PAOLO NORI
Mi compro una Gilera
pp. 127 euro 10 Feltrinelli, 2008 |
Stefano Spagnolo
Chi conosce i libri di Paolo Nori sa e si aspetta di trovarsi di fronte a una sorta di ipertesto implicito nel quale ogni libro, specialmente gli ultimi, contengono rimandi e riferimenti l’uno all’altro. Mi compro una Gilera, in questo senso, appare come una narrazione ibrida, un lungo racconto-ragionamento che ha alcuni nuclei argomentativi ben precisi: la storia, le vicende delle vite singolari rapportate al piano pubblico collettivo, il ruolo della letteratura. Un libro breve e ricco, scritto con quella prosa condensata e cadenzata che è una marca di stile riconoscibilissima nel panorama letterario contemporaneo italiano. Ne abbiamo parlato un po’ con Nori.
Allora vorrei iniziare chiedendoti di un’impressione generale che ho avuto leggendo Mi compro una Gilera, cioè che in questo libro si prosegue quel discorso iniziato con altri mezzi e forme in Pancetta e Noi la farem vendetta sul rapporto tra evento particolare e storia collettiva, qui più esplicitamente e marcatamente mi pare...
Non so, Stefano, faccio fatica a vedere me stesso, e le cose che ho scritto, come un discorso coerente e progressivo. Non so se è così. Però magari sembra così, quindi da un certo punto di vista immagino che tu abbia ragione.
Ti dicevo di quell'impressione perché come per Noi la farem vendetta, per esempio, dove scrupolosamente ti impegnavi a rimontare i pezzi della vicenda di Reggio Emilia del luglio ‘60, la traccia principale di questo libro, mi pare, sia un lungo discorso su storia e letteratura sul quale, quasi a dissimularne ma in realtà a corroborarne la forza teoretica, si innesta il racconto degli avvenimenti del protagonista (campagna elettorale, incontri con la figlia). Vien fuori, mi pare e ti chiedo se pensi sia una mia forzatura, questa frizione e questo rapporto di sfiducia tra il personale e il collettivo, tra verità della "storia privata" e incertezza sulla storia per come vien trasmessa e la apprendiamo a scuola dai libri.
Il libro è stato montato al contrario, cioè prima c'erano la parte privata e quella pubblica (municipale) e, alla fine, è stato aggiunto il discorso sulla storia.benissimo che il libro faccia l'impressione che ha fatto a te, anche se, dal mio punto di vista, tra queste tre storie, non ce n'è una che prevale, sono lì, tutte e tre, che si prendono contro e da questo prendersi contro alla fine salta fuori qualcosa, ma quella cosa che salta fuori, ammesso che salti fuori, salta fuori perché prima c'è tutto il resto. Mettere quella cosa qui come compendio del libro, come succo di quel che si è detto, non ha, secondo me, molto senso. Per sapere quel che dice il libro, purtroppo, dopo è fatica, ma bisognerebbe leggerlo dall'inizio alla fine. E per chi non l'ha letto i discorsi di quelli che l'han letto sono, per forza di cose, dei discorsi un po' esoterici, immagino.
Giocoforza, sì, e quindi il libro va letto, proprio perché val la pena leggerlo.Ma tanto per far un po' di essoterismo, possiamo dire qualcosa della trama, che come dicevi ha tre storie che si intrecciano. In Mi compro una Gilera c'è un padre alle prese con una figlia, le elezioni nel suo Comune di residenza, e ci son degli incontri e delle evocazioni di diverse persone e personalità più o meno eminenti. C'è questa struttura che adotti, a capitoletti numerati, dove ogni tanto la numerazione salta. Leggendolo, mi è sembrato che tu abbia fatto un lavoro di grande asciugatura e condensazione, sia all'interno dei singoli capitoli, sia nell'impianto del libro, è cosi?si diceva prima, in questo libro ci sono come tre storie, come tre scatole una dentro l’altra; una è una scatola minuscola, una microstoria, che è la storia di una famiglia divisa, col babbo che abita da una parte e la mamma e la figlia che abitano da un’altra. Una è maiuscola, la macrostoria, e in particolare il rapporto tra la macrostoria e la letteratura, il cui esempio trattato più dettagliatamente e quello di una celebre telefonata tra Stalin e Pasternàk. In mezzo, nella scatola di mezzo, c’è una storia che non è né micro né macro, è la storia della campagna elettorale per le elezioni comunali in una piccola città dell’Emilia. Il libro è organizzato in due parti divise in trentatre capitoli; una parte racconta una storia pseudoautobiografica, e tratta delle due scatole più piccole quelle familiare e comunale, ma tocca inevitabilmente anche la scatola grande, e comprende 22 capitoli numerati dall’uno al 22. L’altra parte tratta della scatola più grande, quella della macrostoria, ma tocca inevitabilmente anche le due più piccole, ed è in forma di discorso, un discorso sul rapporto tra storia e letteratura pronunciato a Vezzano sul Crostolo l’11 ottobre del 2007, e comprende 11 capitoli, che sono posteriori, dal punto di vista temporale, e per questo sono numerati dal 23 al 33, ma sono alternati agli altri ogni due, quindi nel libro si trova il capitolo 1, il capitolo 2, il capitolo 23, il capitolo 3, il capitolo 4, il capitolo 24, il capitolo 5, il capitolo 6, il capitolo 25 eccetera eccetera. Per via dell'asciugatura e della condensazione, sono contento che il libro ti abbia fatto questa impressione. Dicevo condensazione sia per via del ritmo estremamente teso, sia per delle volate in certi capitoli, delle aperture messe lì in conclusione apparentemente svincolate dal discorso in atto (per esempio nel capitolo 28). Due cose che saltano fuori circa l'idea di Storia (in particolare per quel che riguarda il Novecento) è che sia una collezione di quelli che chiami “abbagli”, e – due - una Storia la cui immagine pregnante è la pattumiera... Un'idea di Storia piuttosto cinica, distaccata?
A me sembra il contrario, mi sembra che il sentimento che c'è nel libro sia un sentimento mi viene da dire di compassione, per quello che è successo e sta succedendo. El'immagine della pattumiera, che viene da un libro meraviglioso, Europeana, di Patrik Ourednik, è un'immagine che un po' fa star male, dal tanto che è azzeccata, secondo me.
Ma nella pattumiera non ci vanno i rifiuti? Perdonami Paolo, non voglio insistere, ci mancherebbe, ma se l'immagine è azzeccata, e lo è in modo doloroso, non lo è proprio perché la storia del Novecento è un succedersi di quelli che nel libro chiami “abbagli”, il cui destino finale è lo scarto?
Sì, il novecento, letto da Ourednik, sembra tutta una storia degli abbagli, ed è una storia comica e tragica nello stesso tempo, ed è una storia che io penso sia impossibile, per noi, oggi, perlomeno per me, guardare con cinismo e con distacco, perché è la nostra storia e è la storia dei nostri genitori e dei nostri nonni; le storie che collassano, nel libro di Ourednik, il fascismo, il comunismo, il socialismo, la rivoluzione sessuale, il consumismo, la psicanalisi e la gomma americana, sono le storie delle quali loro e noi ci siamo nutriti, e passati pochi anni ci accorgiamo che sono comiche, e pensare a tutta la fatica, e ai disastri che hanno provocato, a me muove dentro un gran dispiacere. Leggere che Calvino, per esempio, nel 1953 torna dall'Unione Sovietica e scrive che là, praticamente, si bevono solo dei succhi di frutta, a me muove dentro un gran dispiacere: per me, per Calvino, per l'Unione Sovietica e anche un po' per i succhi di frutta.
L'episodio della telefonata di Stalin a Pasternàk, poi, per come la ricostruisci, trovo si possa leggere sul doppio piano dei rapporti fra potere e artisti, e in più su quello generale dell'incertezza di ogni ricostruzione degli eventi. Cosa ne pensi?
Ci son tante di quelle testimonianze, su quella telefonata, che è praticamente impossibile ricostruirla esattamente, oggi. Però, tutte queste testimonianze russe mi sembra abbiano un comune denominatore ed è proprio singolare, in un certo senso, che da noi, in occidente, sia stata diffusa una versione di questa telefonata completamente ribaltata. Questa è la cosa che a me interessa forse di più, della storia di questa telefonata, cioè il fatto che oggi, in occidente, si fa finta che in quell’occasione Pasternàk sia stato coraggioso, che abbia sfidato Stalin, che è una cosa che non sta né in cielo né in terra, a voler studiare la cosa come si deve. E allora la domanda che mi faccio è: Perché? E la risposta, ammesso che ce ne sia una, credo sia nel libro, e credo abbia a che fare con le vanghe. |