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Paolo Di Paolo - Tabucchi, geofrafie della morte

SAGGI

Paolo Di Paolo
Tabucchi, geografie della morte


C'è una strana, misteriosa lettera d'amore, verso il finale di Tristano muore di Antonio Tabucchi (2004). Una voce femminile, che potrebbe chiamarsi Arianna, va in cerca del suo Teseo:

Ti ho cercato, amore mio, in ogni atomo di te che è disperso nell'universo. Ne ho raccolti quanti mi era possibile, nella terra, nell'aria, nel mare, negli sguardi e nei gesti degli uomini. […] Tutto ho raccolto di te, briciole, frammenti, polvere, tracce, supposizioni, accenti restati in voci altrui, qualche grano di sabbia, una conchiglia, il tuo passato immaginato da me, il nostro supposto futuro, ciò che avrei voluto da te, ciò che mi avevi promesso […]. (Tristano muore, pp. 141-143)

Questo testo chiudeva già Si sta facendo sempre più tardi (2001), in cui Tabucchi aveva raccolto diciassette racconti "in forma di lettera". "Voglio solo dire - avvertiva allora lo scrittore in un Post scriptum - che la lettera nella lettera, intitolata Lettera al vento, l'ho sottratta a un mio romanzo che non ho ancora scritto. Se un giorno lo scriverò gliela restituirò". E così, puntualmente, Tabucchi l'ha restituita a Tristano muore - e forse sono queste le pagine più belle dell'intero romanzo, perché è in esse che si concentra, si addensa tutta la pietà di cui il personaggio Tristano ha bisogno.
La voce di Arianna-Daphne-Mavri Elià ha consistenza e tonalità diverse rispetto a quella di Tristano (il quale impiega un'intera notte - sostiene - a riscriverla a mente). Laddove Tristano procede per sospensioni, approssimazioni ("avanti, 'ndrè", come dice il ritornello di una canzone popolare che Tabucchi ama), Arianna-Daphne tiene a mente tutto (anche se le sfuggono i nessi) - e lo riferisce (prova a farlo) senza tirare il fiato: come dentro un respiro unico. Inquieta, fragile, Arianna si muove però nella consapevolezza del corpo: quella cui Tristano si approssima ancora, sempre più carico di amarezza, sempre più disilluso. Forse Arianna-Daphne non teme più (ha imparato a non temere più) "lo sguardo circolare, dove tutto entra senza senso e senza rimedio"; invece, Teseo-Tristano ha bisogno ancora di finestre, di geometrie: e proprio, e tanto più, mentre gli si sfaldano tra le mani.

Non so se tu hai messo il tuo seme dentro di me o viceversa. Ciascuno è solo sé stesso, senza la trasmissione di carne futura, e io soprattutto senza qualcuno che raccoglierà la mia angoscia. Tutte le ho girate queste isole, tutte cercandoti. E questa è l'ultima, come io sono l'ultima. Dopo di me, basta.

Manca ad Arianna qualcuno che ne raccolga l'angoscia. Ecco perché Lettera al vento era il primo titolo di questo testo, che restava senza indirizzo, o con un indirizzo troppo vago per essere raggiunto. Qui, invece, l'indirizzo è Tristano: è la sua voce, che evoca la voce di Arianna-Daphne (e appunto evocandola, le restituisce vita). Scrive Tabucchi in Autobiografie altrui. Poetiche a posteriori (2003), riflettendo sul romanzo Requiem (1992):

Ho già detto che l'etimologia della parola "evocare" è ex vocare. Ma sappiamo altresì che "evocare" significa anche richiamare qualcuno dal regno dei trapassati per mezzo di facoltà medianiche: il che ci riporta all'esoterismo contenuto nella misteriosa forza della voce di Orfeo. "Voce" (verbum, logos) che è, tra l'altro, il principio e l'attività della creazione: In principio erat Verbum, secondo il Vangelo giovanneo. E che è ancora la prima manifestazione dell'essere umano: il bambino esce dal ventre della madre e fa sentire la sua voce piangendo.

Poche righe più avanti, Tabucchi cita alcuni versi di Emily Dickinson: "Nella mia stanza lo sento, / un amico privo di corpo - / […] // Non so se visiti altri - / né se presso altri si trattenga - / Ma l'istinto ne conosce il nome / Immortalità". Così, Tristano - evocata Arianna-Daphne-Mavri Elià ("Daphne non c'era più, ma restava la sua voce) - conclude, rivolto al suo enigmatico interlocutore:

per esempio quando scomparve… quando defunse, come direbbero quelli che usano espressioni tipo mi corre l'obbligo, sentite condoglianze. Sciocchezze, le persone non muoiono, mi corre l'obbligo di precisare, restano solo incantate… l'ha detto uno scrittore [João Guimarães Rosa, scrittore brasiliano, 1908-1967] che dovresti conoscere, noi restiamo incantati per quelli che ci amano, ma quelli che ci amano tanto tanto tanto, stiamo lì a mezz'aria come dei palloncini ma non ci vede nessuno, ci vedono solo quelli che ci amano, ma quelli che ci amano tanto tanto tanto, e loro, alzandosi sulla punta dei piedi, con un piccolo slancio, un saltello da niente, ci acchiappano per le gambe che ormai sono fatte d'aria e ci tirano giù, trattenendoci […].

Fanno un po' anche questo, gli scrittori, secondo Tabucchi. Evocano, trattengono. Come fa Pereira, il protagonista del romanzo più noto di Tabucchi (Sostiene Pereira, 1994): è estate, Lisbona scintilla, e lui pensa alla morte. A come trattenere i morti. E così fa chi dice "io" in Requiem, andando incontro al fantasma di Pessoa in una Lisbona torrida e deserta. "I morti - mi ha detto una volta Tabucchi -, come i cetacei che comunicano con una specie di sonar naturale per non essere disturbati da tutti i suoni artificiali che inquinano gli oceani, hanno bisogno di acque acusticamente pulite, affinché la loro voce non si perda nel rumore di fondo da cui siamo avvolti".

Ma allora perché le "acque" di Tristano muore non sono "acusticamente pulite"? Perché sono avvolte da un rumore, da un ronzio insistente? Il punto è che stavolta Tabucchi non dialoga con un morto, o con un vivo: dialoga con un semi-vivo, con un semi-morto. E questo complica le cose. Tristano non è morto, ma non è più del tutto vivo: la vita scorre fuori, lui ne è ormai distante. Tristano possiede solo il suo passato (ma fino a che punto? e lo possiede davvero?), e una dolente "nostalgia del futuro", che coincide con l'impotenza (una impotenza fisica e storica):

[…] se solo avessimo la forza per dirle, signora storia, lei non è niente, non faccia tanto l'arrogante, lei è solo una mia ipotesi, e se non le spiace ora la invento come preferisco. Ma per dire questo bisogna essere vecchi, e inutili, quasi cadaveri come sono io, quando hai capito che lei era un'illusione, un fantasma, ormai non puoi più farla, è già stata fatta.

Quand'è allora che si muore davvero?, sembra chiedersi Tabucchi. Quando non si appartiene più alla storia?

A occhi sbarrati sotto la canicola agostana, con le parole di una lettera senza lettera fra le mani, ectoplasma del rimorso condensatosi nell'aria come un gas d'ammoniaca uscito da una tubatura forata, immobile se ne stava Tristano abbacinato nel biancore del meriggio, nudo e bruco come bestia così come era corso via dalla casa in preda alle sue voci, invocando spiriti che lo invocavano… il pendulo membro flaccido, ago di bussola inutile, segnava un punto non cardinale che lui capì essere la terra, e più che la terra il sotto, e più che il sotto lo sprofondo, e l'eterno… e il bacinio della luce di colpo si tramutò in tenebra che tutto inghiottì… Alzò le braccia come se brancolasse e si sentì inquilino del nulla, fatto nulla anche lui. Era forse già morto? Chi poteva dirlo, chi poteva dirlo… Non può dirlo nessuno, scrittore, questo lo so solo io, e forse neppure io, perché non si muore solo di fuori, si muore soprattutto dentro.

Tristano diventa un personaggio-corpo e insieme un personaggio-Novecento. Non più soltanto, quindi, un "personaggio-uomo": costretto a giocare tutto sé stesso nella visceralità, Tristano non si svela più solo affondando le parole nelle contorsioni psichiche, ma mettendosi a nudo anche, soprattutto fisicamente; esistendo (finendo di esistere) insomma attraverso la propria forma e verità anatomica. Il suo corpo allo sfascio diventa così anche allegoria del Ventesimo secolo che muore - ma non è morto, non ancora: come Tristano. Il brusio, le contraddizioni, le opacità, le incongruenze, le sospensioni persistono: come per Tristano. Tristano muore, non Tristano è morto.
Si può raccontarlo, dunque, testimoniarlo, il "presente della morte"? Tabucchi prova a farlo, scegliendo il percorso forse più impervio della sua carriera di narratore. Mette in discussione tutto: non sta raccogliendo una voce viva, immersa nella storia; né sta evocando una voce morta. Pellegrino al capezzale di Tristano, Tabucchi-scrittore staziona insieme al suo personaggio in quell'interstizio oscuro e sottilissimo che separa esistenza e non-esistenza. Tenta cioè la vicinanza, la prossimità estrema a quella zona di confine che "ci divide da ciò che non riavremo più e da ciò che non saremo mai".

Forse allora "geografizzare la morte" ha a che fare con quell'interstizio - e con questo libro. Scrittore e Tristano sono come i due elefanti di cui Tabucchi racconta nelle prime pagine:

Cominciano a camminare nella savana, spesso al trotto, dipende dall'urgenza del moribondo… e vanno e vanno, magari per chilometri e chilometri, finché il moribondo non decide che quello è il posto per morire, la morte se la porta dentro ma ha bisogno di collocarla nello spazio, come se si trattasse di un appuntamento, come se desiderasse guardare la morte in faccia, fuori da lui, e le dicesse buongiorno signora morte, sono arrivato… il suo è un circolo immaginario, naturalmente, ma gli serve per geografizzare la morte, se posso dire così… e in quel cerchio ci può entrare solo lui, perché la morte è un fatto privato, molto privato, e non ci può entrare nessuno oltre a chi sta morendo… e a quel punto dice al compagno di lasciarlo, addio e tante grazie, e quello ritorna al branco…

"Per ora trottiamo insieme", dice Tristano a Scrittore, verso il cerchio. È quando avrà raggiunto il cerchio, che Tristano sarà morto. Per ora, invece, muore, sta morendo (As I lay dying, dice il titolo di un romanzo di William Faulkner: "mentre morivo"): l'approdo al cerchio presuppone uno "sguardo circolare", quello di cui parla Arianna-Daphne-Mavri Elià nella sua lettera d'amore. "Lo sguardo circolare, dove tutto entra senza senso e senza rimedio, come quando Talete guardava le stelle, che non entrano nel riquadro della finestra".
Tristano, al momento, ha ancora bisogno di finestre, di orari, di calendari. Per questo ancora non può essere il Tristano di Leopardi ("Dialogo di Tristano e di un amico", 1832, Operette morali); per questo non muore.
Scrittore, invece, sì. Mettere punto, un punto fermo, non significa forse morire, come sapevano Maurice Blanchot o Italo Calvino, e come sa Tabucchi? "Ha detto Blanchot che lo scrittore "muore" non appena la sua scrittura esiste". Muore, come Arianna-Daphne-Mavri Elià, quando smette di cercare; quando cercare, da quel punto in poi, non spetta più a lui.

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