GIOVANNI MONTANARO La croce di Honninfjord
pp. 284, euro 16,50 Marsilio, 2007
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Lidia Goldoni
Ci vuole una particolare maestria – e un certo coraggio - per riuscire a creare un universo narrativo che riesca, pur nella complessità dovuta alla presenza di quattro storie lontane nel tempo e nello spazio, a farsi apprezzare in ogni suo dettaglio. Ci vuole una particolare maestria, dicevo, per combinare temi, stili, voci, personaggi e ambienti così diversi, dando vita ad un romanzo che, com’è facile intuire, diventa espressione delle grandi passioni del suo autore: la musica, innanzitutto, ma anche la storia, l’amore, la letteratura… Sorprende – e, nello stesso tempo, ci concilia con il mondo giovanile – scoprire che a scrivere questo romanzo dove, ai consueti meccanismi narrativi, si è sostituito un impianto ben più complesso, sia un studente, classe 1983, al suo esordio, Giovanni Montanaro. Ecco, dunque, le quattro storie che andranno, alla fine, a ricomporre un unico, e armonico insieme. Nel 1970 Bjorn Korning, custode dell’immenso archivio che a Ingenting, in Norvegia, contiene tutta la musica del mondo, riceve, dopo quattro anni di silenzio, una lettera da parte di Marie, la ragazza francese di cui è ancora innamorato. Bjorn parte alla volta di Venezia per non mancare ad un misterioso appuntamento con il destino: “E se fosse il momento di rivedersi? Voglio dire, così mi potresti far avere lo spartito; ma, soprattutto, mi farebbe piacere. Non cambierebbe molto nelle nostre vite, ritrovarsi, ma in qualche modo mi darebbe modo di esistere ancora. Per te, almeno. L’appuntamento io provo a dartelo. […] E so che verrai. 3 novembre 1970, sette di sera, Calle de le Careghe, Venezia, Ci conto, Tua Marie” Qualche anno prima, nel 1942, il compositore e partigiano Honninfjord-Dervinskij accetta di partecipare ad una missione molto pericolosa per impedire ai tedeschi di impossessarsi della bomba atomica che gli scienziati sono ormai in grado di costruire, con il materiale necessario a disposizione. Negli ultimi tempi, infatti, le difese della Norsk Hydro, lo stabilimento che sovrasta la cittadina di Tilbake e che frutta le acque e le materie prime della zona, sono state rafforzate: sta per partire un cospicuo carico d’acqua pesante, necessario per ultimare gli esperimenti e costruire l’ordigno. L’unico modo per fermarlo è quello di colarlo a picco una volta che si troverà in un punto sufficientemente profondo del lago. Purtroppo, a prendere il battello, di domenica, saranno intere famiglie, ma non ci sono alternative, l’affondamento che fermerà il progetto nazista provocherà anche la morte di molti civili norvegesi. Natale 883. La cattedrale di Askert trabocca di incensi e di fedeli giunti per la Santa Messa, in un tripudio di candele crepitanti, stoffe preziosissime e manufatti d’oro. I monaci benedettini si muovono lungo la navata centrale per prendere posto nei loro scranni, irriconoscibili sotto i cappucci calati, danno inizio alla messa gregoriana. Fra di loro, dopo trenta lunghi anni di peregrinazioni per il continente, si confonde anche il monaco Hoisbald: insieme ad altri venti confratelli sta andando incontro all’eresia, alla scomunica e forse alla morte. Infine, il 4 agosto del 1988, negli Stati Uniti, durante una trasmissione radiofonica dedicata alle vicende legate alla resistenza norvegese al razzismo, il contributo di una testimone permette di far luce sul mistero di un gruppo di bambini scomparsi nel nulla nel tentativo di sfuggire ai nazisti. “Romanzo storico, storia d’amore, mystery musicale”, “una partitura ricca e sofisticata, orchestrata con sorprendete maestria da un autore poco più che ventenne”: così viene giustamente definito questo romanzo, ovvero la narrazione di molte storie – molte voci, proprio come nella musica polifonica -, e di molte vite, ricca di citazioni e di allusioni, di rapporti fra passato e presente e di tensioni fra il mondo dei vivi e il mondo dei morti. Un romanzo che non mancherà di lasciare il lettore ammirato, innanzitutto per la profonda cultura di Montanaro, per la sua capacità di tenere alta la tensione e l’attenzione su più vicende contemporaneamente. Senza dimenticare la visionarietà sconfinata rappresentata dal labirintico archivio della musica – e, per estensione, della memoria -, dove chiunque può perdersi, ma anche ritrovare se stesso, il proprio passato, la salvezza o il legame con un amore impossibile o creduto perduto per sempre...
Vorrei che mi raccontassi qualche cosa di te: la tua formazione, le tue passioni – il teatro, la scrittura, la musica… - e come tutto questo ha influito nella stesura del romanzo.
Ogni cosa che mi piace incide su quello che scrivo. Ma, in fondo, incide ogni cosa. Per quel che posso, sono e cerco di essere una persona curiosa. Che si fa un sacco di domande. Che ama leggere e osservare di tutto: da Dostoevskij ai giornali di moda. La mia idea è che il romanzo sia la forma espressiva più alta, nella quale tutto è presente e necessario; ogni emozione, ma anche ogni forma di scrittura: il teatro, che amo tantissimo, il saggio, l’articolo di giornale. Quanto alla musica, la amo molto soprattutto per un motivo: come il romanzo, richiede tempo. Ed è la forma più alta di composizione. Di racconto. Il tuo viene definito un “romanzo storico, storia d’amore, thriller musicale”: com’è nata e come si è sviluppata l’idea di una trama così complessa?
Generalmente, ogni trama si forma per una successioni di immagini che mi vengono alla mente. In questo caso, sono state numerose: un uomo che si imbarca su una nave, una donna bellissima, un monaco medievale, due musicisti che suonano uno spartito, un traghetto che si inabissa in un lago. Che cosa avevano tra di loro in comune? Ricondurre a un’unica storia tante vicende diverse è ciò che, in assoluto, più mi affascina. Sempre con molta onestà: si seminano misteri ma vanno tutti spiegati. Fa sempre parte del rispetto per il lettore. Non credi che nel caso di un romanzo come il tuo, così “ricco” di riferimenti culturali, ci sia il pericolo che il lettore non sia in grado di comprendere o cogliere tutte le sfumature ed i rimandi in esso contenuti?
Io credo che il mio sia un romanzo semplice, che le cose più complesse siano tutte spiegate e che in fondo in un romanzo ciò che vince è la storia, la trama, e non i riferimenti culturali. Comunque, in generale, sbaglia chi ritiene che alcune questioni, penso alla resistenza o alla musica, siano difficili o, peggio ancora, non per tutti. Si ha spesso l’idea che la cultura sia qualcosa d’élite. Che non sia comunicabile a tutti. In realtà, spesso questa è una scusa per chi non riesce a spiegare fatti essenziali che tutti possono capire. E la ricchezza non credo sia un difetto se non diventa confusione; io vorrei fosse intesa come un segno di cortesia per i lettori più vari. Fino a che punto è lecito chiedersi, come ho fatto io, quali dei fatti, delle persone e dei luoghi corrispondono alla realtà e quali sono frutto della tua fantasia?
Qui si entra in uno dei grandi misteri della creazione. Chiedersi se qualcosa corrisponde alla realtà può essere divertente. È molto divertente, per l’autore, inventare e sbizzarrirsi. Ma non c’entra in fondo con il romanzo. Il romanzo è qualcosa che esiste, è qualcosa che crea un mondo. Nel suo perimetro accadono cose vere. Eppure, da un’altra parte, la creazione non è onnipotenza; è artigianato. L’ispirazione, spesso, è la strana alchimia che prendono le relazioni tra persone, cose, immagini. Una parte del romanzo è ambientata a Venezia, città letteraria per eccellenza, che è anche la tua città: su quali aspetti hai voluto puntare l’attenzione del lettore, rispetto ad altri autori?
Da veneziano, volevo scrivere di Venezia. Il rischio è sempre quello di dire banalità, ovviamente. Di Venezia si è tanto scritto; non tutto, però. Mi piaceva paragonarla ad un Archivio, per esempio. A un luogo di memoria, di responsabilità, a un luogo fantastico. Soprattutto, ho cercato di immaginare cosa provi una persona venendo la prima volta a Venezia. Come dice un personaggio del libro, i veneziani sono privati di questo stupore. È forse il grande prezzo che devono pagare. Infine, ci sono due aspetti che mi hanno particolarmente colpito: la teoria relativa al passaggio alla musica polifonica e la storia di un amore così forte che può tenere in vita una persona grazie al solo ricordo che abbiamo di lei. Puoi parlarcene?
Il passaggio dalla musica gregoriana a quella polifonica è uno dei momenti teologici cruciali della storia dell’umanità di cui però si sa molto poco. Si tratta, tra l’altro, di un processo durato secoli. Certo, io sono ricorso a una semplificazione, in merito: polifonia come molteplicità e gregoriano come dogma. Per la verità, amo moltissimo anche la musica gregoriana. Ma, comunque, tutto quanto è in funzione della trama. Dei personaggi che volevo creare. Di quello che fanno loro, in un certo senso. Quanto al fatto che l’amore tenga in vita, è la mia idea di amore assoluto. Ma non è solo l’amore che tiene in vita; è la vita stessa. Credo che tutti siamo Bjorn, il protagonista del libro: abbiamo tutti delle storie, dei ricordi, delle persone di cui siamo custodi.
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