FRANCESCO MEDICI
(curatore e traduttore) Poeti arabi a NewYork Il circolo Gibran
pp. 225 euro 15 Palomar - Collana Ciliegie, 2009
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Lidia Gualdoni
Nel suo ultimo lavoro Poeti arabi a New York. Il circolo Gibran, lo studioso arabista e filologo barese Francesco Medici, docente di lettere ed uno dei maggiori esperti dell'opera del poeta e artista libanese Kahlil Gibran, ha saputo approfondire, con il rigore, la competenza e la sensibilità che lo contraddistinguono, i vari aspetti di quel fenomeno che vide protagonisti, tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del '900, i primi poeti e intellettuali siro-libanesi emigrati nelle Americhe. Essi contribuirono, infatti, con un messaggio di libertà, di speranza e di fratellanza universale, unito al loro impegno politico, a dare una svolta epocale nella storia della letteratura araba, e favorirono la “rinascita” della lingua araba nella poesia, nella narrativa e nella saggistica. Dopo il primo settimanale arabo, fondato nel 1892, sulle cui pagine si riferiva di eventi sociali e culturali locali e di notizie dal mondo arabo, nacquero molti altri giornali e riviste destinati agli arabi espatriati nelle Americhe, ma fu nel 1920, la sera del 28 aprile, che una decina di scrittori siro-libanesi riuniti nell'Eremo, lo studio appartamento di Gibran, fondò ufficialmente a New York un circolo politico-letterario noto come “Associazione della Penna”. Si trattava di intellettuali, nazionalisti arabi, artisti e pensatori uniti dal comune intento di di pubblicare opere dei membri dell'Associazione e di altri scrittori arabi meritevoli, incoraggiando, nello stesso tempo, la traduzione dai capolavori della letteratura mondiale e la scoperta di nuovi talenti. I lavori di alcuni di questi «poeti arabi d'emigrazione» conobbero uno straordinario successo ed alcuni dei loro testi, insieme a rari inediti di Gibran, sono stati ora raccolti da Francesco Medici: pubblicati per la volta in traduzione italiana, essi mettono in luce tutta la portata dell'innovativo messaggio, politico, letterario, spirituale e religioso di questo gruppo di intellettuali che seppe rispondere alla dura realtà dell'emigrazione ed al contatto con una cultura completamente diversa con un forte senso di identità e di appartenenza, di responsabilità e orgoglio.
Malgrado il passare del tempo, il fascino degli scritti di Kahlil Gibran e l’attualità del suo messaggio restano inalterati. Perché?
Un autore come Gibran appartiene a ogni tempo e a ogni luogo perché il suo pensiero di mistico, trasfuso nella poesia e nella pittura, trascende lo spazio e il tempo. Lo scrittore Witter Bynner, suo fedele amico, ci ha lasciato – tra le tante – una testimonianza interessante. Questi racconta che, nel corso di un banchetto al quale era stato invitato insieme a Gibran, vide la padrona di casa rimproverare le cameriere perché tardavano a portare le pietanze in tavola e sentì una di esse giustificarsi replicando: «Ma, signora, come possiamo continuare a servire mentre il signor Gibran sta parlando? Sembra Gesù». «E lo sembrava davvero» commenta Bynner. Non è un caso che, per i lettori di tutto il mondo, le opere di Kahlil Gibran, tradotte in decine e decine di lingue, abbiano visto accresciuti negli anni il loro valore profetico e la portata del loro messaggio universale di pace e di fratellanza. Pensiamo, ad esempio, ai fatti tragici dell’11 settembre. In una lettera aperta indirizzata agli americani di origine siriana, datata 1° luglio 1926, Gibran scriveva: «Cosa vuol dire essere buoni cittadini? Significa stare dinanzi alle torri di New York, Washington, Chicago e San Francisco, e dire in cuor vostro: “Discendo da un popolo che ha costruito Damasco, Byblos, Tiro, Sidone, Antiochia, e ora sono qui per costruire insieme a voi [americani], mosso dal vostro medesimo desiderio”». Se Gibran fosse un nostro contemporaneo, lo definiremmo un “cittadino del mondo”: «La terra tutta è la mia casa e l’intero genere umano è la mia famiglia». Parole che precedono di gran lunga la fine del colonialismo, la Dichiarazione universale dei diritti umani, la rivoluzione dell’informazione e delle comunicazioni. Eppure la sua filosofia appare semplice: una fede assoluta e incrollabile nell’uomo e nel progresso spirituale del mondo. Ed ecco che oggi tutti i più importanti leader politici e spirituali, in Occidente come in Oriente, parlano di dialogo interreligioso e interculturale e auspicano una nuova era di conciliazione, proprio come predicato da Gibran già agli inizi del secolo scorso: «Ti amo, fratello, chiunque tu sia, che tu ti inchini nella tua chiesa, o ti inginocchi nel tuo tempio, o preghi nella tua moschea. Tu e io siamo figli di una sola fede, giacché le diverse vie della religione non sono che le dita dell’amorevole mano di un solo Essere Supremo». Chi oggi demonizza la chiusura al dialogo da parte del cosiddetto “mondo arabo” (troppo spesso citato in modo superficiale e indifferenziato), dovrebbe ricordare che è stato proprio Gibran a parlare per primo di tolleranza religiosa. Un arabo che sosteneva di aver diviso il suo cuore tra Gesù e Maometto e che denunciò la corruzione e gli abusi di ogni religione istituzionalizzata (gliene derivò peraltro una scomunica da parte della Chiesa maronita). Inoltre Gibran non guardò solo alle fedi monoteiste: «Non vi è altro Dio all’infuori di Allah, non vi è nulla all’infuori di Allah. Puoi pronunciare queste parole e rimanere cristiano, perché Dio, nella Sua infinita bontà, non conosce separazione tra nomi e parole, e se un dio negasse la sua benedizione a chi segue un cammino differente verso l’eternità, allora nessun essere umano dovrebbe venerarlo». Gibran si rivolgeva alle donne e agli uomini senza distinzione, ma sono state soprattutto le prime a cogliere il significato più profondo delle sue parole. D’altronde Gibran nutriva un’idea femminile del Divino (la sua religione sincretica lo faceva propendere per un “Dio-Madre”), e riteneva la donna più vicina dell’uomo allo Spirito e alla Verità, perché più capace di amare. Noto fu peraltro l’impegno di Gibran sul fronte della lotta per i diritti delle donne: «Liberate le donne e non ci saranno più guerre» aveva dichiarato su un quotidiano statunitense nel 1914, in anticipo di mezzo secolo sulle rivendicazioni dei movimenti femministi a livello internazionale (forse anche in questo vanno rintracciati i motivi di una preferenza soprattutto da parte del pubblico femminile per l’autore). Ma il messaggio gibraniano risulta illuminante e profetico anche su altri versanti, quali l’ecologia, la libertà di espressione, il diritto alla vita e alla morte…
Quali sono state le condizioni che hanno permesso quella che è stata definita “rivoluzione romantica” nella letteratura araba?
Il giogo ottomano aveva ridotto per secoli quella cultura gloriosa al silenzio e alla sterilità. L’Egitto e la regione siro-libanese – la Grande Siria – ebbero tuttavia l’opportunità di avere maggiori contatti con l’Occidente rispetto ad altri Paesi arabi e di poter contare su un sistema di istruzione in certi casi perfino all’avanguardia. Il movimento romantico arabo (nato in seno ai circoli culturali egiziani e siro-libanesi), invero assai tardivo rispetto al suo omologo occidentale, poté svilupparsi più diffusamente in America a partire dagli anni Venti: quegli intellettuali emigrati oltreoceano – nonostante le minacce delle istituzioni politico-religiose e le aspre critiche dei conservatori in madrepatria – potevano finalmente esprimersi senza grossi timori, liberandosi del fardello di canoni obsoleti e di una tradizione asfissiante. I poeti arabo-americani intendevano svecchiare la propria cultura e la propria lingua d’origine. Per loro romanticismo significava modernizzazione, rinnovamento, rinascita (nahdah) dalle ceneri del passato. E significava anche ribellione al Sultano e al controllo delle potenze europee.
Qual è la portata del messaggio che i componenti del “Circolo di Gibran”, con il loro lavoro e i loro ideali, possono ancora trasmettere all'uomo moderno?
L’antologia poetica che ho curato tenta di ripercorre le fasi salienti della nascita e delle sorti dell’“Associazione della Penna” (costituitasi quasi un secolo fa, nello studio-appartamento newyorkese di Kahlil Gibran) attraverso le voci di alcuni dei suoi maggiori esponenti, come Ameen Rihani, Elia Abu Madi e Mikhail Naimy. La condicio sine qua non per i membri del circolo gibraniano era, per statuto, «essere autori di opere di alto valore letterario e spirituale». Il loro è un messaggio comune e condiviso di Libertà – una libertà declinata in tutte le possibili accezioni, anche nel senso politico di autodeterminazione dei popoli. Ecco la ragione della scelta della splendida calligrafia araba in copertina (al-hurriyyah, “libertà” appunto), opera dell’artista iracheno Hassan Massoudy. I temi dei componimenti raccolti nel mio volume sono, del resto, i più vari: l’autenticità della fede e dell’amore; l’importanza e l’orgoglio delle proprie origini; la fiducia nel genere umano; il rispetto della natura; la celebrazione dello spirito creativo; il pericolo rappresentato dai falsi miti, i falsi ideali, i falsi valori; la resa alla sacralità dell’esistenza; la solidarietà e la responsabilità collettiva nel destino dell’umanità; l’imperativo della pace. Ma, forse, tra tutti, il comune denominatore, il leitmotiv di queste splendide liriche, è l’invito ad ascoltare la voce della propria anima. Anche se le nostre ataviche paure spesso ce lo impediscono, come recitano i versi suggestivi di Naimy: «Nel mio cuore è caduto un seme, / ha messo radici e presto si è fatto albero. / I suoi rami si sono protesi così lontano e così in alto / da occupare tutta la terra e il cielo. / Ora le fronde sono pesanti / del frutto più dolce alle labbra degli angeli. / Ma io, che pure nutro l’albero con la linfa del mio stesso cuore, / pur sfinito dalla fame, non oso mangiare quel frutto».
BIOGRAFIA Francesco Medici divide la sua attività fra l'italianistica e l'arabistica. E' uno dei maggiori studiosi italiani dell'opera del grande artista e poeta libanese Kahlil Gibran di cui ha pubblicato le traduzioni dei drammi e di frammenti inediti, oltre che del suo capolavoro, Il Profeta. Ha curato inoltre la raccolta di acquarelli gibraniani in Venti disegni.
IL LIBRO Poeti arabi a New York. Il circolo Gibran raccoglie, dopo una prefazione di Amedeo Salem e un'introduzione di Francesco Medici, testi poetici e in prosa di Ameen Rihani, Kahlil Gibran, Elia Abu Madi e Mikhail Naimy. Tradotti dall'arabo dalla stesso Medici, sono tutti corredati da un'esaustiva nota biografica del singolo autore, alla quale si aggiungono le fonti e la bibliografia essenziale.
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