SEBASTIANO MONDADORI Un anno fa domani
pp. 258 euro 14,50 Instarlibri 2009
|
Marisa Cecchetti
Forse perché “la morte risveglia il bisogno di sentirsi vivi”, Vittorio Congedo, di professione dietologo, dopo la perdita della moglie Teresa in un drammatico incidente d’auto, la sera che precede il funerale mette incinta una sua paziente giovanissima, Carola, e poi la sposa. Un anno dopo, proprio nel giorno dell’anniversario della morte, è presente con lei al matrimonio di una cugina, festeggiato in una splendida tenuta in Maremma. Vittorio appartiene ad una famiglia di imprenditori, il padre anziano non è più in grado di gestire l’azienda. La madre, separata dal marito, vive con uomo che Vittorio non ritiene adatto per lei. Suo fratello Marcello è diventato un bacchettone moralista che lo irrita appena apre bocca, Vittorio può solo recuperare ricordi nostalgici della loro vita di ragazzi. Ha due figlie adolescenti nate dal matrimonio con Teresa, che dopo la morte della madre vivono con la nonna materna. Ha avuto una bambina anche da Carola, che ha chiamato Teresa. Ma i personaggi che vivono nelle pagine di “Un anno fa domani” sono molteplici, coinvolti in un gioco di intrecci, di ritorni, di coincidenze, di sorprese, mentre si alternano piani temporali diversi. “Domani” è giorno di nozze che riunisce tutta la famiglia, -settecentocinquanta invitati- ma anche anniversario di un lutto, e coincide con la finale dei campionati mondiali di calcio del 2006. In un arco di tempo brevissimo passano intere esistenze, si delineano psicologie complesse, si caratterizzano figure definite quasi col ferma immagine, crudelmente realistiche, fondamentalmente tragiche. Nel tempo che si dilata Teresa è sempre presente nel ricordo di Vittorio, che ricostruisce il loro rapporto passionale, carnale, caotico, complesso, anomalo, estremamente vivo. Aver bruciato tutto ciò che le apparteneva non lo ha aiutato, niente gli dà pace, i soldi che gli si sono rovesciati addosso non hanno valore, il sesso che cerca spasmodicamente non lo placa, gli psicofarmaci non bastano, l’alcol assunto in quantità incontrollata è diventato il compagno della sua solitudine, in un mix micidiale con i farmaci, distruttivo. Romanzo nervoso, che rispecchia uno stato d’animo tormentato e segue la fuga del pensiero, attraversato tutto dall’immagine di Teresa,“bella come un pomeriggio nuvoloso al mare quando non riusciva ad aprire una bottiglia di birra e rideva fingendo di rabbuiarsi, ma era impossibile: il sole era finito tutto dentro i suoi occhi”. Teresa è fondamentalmente un mistero ma “quando ride il cielo si accorge del mondo”.
2- Il protagonista del tuo romanzo, Vittorio, appare un alieno in mezzo a quella borghesia imprenditoriale in cui vive. Può rappresentare in qualche modo il simbolo di una tua dissociazione da quel mondo? Io distinguerei subito il comportamento di Vittorio dal mio modo di pensare. Ho ambientato la storia nella borghesia imprenditoriale senza alcuna intento sociologico o di critica sociale. Detesto la letteratura con intenti programmaticamente didascalici. Il mio compito di scrittore è raccontare una storia: mostrare dei fatti e dei personaggi; non ho niente da dimostrare. Per questo la mia posizione personale è irrilevante. Più che alieno, Vittorio è inadeguato rispetto al proprio ruolo, alla propria età, alle aspettative sociali, ai sentimenti che deve affrontare, in primis il dolore, persino rispetto alle sue ambizioni ormai dimenticate. La sua inadeguatezza si esprime attraverso la goffaggine con cui si difende dal mondo. In definitiva è un uomo che si compiace della parte del fallito, in cui si sente sicuro. A un certo punto arriva a dire che gli rimane troppo tempo da vivere. Una volta morta la moglie, eredita un’enorme quantità di soldi che non si aspettava. Quando apprende della malattia del padre, ancora più inaspettatamente viene designato come suo successore alla guida della grande azienda familiare. Fatalmente, a ogni disgrazia corrisponde un colpo di fortuna e a poco più di quarant’anni è costretto a rivedere tutta la sua esistenza. Il suo riscatto sociale non ha a che vedere con alcun merito. Lui ne è consapevole, finendo per trasformare la propria inadeguatezza in una dimostrazione di forza. La sua posizione dissacrante nei confronti di chi lo circonda ha una radice esistenziale, lontana da qualsiasi forma di ribellione sociale. A lui piace trascinare tutte le persone che lo circondano nella visione grottesca in cui esplodono le sue scene madri. Dietro una sfrontatezza priva di inibizioni, si agita la rivalsa di un uomo ferito e rabbioso.
3- L’alcol, gli psicofarmaci, il sesso lo condizionano e lo distruggono. La sua ossessione sessuale è derisa anche dalla figlia, l’effetto dell’alcol e degli psicofarmaci è devastante ed evidente, ma intorno a lui c’è l’adulazione dei cortigiani, soprattutto quando gli va la maggioranza delle azioni dell’azienda di famiglia. Quanto è verisimile ed in linea coi tempi attuali questo protagonista? Avulsa dal contesto, questa domanda calzerebbe bene al nostro presidente del consiglio. Direi che siamo fin troppo in linea coi tempi! In realtà, la chiave di lettura del romanzo non può prescindere dal fatto che la voce narrante di Vittorio Congedo è alterata dall’abuso frenetico di alcol e psicofarmaci nel corso dei due giorni in cui si svolge la storia. Più di un indizio ci mette in guardia sull’inattendibilità della ricostruzione del passato, a partire dall’incidente mortale di Teresa. La ricerca del sesso, spesso disattesa dalle sue capacità obnubilate dall’alcol, è un’ulteriore deriva della sua disperazione. È vero, la figlia lo deride, ma anche per altre ragioni: soprattutto perché come padre è incapace di essere all’altezza del proprio ruolo, tanto è vero che pretende dalle figlie appena adolescenti una comprensione se non addirittura un’indulgenza da persone adulte. La figlia maggiore svela l’immaturità del padre. L’unica vera ossessione di Congedo è Teresa. Continua a temerla anche da morta, vorrebbe addirittura mettersi in contatto con lei attraverso un medium per chiederle il divorzio nell’aldilà. Non a caso il tempo di tutto il romanzo è il presente. L’uso del passato implicherebbe l’elaborazione del lutto e l’accettazione della perdita che Vittorio rifiuta. Anzi, il suo cruccio è quello di continuare a soffrire per non perdere il legame con Teresa. L’adulazione dei cortigiani rientra nei comportamenti umani. Solo che Vittorio la ridicolizza due volte, perché è lui il primo a non credere nel proprio ruolo e quindi il corteo di questuanti si trasforma in un’accolita di dissennati.
4- Il denaro sembra che non gli interessi molto, infatti, anche quando si trova erede dell’immensa fortuna della moglie, Vittorio ne fa un uso disinvolto: è una condanna del denaro, in un’epoca in cui si tende ad essere ciò che si possiede, o comunque un rifiuto del denaro non guadagnato con il proprio sacrificio? Questo rapporto col denaro è fondamentalmente un valore di Vittorio? Quanto è vittima Vittorio e quanto responsabile? Il denaro non interessa a Vittorio nella misura in cui ne possiede tanto. Però lo usa quando gli serve per liquidare l’amante della madre, o lo sciala credendo di esserne superiore come quando affitta un intero ristorante per pranzare con l’amico del liceo. Viviamo in un’epoca asservita al denaro, è innegabile. Mi fanno ridere quelli che applicano alla nostra società la visione weberiana secondo cui il successo è un valore in quanto frutto meritato del lavoro. Vittorio ne è la riprova: baciato dalla sorte, consapevole dell’ingiustizia della sua fortuna, crede di servirsene ma in definitiva la sua purezza – perché a conti fatti è un ingenuo – gli si ritorce contro: il problema è che nemmeno si ricorda più quali erano i suoi desideri. È un uomo in balia della propria incapacità di assumere un ruolo sociale definito. Vittima di se stesso e irresponsabile al contempo.
5- L’occhio che scorre avido sul fondoschiena femminile, anche di minorenni, può essere giustificato come una deformazione legata alla precedente professione, o è da considerarsi una vera e propria malattia di Vittorio, da curare? Francamente, il modo in cui Vittorio guarda e desidera le donne mi sembra un atteggiamento comune tra la maggioranza della popolazione maschile. La sua vera ossessione è il corpo in tutte le sue forme, dalla bellezza al degrado, e in tutte le sue manifestazioni. La fisicità della carne, gli odori anche sgradevoli, le funzioni corporali sono messe in scena con tutta la loro crudezza e sgradevolezza. Nella sua vita di fallito era un dietologo. Si autodefinisce un fiscalista della carne. Ma a pensarci bene tutta questa esposizione di corpi maschera un pudore profondo. Se la carne si può toccare, pesare, ridurre a un numero, i sentimenti sono relegati in una forma di solipsismo incomunicabile. Per Vittorio tutti noi siamo soli di storie: guai a raccontarle, una volta date in pasto agli altri diventano una merce contraffabile, alla mercè – scusa il gioco di parole – del giudizio altrui.
6- Le figure femminili, sia essa la madre, sia Teresa, Carola o tutte le altre donne che hanno attraversato la vita di Vittorio, non hanno una struttura profonda, non l’hanno aiutato a crescere -rimane solo la nostalgia di un’immagine materna appartenente alla infanzia e adolescenza e le figure severe delle nonne. Che cosa ti ha spinto a creare questa tipologia femminile? Perché le donne dovrebbero aiutare Vittorio a crescere? Non credo che il problema riguardi la mancata “struttura profonda” delle donne, al contrario penso che le donne del romanzo siano descritte con un’attenzione febbrile da Vittorio e benché filtrate dal suo sguardo parziale dotate di una profondità psicologica a tutto tondo. Forse il suo problema è che si aspetta da loro delle risposte su se stesso che non arriveranno mai. La nostalgia, che più spesso è un alibi che Vittorio stesso cerca di sconfessare, non è rivolta solo alla figura della madre, ma è equamente ripartita con il padre e il fratello in un passato mitico di cui avverte una lontananza incolmabile e soprattutto la contraddizione con ciò che le persone sono diventate. Le figure severe della nonna e della suocera sono ambivalenti. La prima si rivela calcolatrice e silenziosa fautrice del suo successo, sulla seconda si concentrano tutti i sensi di colpa nei confronti di Teresa. Sofia, la madre di Teresa, ha sempre dubitato dell’amore del genero per la figlia ritenendo questa affermazione continua di amarla una forma di presunzione. Non si fa scrupoli a dirgli che lui è un uomo che delude. Vittorio la teme ma la stima come nessun’altra donna.
7- Nel rapporto col marito Teresa è mutevole, istintiva, passionale, capricciosa, viziata, misteriosa, sfuggente, complessa, elementi che hanno tenuto comunque desta la passione: qual è il tuo giudizio personale su Teresa? Io non giudico i miei personaggi, mi sforzo di capirli nella loro umanità. Ci sono due Terese. Quella vista dagli occhi ossessionati di Vittorio e quella che vive a sua insaputa. Al lettore è dato di vedere solo la prima: è costretto a conoscere Teresa attraverso le rivalse del marito. Il rapporto di Teresa con Vittorio è malato. Si basa su equilibri di potere quasi sadici, ricatti, menzogne, provocazioni. Lei continua a metterlo alla prova alzando ogni volta la posta. Non ci sono limiti né regole. Lei per prima si rifiuta di ammettere il legame profondo che nonostante i tradimenti reciproci e le liti sempre più violente li tiene uniti. Nell’ultimo periodo prima di morire, fanno l’amore in piena notte senza baciarsi, con Teresa che trattiene in gola i sospiri di piacere. Lo insulta ripetutamente sbattendogli in faccia come un insulto «Cosa sai di me!». Però sa che solo Vittorio si accorge di quando lei ha paura. Forse è proprio Teresa a spingere Vittorio nell’abisso dell’autodistruzione. La verità è che si conoscono talmente bene che hanno bisogno l’uno dell’altra per rinfacciarsi i reciproci difetti. Paradossalmente, a modo loro, si amano. «Il problema è che non ci sappiamo amare insieme» Teresa glielo scrive in un sms.
8- Carola, giovanissima seconda moglie di Vittorio, quasi una figlia, è fondamentalmente una vittima. Di lei rimane un’immagine pulita. Può essere il simbolo di una nuova possibilità, di una speranza? L’unica speranza di Carola è di liberarsi al più presto di Vittorio. Carola ha dalla sua la severità della giovinezza, non ancora corrotta dallo sfacelo con cui Vittorio scredita tutti i rapporti umani perché sa come inevitabilmente andranno a finire. Più che un simbolo di una nuova possibilità, Carola restituisce un’immagine pulita perché è ancora protetta dalle illusioni. Fa di tutto per non smettere di credere all’amore, ma sappiamo che durerà poco. Noto che è la seconda volta che usi la parola vittima. Io credo invece che nelle relazioni umane, soprattutto in quelle di coppia, siamo tutti compromessi. Lo è anche Carola, come lo è la voce del narratore che scende negli inferi con lo stordimento di Vittorio e rinuncia a dare una soluzione a tutti i fili della storia. Di speranze ne vedo poche.
9- Fin dalle prime pagine si attende la finale dei campionati del mondo del 2006, in un climax crescente: la vittoria calcistica è da considerarsi in parallelo con qualche vittoria del protagonista, o in contrapposizione? Se proprio vogliamo trovare un parallelo tra la vittoria ai Mondiali e il successo professionale di Vittorio, lo individuerei nella vittoria per così dire monca dell’Italia ai calci di rigore, in cui la fortuna gioca un ruolo decisivo. Una vittoria ben lontana dal trionfo del 1982, verso il quale Vittorio si abbandona a uno dei pochi autentici slanci di nostalgia.
10- Quanto c’è dell’esperienza di vita di Sebastiano Mondadori in “Un anno fa domani?” A scanso di equivoci, chiarisco subito che non sono vedovo. Come dico sempre ai miei studenti di scrittura creativa, non scrivete per essere capiti come persone, siete voi che dovete fare capire con estrema chiarezza ciò che raccontate. Al massimo, rileggendovi imparerete qualcosa di voi che non sospettavate. Di fatti concreti della mia vita ce ne sono davvero pochi. Forse il più eclatante è quello di Vittorio Congedo che chiede alla figlia i soldi del salvadanaio per pagare la bolletta della luce. A me è accaduto, e conto di restituirglieli al più presto. Rileggendo il libro, ho trovato inquietante la lucidità con cui da scrittore analizzo la fine inesorabile di una storia d’amore prima che ciò sia avvenuto nella realtà. Concluderei affermando che attraverso la scrittura si riesce a fare luce sul caos in cui si vive. Ma tutto questo lo scopri a posteriori, la vita ti ha già fregato.
|