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Muldoon Paul - Poesie

RECENSIONI

 

Il vissuto, un caleidoscopio di immagini

PAUL MULDOON
Poesie
(a cura di Luca Guerneri)
pp. 420, euro 15
Mondadori, 2008

Roberto Deidier

A conferma della grande vitalità della poesia irlandese contemporanea, riaffacciatasi prepotentemente alla ribalta con l'attribuzione del Nobel a Seamus Heaney dopo un parziale oblio che risaliva almeno ai tempi di Yeats (di Beckett poeta, infatti, se si escludono le ottime traduzioni di Juan Rodolfo Wilcock, si è parlato piuttosto poco in Italia), appare nello Specchio mondadoriano un'ampia antologia dell'opera di Paul Muldoon, classe 1951. Dalla sua scarna biografia si ricava che, accanto alla scrittura in versi, Muldoon ha frequentato gli ambiti della comunicazione radiotelevisiva per approdare infine negli Stati Uniti, dove è professore presso l'università di Princeton. Nessun evento straordinario sembra aver segnato la sua esistenza, come del resto accade allo stesso Heaney e ad altri poeti che meriterebbero, qui da noi, maggiore attenzione, come Michael Hartnett, erede di una lunga tradizione in gaelico: l'osservazione del quotidiano, l'esplorazione dei recinti più prossimi dell'esperienza, divengono di per sé, per questi autori, materia sufficiente, direi ragione sufficiente al loro stesso poetare. Eppure la poesia irlandese del secondo Novecento non ha trascurato quella lezione di visionarietà, di trasposizione della realtà su un piano mitografico di cui si era alimentata proprio la poesia di Yeats nelle sue stagioni più feconde; dietro le immagini più consuete, infatti, va a sedimentarsi quella capacità di lettura e interpretazione del mondo che sostanzia il suo stesso ampliarsi, il suo incessante metaforizzarsi. Per questo anche nella scrittura di Muldoon quel mondo può rifrangersi in una serie di figure da caleidoscopio, apparire nei suoi accostamenti più incongrui, restituendo al lettore, prima di ogni cosa, l'efficacia di un sentimento che catalizza ogni esperienza e la restituisce a una significazione universale. E ancora per questo è impossibile parlare di minimalismo, per questi autori, proprio perché a partire dal dato in apparenza insignificante o privato, essi hanno saputo rimettere in moto un ampio processo immaginativo, facendo dell'esperienza materia di un racconto comune, e dei luoghi da cui sono partiti le radici di una piccola epopea.
In questo senso, credo, si può tacciare un poeta come Muldoon, al contempo, del massimo di caratterizzazione e del massimo di elusività. Gli bastano pochi, essenziali tratti, infatti, per lasciar agire sulla pagina un microcosmo di dettagli, destinati a comporre nel loro insieme un mosaico ben più vasto e a proiettare l'immaginazione del lettore ben oltre lo spazio fisico della pagina, oltre lo spazio stesso che occupa la forma della poesia. Già, perché Muldoon è un poeta estremamente rigoroso da questo punto di vista e le sue griglie formali altro non sono che l'estrema modulazione di una struttura sotterranea di stampo tradizionale: prima fra tutte quella del sonetto. Spetta quindi al gioco dei ritmi e delle rime di allestire quello scheletro portante sul quale il poeta monta, come un abile bricoleur del pensiero, le tranches di un vissuto sobrio, privo di grandi sussulti e invece capace, in virtù di questo montaggio, di irretire in un vero e proprio dominio di figure l'incauto lettore, chiamato suo malgrado ad assumere un atteggiamento attivo, a farsi direttamente interprete.
È proprio sul terreno della libertà interpretativa che Muldoon, nel coacervo delle sue rappresentazioni, può giocare la carta della parzialità o del mistero, lasciando volutamente il tavolo e restituendo all'antagonista lettore quella dimensione di solitudine necessaria alla rifondazione e alla ricostituzione del senso. È come se, costringendoci ad attraversare le regioni del proprio vissuto, Muldoon riesca a muovere una sequenza di specchi per cui le immagini del nostro stesso vissuto riappaiono su una superficie che le anamorfizza, ma le rende comunque raggiungibili. Allora non importa più chiarire quanto quel caleidoscopio di immagini sia piuttosto un sorta di buco nero dell'esperienza; è solo muovendoci sul bordo dell'abisso, e sporgendoci quel tanto che basta a intuirne la profondità, come ci invita a fare questo poeta, che la stessa superficie su cui ci aggiriamo tornerà ad avere un significato e un nuovo spessore.

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