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Miano Leonora - Notte dentro

INTERVISTE

 

Sacrificare il presente per ricostruire il passato

LEONORA MIANO
Notte dentro
pp. 190, euro 13,50
Epoché, 2007

Patrizia Danzè

L'Africa di Léonora Miano è una bellissima ragazza violata da tutti che si chiede perché la calpestano senza vederla. Vaga per la strada quasi nuda da quando la sua famiglia l'ha cacciata di casa e parla come una veggente confessando le colpe dell'Africa, che mentre mendica il senso di colpa dell'Occidente, non si riconosce, porta su di sé lo sguardo degli altri e si vergogna. Anche Ayané, protagonista di dentro, il romanzo con il quale la Miano ha vinto il premio di scrittrice esordiente alla XXVII edizione del Premio Grinzane Cavour, edito da Epoché (una giovane casa editrice che sin dalla sua fondazione nel 2003 pubblica libri dedicati alle letterature dell'Africa australe e mediterranea, dei Caraibi, dell'Oceano Pacifico e del Medioriente, con particolare attenzione alla scrittura femminile), anche Ayané dunque si vergogna delle sue origini, del suo clan, della barbarie dei riti tribali. La ragazza torna nel suo villaggio, ad Eku, nel cuore dell'Africa, dopo aver studiato in Francia e dopo aver vissuto la vita di città del suo paese. Per questo è considerata “la straniera” ed è malvista dalla comunità stretta attorno alle regole ataviche che la reggono. una notte, un'orribile notte, il suono di passi marziali e canti tribali di guerra annunciano l'arrivo di un gruppo di miliziani che invadono il pacifico villaggio in cerca di nuove reclute. Il capo, Isilo, è un invasato nazionalista e fervente afrocentrista che sogna un'Africa “nuova” che mostri la sua supremazia, cancellando tutto il negativo lasciato dal bianco: servilismo, paura del domani, ignoranza di sé, un'Africa con una sua “epopea” che restituisca valore alla sua spiritualità, ai riti sacrificali delle sue origini e alle tradizioni. Perciò è necessario sottoporre il villaggio ad una prova suprema, un atto cruento e cannibalesco di “iniziazione” che secondo Isilo assuma il significato simbolico dell'inizio di una nuova era di cui lui stesso è l'araldo. Ayané, che è nascosta su un albero assiste a tutta la scena, ma dalla postazione in cui si trova non riesce a comprendere bene il rito efferato che si è consumato nel villaggio. E quando saprà, non potrà accettare la rassegnata sottomissione con la quale gli abitanti del villaggio hanno eseguito gli ordini del folle Isilo, anche perché in quel villaggio lei si è sempre sentita un'estranea, in cerca, lei per prima, della sua identità. éonora Miano è nata nel 1973 a Douala, villaggio sulla costa del Camerun, da famiglia borghese (padre farmacista e madre insegnante d'inglese) e nel 1991 si è trasferita in Francia, dove tuttora vive. Scrive sin da quando era bambina (ha iniziato con la poesia), ma ha esordito nel 2005 con il romanzo “L'interieur de la nuit”, il primo volume di una trilogia intitolata “Suite Africaine”. Nei suoi racconti, la “questione” dell'Africa è centrale, un'Africa non esente da colpe, un'Africa che ha partecipato al suo stesso dissanguamento, non solo vittima dell'invasore bianco ma essa stessa causa del suo male. Se oggi l'Africa è ancora dilaniata da guerre civili, se odi tribali e atrocità la attraversano e la maledizione di povertà e sfruttamento non sembra abbandonarla, la colpa, dice la Miano, non è solo della sua sottomissione ai bianchi. assumersi le proprie responsabilità, non piegarsi all'ambiguità del razzismo che dilaga tra gli stessi figli d'Africa e guardare al futuro senza vergognarsi di non avere un passato “importante” come l'Occidente. Dunque, né disistima di sé né senso di inferiorità: è questa la risposta che la giovane Miano dà all'immobilismo della sua bellissima terra. Lei stessa mal sopporta di essere considerata la scrittrice emigrata che si è integrata in Occidente, ed esorta, soprattutto i giovani africani, a guardarsi con il proprio sguardo e a cambiare mentalità attraverso il confronto delle culture.
Scrivere il primo romanzo con una storia di violenza significa che bisognava raccontarla per forza?
Io credo che il primo materiale su cui lavora uno scrittore è la sensibilità e questo mi porta ad esplorare il lati oscuri della vita. L'ispirazione per dentrol'ho avuta dopo aver visto un documentario molto brutto in cui si vedevano le scene raccapriccianti di bambini sacrificati e fatti mangiare durante la guerra in Liberia. Mi sono così inquietata, che ho deciso di scrivere.
Il rito efferato di cui parla nel suo romanzo si ispira a quel documentario?
Sì, certo, si ispira a quel documentario, ma con il racconto ho voluto riempire quei vuoti che il documentario presentava. Del resto, per la storia che racconto ci sono tante letture possibili.
E quali sono?
Ci sono due letture, una letterale, una metaforica. Una, è quella, orribile, appunto, del bambino che viene fatto mangiare dagli abitanti del villaggio per scopi rituali, validi solo per il suo uccisore. In senso metaforico, perché il sacrificio del bambino si può leggere come il sacrificio del presente, sul quale si può ricostruire il mito di un glorioso passato. Questa forse, potrebbe essere la lettura dell'intellettuale, di coloro che si fanno domande sul passato e sul futuro dell'Africa. Il problema è che il passato dell'Africa non è scritto e quindi viene inventato, cosa che provoca una crisi negli intellettuali. Ma il passato è sconosciuto, ancor di più dopo l'avvento delle colonizzazioni e quindi è inutile raccontarlo anche se con invenzioni.
Crede che il mondo africano sia in crisi per questa incertezza sul suo passato e che ciò incida sulle scelte del presente?
Sì, credo di sì. La necessità di avere certezza del proprio passato è sentita soprattutto dagli intellettuali e non tanto dalla gente che deve trovare la forza e le risorse per sopravvivere ogni giorno. Ma noi siamo talmente intrisi di occidentalità, che credo che la nuova sfida sia quella di reinventarci e di trovare una nuova forza. Quando noi africani veniamo in Europa viviamo questa crisi: la mancanza di passato ci provoca paura e senso di inferiorità. Perciò penso che bisogna avere soprattutto il coraggio e la libertà di inventarsi.
Il personaggio femminile protagonista della sua storia, la giovane Ayané, che dalla Francia torna nel suo villaggio, sembra essere piuttosto contraddittorio, diviso com'è tra l'attaccamento alle proprie radici e l'atteggiamento di rifiuto verso la comunità cui appartiene.
Per questo personaggio mi sono ispirata ad una conoscente nata e allevata in Africa, che è proprio questa contraddizione vivente tra rifiuto delle origini africane e appartenenza al mondo europeo. Ayané ha una personalità fluttuante anche perché i suoi genitori hanno assunto una posizione di conflitto nel villaggio, in quanto più “moderni”, sua madre stessa è considerata la straniera e non si è mai integrata, e tutto ciò non le ha dato sicurezza. Molti hanno visto in Ayané un personaggio positivo, altri lo vedono emotivo ed insicuro, come una che rimprovera agli altri quello che lei stessa fa.
Ayané stessa, per capire e farsi una ragione di tutto quel che per lei risulta incomprensibile riguardo i rituali che la sua comunità sembra aver accettato, si rivolge ad una serie di personaggi femminili e solo così si riapproprierà delle sue origini.
Sì, attraverso il confronto con alcuni personaggi femminili, la decana del villaggio, una zia, ed Epupa, una ragazza “pazza” che si aggira per le strade parlando del destino dell'Africa, Ayané cercherà di riavvicinarsi alle sue origini, dopo aver attraversato dolore ed orrore. In Europa molto spesso si mostrano meravigliati della presenza femminile preponderante in racconti ambientati in Africa; questo perché la società europea è patriarcale, e invece quella africana, nonostante l'europeizzazione, nonostante l'evangelizzazione, è rimasta matriarcale.
Sente di assomigliare in qualche modo ad Ayané, o, meglio, Ayané è forse una proiezione di se stessa?
No, non mi pare; Ayané non mi assomiglia. Io non sento il problema dell'identità, perché i miei genitori sono acculturati e mi sono sempre sentita a mio agio in una società molteplice. Io descrivo la situazione politica in Africa, la mancanza di un governo. Però, riguardo l'identità, Ayané ha un rapporto conflittuale con essa, soprattutto riguardo alla vecchia Africa che non accetta. Ma questo è anche un problema legato alla sua storia.
E' solo un'impressione o nel romanzo tutti i personaggi hanno un atteggiamento di passività?
La questione del romanzo non sta nella passività. Anzi io direi che la gente resiste e non scappa perché in fondo vuole sopravvivere. Ho costruito il romanzo non pensando troppo al passato né proiettandomi nel futuro.
Ayané si pone una domanda che è importante per tutta l'umanità: perché ci sono popoli che non sono in grado di uscire dalle loro tradizioni terribili?
Ci vuole tempo, è come passare dal Medioevo ad oggi in breve tempo. Non si possono fare salti, non bastano 100 anni.. La storia in Africa e in Europa non è stata la stessa. Ci vuole tempo e non sono sicura che bisogna abbandonare le tradizioni, ma certo bisogna mettere da parte quelle mortifere. Io sono africana e vivo all'estero, ma il problema della doppia cultura si pone in Europa, non in Africa. Credo che noi in Africa facciamo spesso autocritica, in Europa, invece, tutto è molto interiorizzato.
Forse devono essere i giovani a cambiare la parte “mortifera” della mentalità africana.
Io spero, credo che i giovani universitari con cui sono in contatto facciano un lavoro serio e onesto sulle tradizioni, però è anche vero che non ci sono solo villaggi in Africa, ci sono anche grandi città. ò la frattura tra campagna e città non è stata colmata, neppure dagli intellettuali.noi non si è studiato il marxismo. E quello che ci unisce è ciò che viene dall'Occidente. Per il resto ci sono più di 300 clan, lingua francese e inglese, però il Camerun è un paese molto occidentalizzato.
Lei dice che non si è studiato il marxismo, ma le università “educano” al terrorismo anche attraverso degli ideologi del marxismo, proprio come il personaggio del suo romanzo che si reca nel villaggio imbevuto di marxismo.
No, non dal marxismo, è invece spinto dal nazionalismo nero, che troviamo nei Caraibi e in America, non è marxismo, è un'ideologia contro il bianco, un sogno di africanità, che, sì, può anche arrivare al cannibalismo e quindi anche a riti mortiferi. C'è un nazionalismo nero anche a Parigi, ma non se ne parla molto, si conosce poco ed è un problema di quelle persone che non hanno metabolizzato altre culture.























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