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Napolillo Enzo Gianmaria

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STORIE DI ORDINARIA PERDIZIONE

ENZO GIANMARIA
NAPOLILLO

Remo contro
pp. 246, euro 14
Pendragon 2009

Alfio Siracusano

Capita più che non si creda di leggere un libro che contiene dentro un altro libro, indipendentemente dal fatto che il libro incorporato sia stato letto dall'autore del libro che stai leggendo. Perché ci sono temi che stanno nell'aria che respiriamo, galleggiano sulla nostra coscienza, ce li diciamo giurando di volerne uscire fuori - e intendo fuori dai guasti che li accompagnano, dagli strascichi che si lasciano dietro. Che angustiano le coscienze, quando capita, che non è cosa di tutti i giorni, di avere riguardo ai temi delle coscienze. Avviene così per questo primo libro (un romanzo accompagnato da una postfazione di Alessandro Quasimodo) di Enzo Gianmaria Napolillo (Remo contro, Pendragon 2009, pagg. 246, € 14,00), dentro il quale senti tutta intera la tragica analisi che in un libro recente, L'ospite inquietante, Umberto Galimberti ha fatto dell'ultimo nichilismo, diventato ormai il fondo culturale dei giovani del nostro tempo. Eviscerato, nella cupa evoluzione dei tempi, delle ragioni pur nobili che lo avevano costruito negli a cavallo tra ottocento e novecento fino ai tempi dei grandi macelli, da Nietzsche ad Heidegger e oltre, che almeno parlavano di cose serie. E ne soffrivano, almeno il primo.

Qui invece, e il risultato non è meno serio perché drammaticamente diffuso e dunque "tragico" nel senso pieno del termine, lo scrittore esordiente, giovane come i suoi personaggi, ci mette davanti ad una storia di ordinaria perdizione che trova un riscatto, sentito peraltro come abborracciato, solo nelle righe finali di rassegnata malinconica omologazione, dopo che due giovani esistenze hanno percorso tutte le vie di un'infinita discesa agli inferi: da nulla sospinti se non dalla stupida voglia, spavalda a volte e irriflessiva e a volte subita per pura assenza di volontà, di "essere se stessi", di essere "felici", di "lasciarsi andare", di "andare fino in fondo". Di "realizzarsi", di "dar vita a un sogno". Che, calate nel vortice della vita reale, sono solo parole, miti verbali che hanno sostituito altri miti di tempi diventati improvvisamente preistorici, forse non solo e non necessariamente solo verbali (patria, partito, impegno, pace, partecipazione, solidarietà). Ma pur sempre e solo parole, già allora ( e viene in mente il Mercuzio shakespeariano di "parole, parole, parole", o la Mina di una canzone famosa), e dunque evanescenze di pensieri che galleggiavano, come sempre galleggiano, nel vuoto ahimè reale che è la vita. Perché la vita (la nostra, la loro, di tutti presi ad uno ad uno) di altro non si riempie che dei nostri atti, di tutti presi ad uno ad uno. E diventa tragica, perché rimane vuota, quando gli atti sono il frutto di quelle parole vuote.


Che è poi la storia del quasi trentenne Remo, milanese che ha abbandonato gli studi e vive perso dietro sogni di cui non ha piena consapevolezza. Lascia la famiglia, per un po' vive con Lara, trova un lavoro che non gli piace, ha l'opportunità di andare in gita a Formentera e qui incontra Naileen: una ragazzina bellissima e disponibile ma come lui persa dietro il nulla di un lasciarsi andare che si traduce al momento in una costante volontà di trasgressione neanche intesa come trasgressione. Remo ne rimane stregato, se ne innamora, la possiede e ne è posseduto, in un vortice di amori-non amori, tradimenti-non tradimenti, dove la volontà dei singoli (loro due ma anche il mondo che li circonda) si trova annullata nella promiscuità infinita della movida di Formentera non meno di quanto avvenga nella solitudine di una casa di Milano o, peggio, nel mondo tentacolare di una Londra che non ci mette molto a mostrare il suo volto di ricettacolo di reietti. Dove confluisce un'umanità che crede di illudersi senza che in verità sappia neanche di cosa può illudersi e intanto scende sempre più in basso, gradino dopo gradino, nella droga e nel sesso più degradato, coll'unico risultato di annullare sempre più alla radice le possibilità di risalita. È bensì vero che alternative appaiono: la famiglia, l'amicizia. Ma il vuoto è talmente vuoto che anch'esse finiscono per essere annullate dentro la sua voragine. Salvo a risultare vincenti nell'ultima pagina della storia angosciosa, che è anche l'ultima del libro, ma sentite come sconfitta rassegnata, come segno del fallimento di chi ha comunque subito una sconfitta, perché non ha saputo realizzare quel sogno di parole che ancora non riescono a farsi intendere per quello che in verità erano: parole, parole…

Napolillo è scrittore di grande e sorprendente forza e capacità espressive. Ha capito bene che un romanzo conta per i fatti che lo riempiono, e che le estrapolazioni filosofiche o sociologiche, se anche ce ne fossero, tocca ai critici tirarle fuori. E dunque racconta fatti, fatti sempre uguali di progressivo abbrutimento, in un rimbalzarsi di scenari che sono come le stazioni di una via crucis già scritta: Milano, Formentera, poi di nuovo Milano, Formentera, Londra, con la sola eccezione di Valle Otro, a rappresentare un tentativo di difesa che fallisce anch'esso perché a nulla può riuscire la natura incontaminata quando il guasto è dentro chi si trova ad abitarla. Né possono farcela le esperienze altrui, se dentro manca la volontà. Se l'accidia di antica memoria è dominatrice assoluta degli spazi dell'anima. Avviene così che i fatti, raccontati con la forza che dicevamo (che è forza di lingua tanto più "comune" quanto più evocativa), diventino una metafora del nostro tempo, uno spaccato dolente di ciò che distrattamente leggiamo ogni giorno sui giornali, o vediamo nelle serie infinite dei talk show televisivi, o ci rimbalza davanti dal dilagare di sottocultura in cui si agitano le istituzioni e con loro gli uomini e le donne che le rappresentano: ogni giorno che passa sempre più senza storia, senza memoria, senza futuro.

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