GIAMPAOLO PANSA I tre inverni della paura
pp. 566, euro 21,50 Rizzoli, 2008
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Alfio Siracusano
Più volte, nei libri di questi ultimi anni dedicati alla riscoperta dell’infinito carnaio che fu il dopo 25 aprile ad opera delle bande armate comuniste che non vollero deporre subito le armi, Giampaolo Pansa aveva detto che ciò che raccontava era nulla rispetto a quello che avvenne nel cuore dell’Emilia “rossa”, nel triangolo tra Parma Reggio Emilia e Modena. Ora colma la lacuna con questo I tre inverni della paura (Rizzoli 2008, pagg. 576), e lo fa a suo modo: documentandosi in maniera inappuntabile su una serie di stragi e di omicidi consumatisi nell’orrore della guerra civile che si combatté in quei luoghi dalla caduta del fascismo fino al consolidarsi definitivo della nuova Italia democratica e repubblicana, e organizzandoli attorno a una vicenda di ordinari intrecci borghesi con al centro una figura di donna, Nora, che rappresenta bene la coscienza della normalità italiana, antieroica e antiretorica, entro la quale scoppiò il bubbone purulento della guerra civile: con l’infinita sconvolgente misura dei suoi odi e delle sue perversioni.
Va detto subito che in questo libro Pansa ha voluto accostarsi più da vicino alla “misura” del romanzo, costruendo personaggi più credibili di quanto abbia fatto prima, anche se non ha voluto rinunciare, e certo lo ha fatto a bella posta, alla misura del cronista che elenca in bell’ordine i risultati delle sue ricerche. Questo vuol dire che, pragmaticamente, Pansa ha dato vita a un romanzo “a tesi” che denuncia esplicitamente la sua natura di “saggio” senza rinunciare a priori all’intento parallelo di rappresentare la “vita” come un romanzo deve fare. Parlarne comporta pertanto leggerne il doppio registro: fino a che punto esso fornisce un quadro di ciò che era la realtà in quelle contrade emiliane in cui si svolsero i fatti, ma anche fino a che punto i fatti raccontati (quelli dell’ordinario succedersi dei giorni e quelli delle notti buie in cui si perpetravano le stragi) integravano, e chiarivano, quella realtà. Plasticamente questo si avverte nell’immagine prolungata, quasi ossessiva, della situazione centrale del libro: tre donne, Nora l’Angiòla e la servetta Jacma, chiuse in una villa padronale (Villa Anita) e difese da uomini armati, come in un fortino assediato dai Tartari, con i frequenti arrivi e le subite ripartenze di Nelson e di altri che recano notizie dal mondo e danno contezza di quello che accade “fuori”.
Il giudizio, come il punto di vista di chi racconta, è nei fatti stessi. Ed è che sotto quello spicchio di cielo e per l’umanità che Pansa elegge a sua materia narrativa, il fascismo si era insediato sull’onda del pericolo “rosso” del primo dopoguerra, ma, se anche praticato nei suoi riti, non aveva realmente conquistato le coscienze, tanto che la scelta di portare l’Italia in guerra dalla parte di Hitler non fu né capita né accettata, anche se in nessun modo contrastata. Addirittura si continuò a considerarsi “fascisti” e insieme non avvertire che questo non poteva coniugarsi con l’aggettivo “buoni” o “innocenti”. Dall’altra parte si collocava un’umanità incattivita dall’odio contro il privilegio, incapace di riconoscere gesti anche spontanei e “onesti” di pacificazione. Su di essa ebbe facile presa una propaganda politica tutta centrata sulla lotta di classe, che vide nella guerra e nella Resistenza l’occasione per la rivoluzione proletaria sotto l’egida di Stalin e della Russia sovietica. La miscela di questi due elementi portò all’esplosione di una violenza senza quartiere, odiosa e assai spesso viscerale, che durante la guerra (civile) guerreggiata fu esercitata da entrambe le parti, e dopo il 25 aprile continuata da una sola parte, quella comunista. Fino all’intervento di Togliatti che esplicitamente condannò la prosecuzione degli eccidi. Che finalmente si spensero, anche se con qualche difficoltà e non senza avere ancora provocato vittime innocenti.
Rimane il senso complessivo del lungo racconto. Ancora una volta esso non va cercato in una scelta di campo dell’autore, che è sanguigna e drastica ma niente affatto ideologica, come è nel carattere di Pansa e della sua scrittura. Se Pansa, per fare un esempio, tuona contro l’Anpi è chiaro che non ce l’ha coi partigiani: ce l’ha con la retorica costruita sull’evento “resistenza” che ha continuato pervicacemente a chiudere gli occhi su quello che di fatto negava la “Resistenza” perché ne contraddiceva lo spirito. E rimane, fortissima, la denuncia della guerra con tutti i suoi orrori: quelli preventivati con immondo cinismo da parte di chi la guerra ha provocato, e che per questo non merita altro che disprezzo (sempre, allora come oggi), e quelli indotti dalle circostanze che dentro le guerre, specie se diventano guerre civili, si vengono a creare: dove la natura umana “si libera” e lascia emergere la triste fanghiglia di cui è fatta. Sempre, allora come oggi. Nell’Emilia delle bande prima fasciste poi fasciste e comuniste poi solo comuniste, come negli immensi carnai degli attuali fondamentalismi.
Furono questo i tre inverni dal quarantatre al quarantacinque: inverni di uomini fattisi lupi agli altri uomini, dunque inverni della paura. Che fu allora la paura di chi li visse, ed è, nel giudizio di oggi, la paura che possano ripetersi.
Il sottoscritto ha discusso del libro con Pansa.
Noto con piacere che questa volta lei ha messo più attenzione all’elemento narrativo. Come mai non lo ha fatto anche prima, negli altri romanzi?
Il ciclo dei miei libri sulla guerra civile non è mai stato di romanzi, ma di rievocazioni storiche che, almeno nelle intenzioni, non dovevano essere pedanti e difficili da leggere. Così è avvenuto nel 2002 con “I figli dell’Aquila” e nel 2003 con il titolo che ha avuto più successo: “Il sangue dei vinti”. Anche i libri successivi sono stati soprattutto diretti a raccontare vicende sempre tenute nascoste dalla retorica resistenziale e sempre negate da quelli che ho chiamato i Gendarmi della Memoria. Per “I tre inverni della paura” ho provato di nuovo la strada del romanzo, come avevo già fatto alcuni anni fa. Volevo chiudere il mio ciclo sulla guerra civile con una vicenda corale che fosse anche una saga famigliare, con una protagonista: Nora Conforti, una figlia della borghesia agraria emiliana che all’inizio della storia ha 18 anni. E che ha intorno a sé altre donne, a cominciare dalla sua tata, la grande Angiòla. Il romanzo mi è sembrato il mezzo più adatto all’impresa. Ci sono riuscito? Ai posteri l’ardua sentenza…
Mi è parso di notare, nel dipanarsi della vicenda su cui è costruito il romanzo, una specie di riconoscimento della normalità della vita su cui piomba improvvisa la barbarie della guerra, foriera a sua volta di altre barbarie. Sbaglio, o c’è nella sua lettura dei fatti uno sconfortato fatalismo?
Non sono un fatalista e neppure sconfortato. Ma come molti signori dai capelli bianchi ho visto sia la guerra che la pace. E so che la guerra distrugge tutto ciò che incontra, il bello e il brutto, il buono e il cattivo. Nei “Tre inverni” non ho fatto che registrare questa terribile verità.
I suoi protagonisti, piccoli o grossi agrari emiliani, mostrano di non condividere le scelte di guerra di Mussolini, peraltro devastanti nel caso di Giulio. Però continuano a dirsi “fascisti”, non fanno mai una vera autocritica. Come spiega questo fatto? E quanto ha influito, se ha influito, nel seguito della storia?
Gli agrari del mio romanzo sono anche dei fascisti, sia pure non tutti nello stesso modo. Ma sono soprattutto dei borghesi ricchi che vedono la loro condizione sociale insidiata dalla guerra civile e dal dopoguerra sempre pieno di sangue. Si sentono in pericolo. E come tutti gli esseri umani a rischio non pensano affatto alle autocritiche. Temono l’arrivo della rivoluzione comunista. E cercano di difendersi.
La guerra civile è anche guerra di “cives”, nel senso di uomini legittimati nel loro diritto di scelta contro altri uomini ugualmente legittimati: Paolo contro Giovanni. Muoiono tutti e due, vittime della stessa barbarie, ma se non c’è dubbio che le vendette dei “comunisti” furono spropositate, non crede che ci sia anche stato qualcosa di sbagliato nella scelta di Giovanni? Insomma: essere fascisti (naturalmente a prescindere…) era o non era una colpa?
Essere fascisti è stato un errore, prima ancora che una colpa. Ma è stato un errore anche essere comunisti. Per questo io non credo a chi si dichiara antifascista senza essere anche anticomunista. L’Italia è ancora piena di questi ipocriti che tagliano la storia a metà e considerano buona soltanto la fetta che gli fa comodo. Per quanto riguarda i personaggi di Giovanni e di Paolo mi sono limitato a ricostruire due figure molto frequenti nell’Italia di quel tempo. Ne ho conosciuti davvero tanti di italiani come loro: in quegli anni dei ventenni, oggi dei signori che hanno ottant’anni e anche di più. Non essendo stati uccisi come i miei due personaggi, la pensano come la pensavano allora. E non si sentono per niente in colpa.
Nelson è personaggio volitivo, pratico, sa leggere dietro i fatti e conosce uomini e cose. Lei gli ha messo in bocca molte delle sue idee. Possiamo dire che è il suo alter ego nel romanzo?
Tutte le figure dei “Tre inverni” hanno dentro di sé un po’ di me stesso e anche di Adele Grisendi, che è stata decisiva nella costruzione del romanzo. Nelson Artoni è una figura immaginaria, ma presenta i caratteri di molti italiani di quel tempo: contrari alla guerra perchè l’hanno fatta, ostili sia ai fascisti che ai comunisti, pronti a costruire un’Italia nuova che non sia ostaggio di alcun totalitarismo. E non a caso, nelle prime elezioni del 1946 Nelson vota per la Democrazia Cristiana. Ho voluto rovesciare lo stereotipo di tanti romanzi resistenziali, nei quali l’eroe era sempre un partigiano comunista. Soltanto Beppe Fenoglio, lo scrittore che amo di più, si è sottratto a questa finzione politica che ormai puzza di stantio.
Leggendo pensavo: ma poi il “modello emiliano” non fu esattamente un compromesso tra il “comunismo” e l’imprenditorialità, un po’ Nelson in salsa rossa? Come spiega lei che si sia realizzato sopra quell’infinito carnaio che racconta in questo libro?
E’ divertente l’immagine di “Nelson in salsa rossa”. Ma il modello emiliano è stata un’altra cosa, molto diversa. Provo a definirla così: il passaggio al capitalismo liberale di molti comunisti che si sono resi conto dell’impossibilità di far convivere l’ideologia del Pci con una società più libera e meno povera. Insomma, un modello sempre più emiliano e sempre meno comunista. Per rendersene conto, basta conoscere un po’ l’Emilia Romagna di oggi.
E visto che ci siamo le chiedo: ritiene che nel progetto del pci ci sia stato un elemento totalitario? Mutuato anche dal fascismo(mi riferisco alla struttura organizzativa, alla forma-partito)? Ma poteva, se c’era, dati i tempi e messa da parte Yalta, attecchire in Italia?
Mi stupisce questa domanda. Il progetto del Pci durante la Resistenza e nei tre anni successivi era del tutto totalitario. La vittoria della Dc nelle elezioni del 18 aprile 1948 l’ha sconfitto, salvando l’Italia da una dittatura rossa. Ma ci sono voluti molti anni per convincere la base comunista che stava sbagliando. Basta pensare alle resistenze incontrate nel Pci dalla svolta di Achille Occhetto, nel novembre del 1989. Eppure erano passati più di quarant’anni dalla fine della guerra…
A un certo punto lei evoca il concetto della “resistenza tradita”. In che senso, a suo avviso, lo sarebbe stata?
Non ho mai pensato che la Resistenza sia stata “tradita”. Nei “Tre inverni” ricordo che era il modo di pensare di molti partigiani comunisti convinti di conquistare il potere in Italia dopo la guerra civile. Per come la penso io, la Resistenza ha raggiunto tutti i suoi obiettivi, a cominciare da quello più importante: fare dell’Italia una democrazia parlamentare con una Costituzione liberale, scritta da tutti i partiti. Lo slogan della “Resistenza tradita” è poi ricomparso negli anni Settanta e Ottanta nella propaganda delle sinistre antagoniste e anche, purtroppo, nell’ideologia terroristica delle Brigate Rosse.
Lei ha un modo schietto di guardare alle cose, e in genere il suo giudizio è perentorio: di qua il male (fascismo e comunismo) di là il bene (nel nostro caso i partigiani azzurri, poi la DC di Dossetti ecc.). Non le viene il sospetto di avere semplificato un po’ troppo?
Non ho semplificato nulla. Sono andato al nocciolo della questione politica italiana o al cuore del problema. Non stiamo a raccontarci la storia di Maria Borgna: lo diceva mia madre quando qualcuno girava attorno a un problema senza avere il coraggio di affrontarlo con chiarezza. Questo ho fatto nei “Tre inverni”. E il grande successo del mio romanzo dimostra che ho visto giusto.
A un certo punto Togliatti interviene e pone fine al macello. È intervenuto tardi o non poteva farlo prima? Lei non utilizza la categoria “lasciavano fare perché li volevano ammazzare tutti…”.
Se Togliatti l’avesse fatto prima… Però la storia, e anche la politica, non si fa con i se. Togliatti è andato a Reggio Emilia soltanto nell’autunno del 1946 perché prima non voleva o non poteva farlo. Del resto, come racconto nei “Tre inverni”, neppure dopo quella data le acque si sono calmate. Gli Squadroni rossi hanno continuato a uccidere, non soltanto in Emilia. E l’apparato militare clandestino del Pci è rimasto intatto ancora per parecchi anni.
Fatto salvo che tutto quello che lei racconta è sacrosantamente vero, ci saranno pure stati nel PCI di allora degli antisecchiani che non approvarono quella deriva sanguinosa. Perché non prova a parlarne? Magari in un altro romanzo…
Ma io racconto degli “antisecchiani”, come li chiama lei. Ossia dei dirigenti comunisti che, anche a Reggio Emilia, erano contrari alla linea rivoluzionaria e militarista rappresentata da Pietro Secchia. Però non scrivo romanzi per riabilitare Tizio o Caio. Da romanziere della domenica, seguo soltanto il mio estro. E’ accaduto anche nei “Tre inverni”. Avevo in mente questa storia da qualche anno. E mi allettava il tentativo di scrivere un “Via col vento” della guerra civile italiana. Saranno i lettori a dirmi se ci sono riuscito.
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