PAOLO GRUGNI Italian Sharia
pp. 203, euro 14 Perdisa Pop
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Barbara Caputo
In Italia sembra essere attestato un gruppo maturo e interessante di scrittori della migrazione, ma si può dire altrettanto per quanto riguarda la produzione letteraria di italiani sulla migrazione? La domanda sorge nel leggere Italian Sharia di Paolo Grugni (Perdisa), romanzo che si svolge intorno al delitto d'onore di una ragazza marocchina e alla scomparsa di sua sorella, ispirata a quelle reali di Hina e Sanaa, e di altre donne ricondotte nel paese di origine per essere uccise. Il protagonista, fortuitamente sul luogo del delitto mentre soccorreva un suo studente rumeno intossicato dai pesticidi, e che aveva intravisto la sorella della ragazza uccisa fuggire di casa, si sente investito dal dovere morale di trovarla, e azzardando una trasferta in Marocco, nel corso della quale si svolgerà un conflittuale confronto di civiltà che parrebbe essere tra sordi infarciti di reciproci stereotipi. L'occhio dell'io narrante, addetto stampa a Prato di un sindaco alto un metro e sessanta e "con un riporto identico al simbolo del mare mosso sulle riviste di nautica", a cui confeziona i discorsi, vaglia spietatamente e desolatamente il nonsense che lo circonda, rilevando minuziosamente e ossessivamente le brutture che segnano corpi sgraziati. Il nonsenso del mondo è in particolare incarnato dalla figura di Michael Jackson, su cui il protagonista riflette per tutto il corso del libro. Poco si sottrae al suo "pessimismo comico", che non risparmia nemmeno i figli Francesca e Martin, due adolescenti qualunquisti e apatici. Oggetto di amore incondizionato, solo la moglie Chiara, radiologa che porta con sé a casa, per esaminarle, lastre che recano tracciate sentenze di morte. Oggetto di uno sguardo pietoso sono i suoi allievi del corso di italiano, vittime di difficoltà materiali e crudeltà storiche e sociali, tra cui una donna etiope sfregiata dall'acido buttatole addosso dal fratello, e una coreana del nord fatta abortire a calci. L'intento di demolizione del mondo circostante è esplicitato nelle prime pagine del romanzo: Vivo la scrittura come reazione alla ferita infetta, la scrittura è scontro e pertanto non può essere guarigione o catarsi, sebbene ne sia la parte iniziale, nel momento in cui il male inizia a sentirsi meno, la scrittura muore. Se il rigore morale che anima questa scrittura appare chiaro, meno lo sono forse i risultati attinenti la vicenda della violenza contro le donne musulmane, attribuita a una generica sharia' o "legge", che però con i delitti d'onore - prodotti piuttosto dai codici dell'onore maschile e familiare - non c'entra nulla. In molti paesi arabi la sharia' non è tradotta in leggi, se non per quanto attiene alcune definite asserzioni coraniche come l'eredità femminile e il divieto di adozione. Lascia perplessa la vaghezza di conoscenze del protagonista, pure comprensibili perché è quella dell' "uomo comune" (valga ad esempio la sua generica citazione di "musica sufi" che fa tanto turistico), ma viene da chiedersi se l'autore non avrebbe dovuto produrre "costruttivamente" un po' di più, in modo da rendere giustizia alla varietà, alla complessità e perché no, anche alla raffinatezza e duttilità logico-interpretativa della civiltà islamica.
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