturale del regime fascista, nel resto dell'Europa (ma anche in Italia) sortirà esiti tutt'altro che univoci e non certamente solo regressivi. Si pensi al realismo magico in Italia o alla nuova oggettività in Germania, in cui la riappropriazione della figuratività si volge alla rappresentazione metafisico-surreale della realtà. A mettere a contatto il giovane Pirandello con l'ambiente in cui l'arte è stata sempre cosmopolita e trasgressiva è il periodo di Parigi, decisivo anche per la sua formazione (frequentazioni con Severini, Tozzi, de Chirico, Savinio, Campigli, Paresce, Magnelli, De Pisis e la conoscenza diretta delle opere di Cèzanne e dei Cubisti), esperienza conclusasi con la sua prima personale alla Galerie Vildrac.
Poi, a cominciare dal definitivo ritorno a Roma nel '31, per il giovane pittore inizia un percorso di successo con mostre in tutta l'Europa e in America. Definito da Roberto Melli nel '34 (lo stesso anno in cui il padre riceve il Nobel per la letteratura), " principe del grigio" (certamente più che un complimento), Fausto Pirandello si attesta su una cifra che, lavorando sempre più sul colore-luce-forma, cercando nel suo tonalismo il colore "del ricordo" come lui stesso dice, sfugge alla fittizia tradizionalità rappresentativa cui sembra apparentemente obbedire, e a cui si concede, forse, solo per un "dovere" esornativo; vi sfugge con la sospensione metafisica, arcanamente inquieta, da sottile sillogista, delle sue composizioni (termine che sostituisce quello abusato di rappresentazioni). Ma quel che in questa sede è più interessante, non è il Pirandello pittore, riconosciuto come uno dei maggiori artisti italiani del XX secolo, quanto lo scrittore, il critico, il teorico. Nel corso della sua vita, infatti, Fausto Pirandello ha sempre esercitato l'arte della scrittura, fissando in taccuini, non poi così estemporanei, un pensiero, un ricordo, un'impressione, una proposta, un proponimento (molti dei quali pubblicati sulla "Fiera Letteraria" o nelle autopresentazioni dei cataloghi) in cui si focalizza sempre l'attenzione sull'immagine-parola che ha costituito l'interesse preponderante della sua vita artistica. Nell'osservare come nella storia dell'immagine il concetto di verisimiglianza, ad esempio quella della ritrattistica rinascimentale, era un grande bluff, proprio allo stesso modo in cui lo è oggi lo stesso concetto per un ritratto fotografico a colori, si capisce quale fosse la trama del segno filata dall'artista e, soprattutto, si capisce come l'artista sentisse la necessità di parlarne spaziando da Paolo Uccello a Klee, da Giotto, Piero della Francesca e Tintoretto a Kandinski, Mirò, Braque e Picasso. Dunque, più che appunti e pensieri, preziosi nelle inesauribili problematiche dell'arte, questi di Fausto Pirandello, sono "riflessioni sull'arte" che Claudia Gian Ferrari e Flavia Matitti hanno curato per Abscondita arricchendo il bel volume (in copertina una emblematica "composizione" del '23 di Fausto Pirandello), di un interessante repertorio iconografico e bio-bibliografico.

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