ANDREA MINOGLIO
I Diritti dei Bambini
- Focus Junior
pp 220, euro 12.00 Mondatori
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Valentina Acava Mmaka
Un libro per sapere una volta per tutte come si sta dalla parte dei bambini, anche quando sono negati loro i diritti fondamentali alla pace, alla salute e allo studio come raccontano le testimonianze di ragazzi che hanno vissuto in prima persona le violenze e le durezze della guerra, della povertà o del bullismo. In appendice, utilissima, la Convenzione Internazionale sui Diritti del Fanciullo delle Nazioni Unite approvata a New York nel 1989.
"Tutti i bambini devono avere gli stessi diritti." Questo è l'enunciato del secondo articolo della Convenzione Internazionale dei Diritti del Fanciullo delle Nazioni Unite approvata nel 1989. Ed è di diritti del fanciullo che si occupa il volume edito da Mondadori curato da Andrea Minoglio, "Focus Junior - I diritti dei bambini", che si occupa di esplorare il mondo dei diritti dell'infanzia raccontati dai bambini stessi. Il libro può essere letto come una sorta di diario di viaggio a più voci dove i bambini, in età compresa tra gli 8 e i 14 anni, coscienti dei loro diritti, li esprimono a gran voce talvolta con ironia e un pizzico di presunzione, talvolta con saggia consapevolezza. Il testo si rivela un utile strumento di approfondimento per insegnanti, genitori e per i bambini stessi che, possono confrontarsi e riconoscersi nei loro sogni, desideri e fantasie. Il volume è suddiviso in capitoli tematici all'interno dei quali risultano preziosi gli approfondimenti giuridici di Marco Cuniberti e quelli psicologici di Nicola Iannacone . Merita attenzione la quarta parte intitolata "Diritti Negati" in cui Minoglio riunisce alcuni racconti di bambini che hanno testimoniato in che modo sono stati privati dei loro diritti: Troviamo così le storie di bambini e ragazzi che hanno vissuto la guerra, violenze e abusi e che offrono un importante e utile stimolo a confrontarsi sull'infanzia di chi è meno fortunato. Storie che sottolineano quanto siano aperte le frontiere della violenza, non si parla più solo di bambini indiani costretti al lavoro o di bambini congolesi costretti ad arruolarsi nelle milizie di eserciti ribelli, ma anche di bambini occidentali come Francesco, vittima del bullismo a scuola. Un testo che in questa sua ultima parte evidenzia l'urgenza delle nostre società, contaminate da una decadenza morale diffusa, di tutelare i diritti dei bambini sempre e ovunque. Come è nata l'idea di dedicare un libro ai diritti dei bambini dando loro voce diretta?
L'idea è stata proprio quella della "voce diretta". Quando si sente parlare di diritti di bambini, infatti, la maggior parte delle volte sono gli adulti a farlo e spesso in occasioni istituzionali o a margine di qualche brutto fatto di cronaca. Ma che percezione hanno i bambini dei loro diritti? E non in astratto, ma nella loro esperienza di tutti i giorni. Lavorando a Focus Junior, che è letta da ragazzi di 8-12 anni, abbiamo deciso di domandarlo a loro direttamente. Così abbiamo elaborato 20 domande, ciascuna dedicata a un singolo diritto (di vestirmi come mi pare, di tenere un diario segreto, di scegliere con chi stare se i miei si separano, di non ricevere uno schiaffo…). Alcuni, in apparenza, possono sembrare temi abbastanza futili, ma credo che se avessimo scelto una strada più "formale", presentando i diritti come nella Convenzione internazionale dell'Onu, che pure abbiamo inserito nel libro, li avrebbero percepiti come un cosa lontana e avremmo ricevuto molte meno risposte. In che modo sono state raccolte le risposte dei bambini intervistati?
Abbiamo pubblicato le 20 domande sulla rivista e poi sul sito, chiedendo di rispondere. Se si considera che non chiedevamo solo un "sì" o un "no" ma anche un "perché" per ciascuna risposta, il risultato è stato sorprendente: ci hanno risposto in 1.329. E questo è l'altro motivo che, personalmente, mi ha convinto che valeva la pena provare a farne un libro: prima in forma ridotta, allegato gratuitamente alla rivista, e poi in una forma più estesa insieme a Mondadori. Il testo si avvale di due preziose collaborazioni, quella di un legale e di uno psicologo, che sottolineano il carattere di mediazione che genitori e figli devono essere disposti ad assumere per vivere un contesto familiare armonioso e rispettoso. Quali sono tuttavia le maggiori difficoltà per un genitore di fronte ad alcune situazioni poste nei capitoli del libro: impedirmi di vedere qualcuno che a loro non piace? Proibirmi di uscire o rientrare a una certa ora? Proibirmi di guardare la tv?
Io non sono genitore ma sono stato figlio e mi sembra che mediare sia sempre essenziale, anche se è faticoso perché significa mettersi in gioco senza tuttavia rinunciare alle proprie idee. Mi sembra però che a volte le difficoltà di mediazione nascano non solo dalla cattiva volontà o dalla pigrizia ma anche dall'ignoranza. Nel senso che a volte non si sa proprio che cosa si deve mediare: perché le due parti non si parlano ma anche perché non si hanno punti di riferimento certi. Per questo, oltre a dar voce a bambini e ragazzi, è stato essenziale il contributo del legale che, con spirito giocoso ma in maniera assoluta precisa, ci ha detto, punto per punto, che cosa suggerisce e prescrive la legge in tema di diari segreti, videogame, piercing, tatuaggi, vestiti, coprifuoco, sport, tempo libero, cresima, comunione, ceffoni… A volte le risposte legali sono state "a favore" dei piccoli. Altre "a favore" dei grandi. Ma la cosa importante è proprio che, nel loro insieme, queste risposte possono costituire una base per iniziare una mediazione tra le varie posizioni, che è poi quello che ha suggerito, anche lui puntualmente, lo psicologo Nicola Iannaccone. Insomma capita qual è e a chi spetta "l'ultima parola", nulla vieta che questa possa essere davvero l'ultima: cioè qualcosa che arriva alla fine di un processo, di altre "mille" parole, e non è calata dall'alto come, appunto, una legge immutabile. Una parte del libro, quella finale raccoglie le testimonianze di bambini ragazzi a cui l'infanzia è stata negata. Le storie di Aimerance, Francesco, Jaime, Luca, Juliana, Ken, Denisa sono storie molto toccanti che raccontano l'altro volto dell'infanzia, quella di bambini meno fortunati. Quanto il confronto con queste esperienze sviluppa nei bambini più fortunati un senso di condivisione-partecipazione?
Sinceramente non lo so, bisognerebbe chiederlo a loro. Sperò di sì ma credo che non bisogna aspettarsi molto di più di quello che ci possiamo aspettare da noi stessi quando leggiamo di queste cose sui giornali. Si può reagire indignandosi, commovendosi, rimanendo indifferenti perché tanto non ci tocca… Ognuno ha le sue reazioni. La cosa che mi interessava, però, non era, o non era soltanto, far leva sulla loro parte emotiva. Come giornalista e come giornalista per ragazzi, credo che la cosa più importante sia cercare di raccontare le cose, senza una volontà didattica, moraleggiante o educativa a priori. Di fronte a queste storie, infatti, gli adulti spesso tendono a non raccontarle perché non sono appropriate. Oppure a "usarle" per ottenere qualcosa in cambio facendo leva sul senso di colpa. "Non mangi? Pensa ai bambini del terzo mondo". "Vuoi la Playstation? Pensa ai bambini del terzo mondo". E così via. Io credo invece che queste storie, tutte le storie, possano essere raccontate. Non esistono storie non raccontabili: si tratta solo di "tradurle", di renderle non tanto più appropriate ma semplicemente più comprensibili a chi le deve leggere. Allo stesso tempo, però, penso si debba raccontare cosa succede ai bambini del terzo mondo, e ancora di più cosa succede nel "terzo mondo" che ci abita di fianco qui in Italia, non per ingenerare sensi di colpa. L'obiettivo, in questo caso, era stabilire una relazione tra le varie voci, far capire che non esiste una gerarchia e, anzi, i diritti degli uni sono strettamente legati a quelli degli altri. Esistono certo bambini "più fortunati" e bambini "meno fortunati" ma non diritti più importanti e diritti meno importanti. Anche perché alla base di queste differenze sociali, spesso enormi, c'è proprio l'idea che in fondo alcuni diritti o i diritti di qualcuno siano meno importanti. Cercare di spiegare che, invece, l'unico diritto davvero più importante è quello di avere dei diritti, anche se in maniera scherzosa e "leggera", penso sia l'unica strada per sviluppare un minimo di consapevolezza e, forse, un po' della condivisione-partecipazione di cui parla lei. Leggendo le varie risposte e punti di vista dei bambini tuttavia ho avvertito che in taluni casi essi rivelano un aspetto dell'infanzia forse troppo "emancipato", addirittura sembra quasi che l'infanzia finisca prima dei 9-10 anni. Da alcuni bambini il rapporto figlio-genitore viene "visto" come paritario. Questa abbreviazione del periodo dell'infanzia che fa sì che un bambino di 10 anni rivendichi il diritto di gestire soldi propri o di potersi prendere una cotta, non rischia di sgretolare la famiglia intesa come punto di riferimento, guida, nella vita del bambino?
No, non credo. A 10 anni (o 11 o 9 o 13 o 8) SI PRENDONO le cotte! Non è un diritto: semplicemente accade. Poi si tratta di capire come rapportarsi a questo tipo di situazione. E anche amministrare dei soldi non penso sia diseducativo, mi sembra il contrario. Non vorrei sembrare esagerato ma proprio dalle risposte che sono arrivate questi ragazzi mi sembrano a volte troppo poco autonomi e, per questo, molto desiderosi di avere un proprio piccolo spazio "senza genitori" per iniziare ad affrontare da soli alcune situazioni e sviluppare così un proprio senso di responsabilità. Più in generale, comunque, anche se non voglio improvvisarmi psicologo o pedagogista, dal mio punto di vista non credo che esistano cose che in sé possano sgretolare la famiglia. L'unica cosa che può davvero sgretolare la famiglia è la famiglia stessa. In tema di diritti, ad esempio, è curioso notare che la maggior parte delle violenze, sulle donne e sui bambini, avvengano all'interno della cerchia familiare. Si tratta di situazioni estreme, certo. Ma quel che voglio dire è che spesso si cerca di spostare all'esterno i problemi o incolpare degli oggetti (tv, internet, telefonino, videogame…) per dei problemi che sono invece sempre di relazione tra le persone. Per il resto non credo che un rapporto paritario sia sbagliato. Poi bisogna intendersi su cosa significa paritario. Per me significa confrontarsi cercando di non dimenticare sia quello che si è stati sia quello che si è ora. Nel senso di pensare bene a come si era da piccoli, che è l'unico modo per cercare di capire un bambino e comunicare con lui, ma poi dare una risposta da adulti, senza dimenticare il proprio ruolo attuale che, magari sbagliando, è comunque anche quello di orientare e guidare. A livello Europeo, quali sono i Paesi dove i diritti dei bambini sono maggiormente rispettati-tutelati?
Non ho un quadro della situazione tale da poter fare una classifica. E poi dipende da come si vede la cosa. In generale, infatti, mi sembra che, paragonata a quella di alcuni Paesi africani o dell'Asia, la situazione in Europa sia di gran lunga migliore e che quantomeno i diritti fondamentali siano mediamente rispettati un po' ovunque. È quasi banale dirlo. Se però si punta lo sguardo sui migranti che attraversano i nostri Paesi o ci abitano, sempre invisibili se non per problemi di ordine pubblico, la situazione è tutt'altro che scontata, soprattutto in Italia. I recenti richiami nei nostri confronti da parte della Comunità europea in materia di razzismo e rispetto dei diritti delle minoranze, che del resto fanno eco ad appelli che l'Unicef fa da anni e non solo riferiti a noi, forse a qualcuno possono sembrare un gioco politico o l'ennesimo tentativo di denigrare l'Italia. Ma se vai, anche solo per un attimo, a visitare un campo rom ti accorgi che non lo sono affatto. Oggi, in Italia, ci sono bambini che dormono per strada, nel fango, in mezzo ai topi, tra i rifiuti tossici, senza nessun tipo di diritto e senza nessun tipo di assistenza da parte dello Stato. E non è una questione di schieramenti politici e opinioni più o meno tolleranti. Si tratterebbe solo di applicare la legge. Ad esempio quella che dice che tutti i minori, anche se figli di immigrati senza permesso di soggiorno, hanno diritto all'istruzione e alle cure mediche. Così come dovrebbero avere diritto, secondo la Convenzione internazionale dell'Onu sui diritti dell'infanzia, a una casa e a un'esistenza dignitosa. Invece la tolleranza zero, nel senso di rispetto della legalità, è sventolata sempre come spauracchio repressivo e soltanto in un senso: contro e mai "a favore". E il risultato qual è? Che a Napoli dei cittadini italiani assaltano dei poveracci e poi, insieme a dei bambini, fanno festa perché sono riusciti a dar fuoco alle loro baracche. Va bene comprendere il malcontento, il disagio, l'esasperazione… ma questo È razzismo. Non ci sono altre parole. E la risposta dello Stato, anche in questo caso, è alzare ancora il tiro con una legge, come quella che adesso si sta studiando al governo, che sancisce il reato di immigrazione clandestina! Credo che anche in questo caso non sia un'esagerazione chiamarla col suo vero nome: legge razziale. Il problema è molto complesso, certo. Ma per rimanere in tema di bambini Dijana Pavlovic, un'attrice e mediatrice culturale che ho intervistato per un documentario che sto facendo insieme a due miei colleghi, mi diceva che per lei essere rom ha rappresentato fin da piccola un terremoto interiore continuo. Da una parte ti senti diverso e, siccome il pregiudizio lo percepisci come un giudizio, ti sforzi come un pazzo di essere uguale e meglio degli altri. Dall'altra però hai comunque dei problemi a inserirti perché nel momento in cui lo fai, quando da un campo arrivi all'improvviso in una classe, ti rendi conto che non potrai mai vivere quello che gli altri ti dicono che devi vivere. Sembra assurdo, ma per molti, oggi, 2008, in Italia la razza viene vissuta come una colpa e una vergogna. Qualcosa che devi nascondere altrimenti non trovi né casa né lavoro. Conducendo questa indagine, rifacendosi anche alla sua esperienza se vuole, come è cambiata l'infanzia dei bambini di trent'anni fa rispetto a quella di oggi (in negativo e in positivo)?
Credo sia molto difficile cogliere il mutamento senza cadere nel luogo comune. D'altra parte anche pensare che, in fondo, "non è cambiato nulla" sarebbe del tutto irrealistico. In questo senso, ad esempio, una cosa che mi ha colpito, è stata l'importanza data ad alcuni temi rispetto ad altri. Ad esempio quello della privacy: si ha l'impressione che sia sentito molto di più di quello della violenza. Anche percentualmente: sono più i bambini che hanno risposto "no non possono leggere il mio diario (88,6 %)" rispetto a quelli che hanno detto "no non possono darmi uno schiaffo (77,1%)". Benché il "campione" che ci ha risposto sia molto ampio, però, voler trarre delle conclusioni sociologiche secondo me è rischioso. Forse, semplicemente, il tema delle "punizioni fisiche" è diventato meno sentito perché, per fortuna, sono diventate meno "sentite" le punizioni fisiche stesse. Al contrario, invece, le "informazioni" sono ormai un fatto sempre più centrale anche nella vita dei bambini, che ne usano incredibilmente di più rispetto a 30 anni fa, ma le subiscono anche. Nel senso che, come del resto gli adulti, possono sapere molte più cose sugli altri ma allo stesso tempo anche gli altri possono sapere molte più cose su di loro. E qui si ritorna a quell'esigenza di autonomia di cui si diceva prima e, come suggeriva lo psicologo, alla necessità da parte dei genitori di esercitare un controllo più leggero, come agenti segreti discreti. Lo stesso vale per quelli che hanno detto "no, non hanno nessun diritto di prendermi in giro" (89,5%). Qualcuno potrebbe trarre la conclusione che i "giovani d'oggi" sono una generazione di insicuri, permalosi e viziati. E del resto non è poi così raro leggere discorsi di questo tipo sui giornali. Io mi limito a pensare che forse il tema del bullismo è diventato più attuale rispetto alla mia infanzia. Poi si può pensarla in negativo: "ci sono più bulli ora che in passato". Oppure in positivo: "i bulli ci sono sempre stati ma oggi è aumentata la sensibilità verso questo tipo di soprusi". Probabilmente sono vere entrambe le cose: non so. Ma, di sicuro, mi sento di condividere quello che ha scritto saggiamente Margherita: "Ne ho già fin sopra i capelli con le prof a scuola, le zie pettegole e i bulletti di terza: anche i miei fidati genitori mi devono prendere in giro? Eccetto qualche episodio divertente che ha fatto ridere anche me!". Rispetto alla mia esperienza più in generale, poi, vedo che, spesso, gli adulti tendono a perdere la memoria. Personalmente mi sforzo di non farlo e, anche quando rispondo ai bambini che mi scrivono per chiedermi dei consigli, prima di dire come farei adesso, cerco di raccontare loro quello che mi capitava alla loro età. Per lo stesso motivo, ad esempio, di fronte all'ennesima, preoccupata, allarmistica "inchiesta" sul sesso precoce di adolescenti e bambini cerco di pensare alla mia infanzia e alla fine non mi sento così allarmato. Piuttosto mi preoccupa che, ieri come oggi, sul sesso, e soprattutto in Italia, si faccia pochissima informazione chiara e adeguata. E trovo molto curioso che una società così terrorizzata, a volte ai limiti dell'isteria, dalla pedofilia e dall'abuso su bambini e adolescenti, sia però anche una società dove il corpo se non dei bambini degli adolescenti è continuamente sessualizzato, "adultizzato" e proposto come modello. Che conseguenze ha tutto questo, al di là dell'ipocrisia di fondo, su di loro? Alcune ricerche dicono che i bambini italiani, che fanno un uso molto intenso delle tecnologie (tv, videogame, telefonino), tendono anche a essere molto più adulti esteriormente ma emotivamente più "piccoli" e meno indipendenti nella loro vita sociale rispetto ai loro coetanei europei. Un altro tema molto attuale, e in parte collegato al precedente, è poi quello della discriminazione di genere, di cui mi sono occupato di recente in un articolo un po' difficile da fare ma a cui sono molto legato. Lo spunto è stato il libro "Ancora dalla parte delle bambine" di Loredana Lipperini, che abbiamo intervistato e ci ha raccontato di come la divisione di ruoli tra maschi e femmine a partire dall'infanzia e dall'adolescenza, affievolitasi dopo gli anni 70, sia oggi ritornata in maniera molto forte. Non è facile provare a spiegare una cosa del genere, tipicamente "da adulti", ai bambini stessi, maschi compresi! Però la scommessa è proprio quella. In questo senso, nonostante tutti i mutamenti, credo sia davvero molto attuale quello che scriveva Elena Gianini Belotti ben 35 anni fa nel libro "Dalla parte delle bambine", da cui prende avvio poi anche quello della Lipperini. "Si continua a vedere il bambino come un piccolo idiota innocente, continuamente attonito e stupefatto per quello che gli accade intorno. "È piccolo, tanto non capisce niente". Uno spettatore della vita, della quale non gli sarà concesso di essere protagonista finché non raggiungerà l'età adulta. Ma il bambino è una persona seria. È un formidabile, accanito, instancabile, attento, lucido, preciso lavoratore. Da quando viene al mondo, è un insaziabile, temerario, curiosissimo esploratore che usa sensi e intelletto come uno scienziato, teso con tutte le sue energie alla conoscenza. (…). Un essere così intrepido, che vive con tale intensità, meriterebbe autonomia, incoraggiamento, approvazione, incondizionata ammirazione. Gli andrebbero dati i mezzi, il materiale per le sue esplorazioni, come si fa con un ricercatore, e poi bisognerebbe rispettarlo e lasciarlo in pace. Il bambino, a tre anni e anche prima, ha bisogno di cultura e non di appiccicosi legami affettivi".
Certo è una posizione provocatoria, ma la trovo perfetta. E per tornare alla domanda iniziale, mi viene da dire che forse, invece di interrogarsi di continuo su come siano cambiati i bambini e di pontificarci sopra come se fossero un'entità astratta, omogenea e stratificata, a volte bisognerebbe mettere loro stessi in grado di riflettere su come sono. E poi farselo raccontare.
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