SIMONE PEROTTI
Adesso basta
pp. 190, euro 14 Chiarelettere, 2009
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Lidia Gualdoni
L’avventura si preannuncia irta di pericoli e di avversità, di insidie e di rischi. Il coraggio di uomini audaci è messo a dura prova: la meta non è facile da raggiungere, i mezzi appaiono insufficienti, la paura dell’ignoto si fa sempre più forte... Qualcuno potrebbe pensare che stiamo parlando degli eroi. Invece, senza scomodare i protagonisti dei miti classici o gli autori di gesta leggendarie, il pensiero va, più semplicemente, al comune uomo moderno che, sempre più spesso, si trova a dover fare scelte difficili e ad affrontare situazioni che sembrano non lasciare via di scampo. Prendiamo ad esempio un uomo di circa quarant’anni, in salute, professionista affermato, soddisfatto e appagato da un’attività che gli garantisce alti guadagni: perché mai dovrebbe dire “Adesso basta”? (basta per davvero, non quei semplici proclami che tutti prima o poi fanno, frutto di illusioni o di sogni ad occhi aperti). Perché dovrebbe lasciare tutto per una vita diversa, più libera, forse, ma certamente con più incognite, soprattutto dal punto di vista della sicurezza economica? Eppure qualcuno ha avuto questo coraggio. Fra gli altri, Simone Perotti, che ha scritto anche un libro su questa sua esperienza: Adesso basta, edito da Chiarelettere. Due sono i suoi obiettivi, uno specifico e uno politico. “Quello specifico: provare a dare speranza a quelle persone in gamba e abbienti, ma infelici inconsapevolmente. Esseri umani che pensano di avere un’ottima condizione di vita, sono orgogliosi di averla raggiunta, intendono difenderla in tutti i modi, vanno avanti a testa bassa ogni mattina, si ammazzano di lavoro, guadagnano soldi in discreta o grande quantità, pensano di avere un grande futuro di felicità a portata di mano... ma non sono affatto felici. E verosimilmente non avranno quel futuro. Quello politico: mettere in discussione la certezza assiomatica che esista un solo modi di vivere nell’attuale sistema economico, ovvero partecipando alla costruzione indefessa dal Pil, fuggendo un metro avanti all’inflazione, sgobbando per consumare, vivendo dove non si vorrebbe, facendo quel che non necessariamente si vuol fare per tutta la vita. In sintesi, facendo solo e ferocemente una cosa: lavorare per spendere”. Ecco, Simone Perotti ha detto basta a tutto questo: un uomo solo contro il mostro, il sistema. Davide contro Golia. Qualcuno che non sogna sogni irrealizzabili, ma che fa di tutto per concretizzare, il prima possibile, quelli realizzabili. Per goderseli e poterne sognare altri. Il cambiamento vero, però – è bene sottolinearlo –, non genera ripensamenti o frustrazioni, pentimenti o amarezze; non nasce dal disagio, ma dal bisogno di vivere un’altra vita. E non si tratta certo di un processo veloce, piuttosto di un progetto da costruire negli anni fin nei minimi particolari. L’obiettivo – un cambio netto verso se stessi, verso il mondo che ci circonda, le abitudini, gli obblighi, il consumo –, è raggiungibile solo attraverso quello che in inglese viene definito downshifting, “scalare marcia, rallentare il ritmo”. Per l’autore ha significato lasciare la sua attività e la città in cui viveva, Milano, trasferirsi in un paese di mare e dedicarsi, mantenendosi con una serie di lavoretti occasionali, a ciò che più lo interessa: scrivere e navigare. Certo le obiezioni ci possono essere – e ci sono state. Perché può sembrare più facile intraprendere questa strada quando si hanno le spalle coperte, quando siamo noi a poter scegliere e non la crisi o il datore di lavoro, ma Perotti, fin dalle prime pagine, mette subito in chiaro quale dev’essere il punto di partenza, a chi si rivolge, quali obiettivi porre, i tempi e le strategie per raggiungerli. Ineccepibile, inattaccabile e, soprattutto, convincente, proprio perché propone il “suo” punto di vista, ovvero il punto di vista di uno che “ce l’ha fatta”. Tutto il resto è relativo. Provare per credere.
- Perché ha scritto Adesso Basta? Vuole diventare una specie di “profeta” del rinnovamento con il cambio vita? Sulle prime volevo fare un bilancio. Non pensavo neppure a un saggio. Io scrivo romanzi (tutti editi da Bompiani) e non avevo idea di tutto questo. Pensavo infatti di pubblicarlo da me, solo come eBook. Poi l’incontro con Chiarelettere e una domanda di Lorenzo Fazio: ‘Ma tu vuoi convincere qualcuno, vuoi che seguano il tuo esempio?’ Non ci avevo pensato. In effetti il tentativo di far riflettere, di suscitare un dibattito, far fare delle domande, poteva essere perseguito. E così il libro ha preso la piega del saggio/testimonianza. La sua carica politica, invece, c’era già. - Pensa di suscitare più ammirazione o invidia, per la scelta che ha fatto ed i risultati ottenuti? Stando alle migliaia di email che ricevo, di post sui blog e di interventi sui media, il 99% delle persone è ammirata del mio coraggio. In realtà, mi duole dirlo, sovrastimano le mie facoltà. E’ vero, c’è voluto coraggio, molto coraggio, ma tutto da fuori sembra enorme, infattibile, e anche io lo consideravo tale. Da dentro, fatto il primo passo, ogni cosa si è rivelata più bella e anche più semplice. Non mancano le durezze, i dubbi, le difficoltà, certo… - Pensa che ciò che ha fatto si possa considerare una fuga? No, una fuga proprio non lo è. Ogni fuga prevede un inseguimento. Chi scappa prima o poi viene riacciuffato, e allora sono guai. Io non ho nessuno alle costole, ho scelto tra cose positive. Il mio lavoro mi piaceva molto, è stata dura abbandonarlo. Ma proprio per questo la mia decisione è (spero) salda, perché non ho buttato via, ho scelto qualcosa che credo migliore. Un po’ come quando si salpa, non si abbandona per sempre la terraferma, non la si odia, non la si detesta, non si fugge. Il mare senza la terra non esisterebbe. - Lei è una persona intelligente e fisicamente piacevole – e non tutti lo sono – ha studiato con profitto, ha trovato un lavoro remunerativo, ha raggiunto l’equilibrio ed ha una grande autostima, sa stare da solo così come con gli altri (pochi, ma scelti), ha scoperto di saper fare molti lavori... Allora sarebbe proprio sbagliato considerarla un privilegiato, rispetto a chi ha avuto meno possibilità di lei, a chi non può nemmeno scegliere? Insomma, dovrà pure ringraziare qualcuno, oltre a se stesso: la fortuna? Il destino? Un qualche dio? No. Dio non esiste, notoriamente, altrimenti lo sapremmo. Non esiste neanche la sfortuna, altrimenti avremmo maggiori elementi anche su di lei. Esiste il caso, questo sì. Se fossi nato scemo, senza un braccio, strabico, certo avrei lottato contro problemi maggiori. Però vede, se tutti quelli dotati fossero felici, avrebbe ragione lei. Ma non è così. La ringrazio per l’apprezzamento fisico, ma c’è un mondo di uomini belli sul serio, cosa che io non sono. Quello che io ho certamente (ma che tutti possono lottare per acquisire) è la caparbietà, la facoltà di sognare focalizzando gli sforzi, senza disperdermi, concentrandomi. Questo è il vero punto. Io quello che ho (che è meno di tantissima altra gente), me lo sono guadagnato senza privilegi, senza vincite, senza fato, senza divinità. E’ roba mia, conquistata con testardaggine, con impegno, pazienza, quasi un atteggiamento zen, che guarda un punto e non toglie lo sguardo. Si può fare, mi dispiace deludere tutti quelli che sarebbero rassicurati se io fossi un genio, ricco, privilegiato: purtroppo per loro (e per me…) non è così. - C’è un passaggio, a pagina 151, in cui lei afferma che questo libro si rivolge “a milioni di uomini e donne che guadagnano bene o benissimo” e analizza due casi di entrate per 3500 euro o 5500 euro netti al mese: sinceramente, non crede di avere una percezione un po’ distorta o limitata della realtà, soprattutto in questo momento di crisi? Questo passaggio non è stato capito, si vede che non l’ho spiegato bene. Il paradosso di questa epoca non è che i poveri non desiderino di smettere di lavorare. Quello è ovvio, la gente in difficoltà economiche ha un problema grande ed è maggiormente sotto scacco del sistema. Il paradosso, qui, è che quelli che potrebbero non lavorare domani stesso continuino a farlo. Perché? E poi la gran parte della gente, che potrebbe in 15 anni emanciparsi dal lavoro, con sacrifici, con impegno, lavorando sodo soprattutto dentro di loro, perché non ci prova? Meglio faticare e poi essere liberi o faticare e continuare ad essere schiavi? Anche qui la domanda non riesce a incrinare il sistema che io propongo. La via c’è, anche per migliaia di persone che guadagnano meno. Basta volerlo, proprio così, non mi impensierisce dirlo. Chi critica questa affermazione ha ragione a farlo, è un suo diritto. Ma si perde una grandissima chance. Io non lo farei, fossi in loro… - Nel suo libro ha preso in considerazione proprio tutto con estrema serietà - conti economici, legami familiari, sentimentali e di amicizia, casa, trasporti, vacanze, eventuale eredità... Questo dà l'immagine di una persona estremamente affidabile, ma anche un poco cinica, fredda e calcolatrice. Com'è, veramente, Simone Perotti? Freddo e calcolatore quando deve realizzare un sogno. Che un sogno vero venga messo a repentaglio dalla mancanza di determinazione dovrebbe essere un reato punito per legge. E’ impensabile avere un sogno, poterlo realizzare e non realizzarlo solo per distrazione, per superficialità. Fuori da questo ambito, poi, sono un sognatore, sono un uomo ingenuo e anche un tenerone. Anche qui sento già che qualcuno storce la bocca. Di nuovo il problema che non si possa essere mutevoli, diversi a seconda delle battaglie, proteiformi a seconda degli interlocutori. Su questo ho scritto un romanzo molto ricco, Stojan Decu, L’altro Uomo (Bompiani). Chi è interessato al tema dell’identità dovrebbe leggerlo. - Non crede che la sua scelta abbia una valenza un poco egoistica? Nel mio libro ci sono cenni alla solidarietà: si parla di banca del tempo, di attività culturali, di ospitalità verso i giovani – nel capitolo finale. In ogni caso, io ce la faccio a malapena a far campare me stesso, che adesso debba fare della beneficenza mi pare un po’ ambizioso. Quel che ho (almeno prima di questo tsunami mediatico per il successo del libro) è il tempo. Faccio lo skipper volontario (gratis) per ragazzi delle scuole o ragazzi con problemi. Aiuto, se posso, amici e colleghi che hanno problemi sul lavoro. Qualche anno fa sono stato tra i fondatori di una associazione che si occupa di ragazzi handicappati mentali in età non più scolare. Insomma, quello che posso faccio. Ho molta stima di chi fa di più. Vorrei che non trascurassero di occuparsi di sé, di diventare persone migliori, altrimenti è paradossale. - Qual è stato l’aspetto più sorprendente di tutta questa faccenda? La libertà. Mi aspettavo moltissimo, ma non immaginavo che fosse così bella… Un episodio triste, invece? E il più divertente? Qualche incomprensione da parte di qualche lettore, che si è forse sentito messo troppo in gioco. Ma le critiche ci stanno. In questo paese è già un successo avere la maggioranza di gente che ti dice bravo. Chi non fa, non viene mai criticato. Fatti divertenti… il mio trasloco. L’ho fatto da solo, con scene da comiche niente male. - Non le manca proprio nulla della sua vita passata? Mi manca un po’ l’attività culturale di Milano. Grandissima città. Ne rimpiango qualche stimolo. Ma si può vivere lo stesso. Per il resto, nessun rimpianto (al momento). - Un uomo come lei ha paura di qualcosa? Mille paure... nell'ordine: di morire senza prima aver detto e fatto alcune cose; di fare del male agli altri, a quelli che amo; di non essere capace di fare quel che ritengo doveroso, giusto, dignitoso; di non essere onesto con me stesso, con quello che dico e faccio; di non capire perché non vedo da fuori; di non fare abbastanza per le persone che amo. Paure come tutti, penso. Un uomo coraggioso non si vede dall’assenza di paure, credo, ma dalla voglia di rischiare, di mettercisi, di non mollare mai. - Infine, il progetto del kibbutz moderno di cui parla nelle pagine finali a che punto é? Non c’è ancora. La fase del sogno è aperta. Chi vuole contribuire è benvenuto.
Simone Perotti è nato a Frascati nel 1965. Dopo aver svolto attività di manager per quasi vent'anni nel settore della comunicazione, in agenzie e aziende italiane e multinazionali, ha deciso di lasciare il lavoro, soldi e carriera e si è trasferito in Liguria, tra La Spezia e le Cinque Terre, per dedicarsi esclusivamente alla scrittura ed alla navigazione. Per mantenersi, ora affitta o trasferisce imbarcazioni, fa lo skipper e l'istruttore di vela ed una serie di lavori saltuari. Oltre a numerosi racconti su riviste letterarie cartacee e on-line, ha pubblicato Zenzero e Nuvole, Stojan Decu, l'Altro Uomo, (Premio Volpe d'Oro), Vele e L'Estate del Disincanto. Ha collaborato e collabora con riviste e giornali con articoli e reportage sul viaggio, il turismo, la nautica, le regate.
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