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Percival Everett - Deserto americano

RECENSIONI





Le avventure picaresche del morto resuscitato

PERCIVAL EVERETT
Deserto americano
trad. Marco Rossari,
ed. orig. 2004
pp. 263, euro 16
Nutrimenti, Roma
2009

Paolo Montioni

A distanza di pochi mesi, Nutrimenti ha messo a disposizione del lettore italiano due romanzi dello scrittore nero americano Percival Everett. Si tratta di due romanzi molto diversi tra loro che testimoniano di una (al momento) pronunciata biforcazione dell'ispirazione cui ubbidisce lo scrittore. Da un lato la farsa, la fantasmagoria, l'invenzione di situazioni strabilianti, dall'altro la tragedia, la stretta adesione alla realtà, la ricerca di un'espressività essenziale. Deserto americano percorre il primo dei due sentieri e intreccia solo raramente il secondo (che decisamente si fa preferire). Ted Street è morto decapitato in un incidente stradale occorsogli mentre percorreva la strada che lo avrebbe portato sul luogo che aveva scelto per suicidarsi. L'impresario delle pompe funebri gli riannoda la testa al corpo alla bell'e meglio, ma, dopo tre giorni, durante il funerale, di fronte agli astanti attoniti e terrorizzati, il morto resuscita, nudo, con "l'arnese che ciondolava simpaticamente all'aria", provocando infarti, resse, suicidi di massa. Comincia una serie di avventure picaresche (in America, ovviamente, diventano on the road) che nascono dall'immissione dello straordinario, dell'impensabile, dell'inimmaginabile nella quotidianità personale e sociale. Famiglia, mezzi di comunicazione, sette religiose, esercito cercano di carpire il segreto del nuovo Cristo e di piegarlo alle loro meschinità. Ad eccezione di una scena (sulla quale si tornerà), il romanzo non decolla: troppo appesantito dalle irrisolte giustapposizione tra pacchiano e delicato, tra profondo e superficiale, tra grossolano e sottile. Everett ci ha abituato a questo tipo di giustapposizioni, ad avvicinare battito cardiaco e peti, sottigliezza speculativa e frasi stereotipate, banalità e genio. In più, quando vuole essere brillante, diventa dispersivo come il suo eroe prima di resuscitare, "Ted, in quel momento [quando la moglie stava scoprendo una sua marachella], si sentì in tutti i modi possibili tranne che bene". Ma Everett è scrittore di vaglia e bisogna amarlo come Sainte-Beuve amava Molière e Proust Balzac. Ah, amare Everett..Molière non riusciva a trascendere il farsesco, Balzac il concubinaggio con la Musa, Everett la pacchianeria.
Allora bisogna leggere Deserto americano come un'allegoria della letteratura nella quale il corpo allegorico (il romanzo) è sfocato e pieno di difetti, ma l'ideale (la letteratura) è puro e illuminato. Lettura lecita? Non so, provo. "Ted decise di raccontare la sua storia in terza persona […] lui si trovava - o si trova - fuori di sé, non tanto sul parapetto della coscienza ma su quello della vita stessa"; Ted resuscitato si accorge di godere di un esponenziale potenziamento dei sensi, senza però che questi siano materialmente funzionanti; uno dei difetti che Ted si riconosceva prima di morire-resuscitare era l'esprit d'escalier, ora non più, le sue risposte sono pronte e a tono (come fossero ripensate); il Ted resuscitato ha il potere di ricostruire per scorci significativi il passato dei personaggi che incontra; diventa "riflessivo, impavido, curioso"; "la sua voce si era addolcita, era diventato di poche parole ma quelle poche le sceglieva con più accuratezza"; infine, decisivo per la nostra ipotesi, "due avanti e uno di lato, due di lato e uno in avanti. Così selvaggio, così radicale!" La mossa del cavallo!
Tempo fa, durante una trasmissione televisiva, un noto conduttore intervistando un affermato scrittore italiano, alla fine domandò "Ma, insomma, a che serve la letteratura?" Lo scrittore, che pure aveva frequentato e scritto dei massimi (Goethe, Kafka, Proust), tergiversa, bofonchia banalità, poi, illuminato dal più malizioso dei minimalismi, conclude "Beckett diceva "non so fare altro!"" guadagnandosi così, all'ombra di un altro grande, il plauso del conduttore, l'applauso degli spettatori in sala e, forse, la riconoscenza pacificata di quelli a casa. Everett, antipatico e insolente qual è, avrebbe risposto "la letteratura serve a dire la verità. Per fare un esempio, servirebbe a dire che le domande che Lei mi fa gliele ha preparate un gruppo di redattori che, tutti assieme, guadagnano un ventesimo di ciò che guadagna Lei; che i miei libri sui quali Lei ha così graziosamente sproloquiato non li ha nemmeno letti; che questa conversazione non ha lo scopo di arricchire il patrimonio culturale mio, Suo o degli ascoltatori, ma solo quello di consentirmi di vendere qualche copia in più del mio ultimo, bellissimo libro". Come lo so? Basta leggere la scena (che da sola salva il non irresistibile romanzo) dell'intervista del neo-resuscitato Ted Street alla boccolosa (M. Juordain dixit) giornalista Barbie Becker.

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