NELLO SAITO Gli avventurosi siciliani
pagg. 190, euro 12 Hacca 2010
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Alfio Siracusano
Nell'immediato Dopoguerra, coi campi di battaglia ancora fumanti, la Sicilia faceva i conti col banditismo e le lotte contadine, mentre la mafia riassumeva il volto e il ruolo di sempre, come sempre ben piazzata sul versante del potere. La letteratura se ne impadroniva come tema, le Conversazioni di Vittorini diventavano preludio ai disincanti di Sciascia, e mentre prendevano piede i miti della sicilitudine e dell'irredimibile diversità, montava sul piano storico la dilatazione del suo modello: che avrebbe permeato di sé, come cancro in metastasi, l'intero corpo dello stato. Eppure capitò che nel '54 uscisse un libro, nei Gettoni di Einaudi, che stravolgeva totalmente questo schema, e restituiva invece una Sicilia picara, grottesca e all'apparenza innocente, dove il confronto col nord "ricco" (Milano) si rovesciava nell'immagine di una famiglia milanese povera, quella di Fulvia, che riceve sussidi da un ricco zio Rosario che vive proprio in Sicilia, a Trapani. Per cui la giovane viene indotta dalla madre a raggiungerlo. A tornare, lei che nulla sapeva della Sicilia, nel ventre molle di quell'isola madre (Nello Sàito, gli avventurosi siciliani, Hacca 2010, pagg. 190, € 12,00).
Il viaggio, vittoriniano quanto basta, rovescia però il presupposto, svelando il vuoto di un mondo inconsistente che solo nelle pagine finali si fa concreto della brutale corposità dei fatti. Quando lo zio Rosario di Trapani si materializza nel losco figuro del padrone di saline sfruttatore dei lavoratori, in combutta con la polizia connivente coi suoi interessi e con dietro forze oscure a proteggerlo con la violenza. Per il resto, e per tutto il romanzo, la povera Fulvia ha a che fare con due perdigiorno (l'avvocato Pennisi e il commerciante Petralia) che la tormentano con una corte spietata e insieme la deviano quanto possono dal suo obbiettivo, mentre un po' le forniscono un modello alternativo di mondo (Napoli prima, poi un'untuosa Palermo) un po' la irretiscono in uno scenario di più larga consistenza di un vagone ferroviario inducendola a conoscere il mare, un po' la frastornano raccontandole di una Sicilia "avventurosa", che ama i pupi perché ama gli eroi e vive ancora del mito di Carlo Magno dipingendolo nei suoi carretti e rivivendolo in Turiddu Giuliano. Quello che ruba ai ricchi e dà ai poveri, non certo quello di Portella delle ginestre.
È in questa la cornice favolosa che si consuma il picarismo di cui si diceva, fatto di continui colpi di scena in chiave erotico-grottesca, fino alle assolate scene ultime tra le saline dello zio Rosario. Che svelano insieme lo scopo di quel viaggio, e dunque la verità dell'imbroglio nascosto in quei soccorsi inviati a Milano dentro pacchi con su scritto "libri usati" (in realtà la si vuole fare sposare al cugino Ninì), ma svelano anche quel che si nasconde dietro l'eterno siculo della fimmina a tutti costi, materia prima del brancatiano gallismo: che è la realtà brutale dello sfruttamento di classe mascherato da eterno avventuroso. Sàito lo incarna nelle comiche avventure dei due perdigiorno, uno dei quali non a caso evoca il mito di Giuliano, eroe per finta di un improbabile riscatto.
Nel racconto che ne fa Fulvia, voce narrante ma anche portatrice del punto di vista di Sàito, lo scarto ironico non nasconde la serietà di fondo che è la cifra vera del libro. Peraltro ripreso e ripubblicato, di fatto tal quale, nel 1973, in tempi meno "innocenti" di quanto potevano forse permettersi di essere gli anni cinquanta. Avviene allora che il viaggio dentro le pagine, a mano a mano che scorrono, diventa metafora di un viaggio nel tempo. Nei capitoli finali i miti si avvolgono in se stessi e svelano la loro natura. Il sorriso quasi scompare davanti alla bruta realtà dei salinari morti di stenti e all'indifferenza di chi li ha condannati, e lo spettacolo dei pupi diventa il luogo naturale in cui tutti i nodi si sciolgono. Mentre sul palco del puparo sprizza a fiumi il sangue dei saraceni, accompagnato dalle urla di assatanati spettatori, fuori si svolge la mattanza di chi ha osato chiedere il rispetto di un suo diritto: chiedere che il padrone delle saline contribuisca alle spese per la sepoltura del suo dipendente morto sul lavoro. Come ci fossero due Sicilie: quella finta dei miti avventurosi e quella vera dei poveri oppressi.
La fuga di Fulvia parve allora a Sàito la sola speranza. Milano sembrava innocente, in quegli anni della grande migrazione. Il tempo ha poi svelato che così non sarebbe stato a lungo, e forse già non era.
Il libro
Fulvia Marini parte in treno da Milano diretta a Trapani, dove va a incontrare lo zio Rosario. In treno due siciliani, il sedicente avvocato Pennisi e il commerciante Petralia, le fanno una corte spietata, la convincono a fermarsi a Napoli e a prendere il traghetto per Palermo, la inducono a far tappa lì quindi l'accompagnano a Trapani. Qui Fulvia conosce la vera natura dello zio e anche il vero scopo del viaggio. Non le resta altro che tornare a Milano. Uscito nel 54 con Einaudi, il libro fu ripubblicato con qualche modifica nel 73.
L'autore
Nello Sàito nacque a Roma da genitori siciliani nel 1920 e morì nel 2006. Germanista e traduttore di testi letterari, fu anche docente universitario, critico e pubblicista. Sue opere: Schiller e il suo tempo (2003), La lirica del giovane Goethe (1964), Lutero, oggi (2001). Come narratore esordì con Maria e i soldati (1947), cui seguirono Gli avventurosi siciliani, Dentro e fuori (1970, Premio Viareggio), Quattro guitti all'università (1994) e Una voce (2001). Fu anche autore di numerosi testi teatrali, tra cui: I cattedratici (1994), Déjeneur sur l'herbe (1980), Bakunin o la rivoluzione impossibile (1991), La vita è donna (1994).
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