HENNING MANKELL
Scarpe italiane
pp. 336, euro 18 Marsilio, 2008
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Lidia Gualdoni
Si chiede, Antonio D'Orrico in una recensione pubblicata su Sette, il magazine del Corriere della Sera, di qualche tempo fa: "Qual è il miglior Mankell?" La sua risposta è non lascia dubbi: "Quello poliziesco, appunto, quello che racconta lo stato d'animo della Svezia attraverso indagini mai banali e dense di atmosfera, di meteorologia estrema, di cieli bui, di interni d'arredamento essenziale, di psicologie espresse non tanto dalle parole dette, dai gesti fatti quanto dalle parole taciute, dai gesti mancati. In questi gialli (ma la parola è piccola) di Mankell non sai mai bene de è giorno o notte, il tempo sembra sempre fermo. In questi gialli non ride mai nessuno. C'è una minaccia perenne, la sensazione di essere spiati". In effetti, Henning Mankell è uno dei maestri riconosciuti del giallo che "viene dal freddo", di quella scuola di scrittori, cui appartengono nomi quali Stieg Larsson, Kjell Eriksson o Liza Marklund, che, dalla Scandinavia, si è ormai affermata in tutta Europa. La domanda, però, presuppone il fatto che esiste un altro Mankell. È quello umanitaristico di Io muoio, ma il ricordo vive. Un'altra battaglia contro l'Aids, nato dal suo impegno in Africa, dove, a Maputo, lo scrittore dirige il teatro Avenida. Ma c'è anche il Mankell dei romanzi che non raccontano di indagini poliziesche - un successo che conta 26 milioni di copie vendute ed una serie tradotta in 39 lingue -, ma che delle indagini poliziesche conserva le atmosfere e gli stati d'animo (oltre alla passione per i puzzle). Non si tratta infatti di una caccia all'assassino, quella descritta in Scarpe italiane, l'ultimo dei romanzi pubblicati in Italia da Marsilio, piuttosto di una sorprendente e spesso drammatica ricerca del passato e nel passato, che solo apparentemente è stato lasciato alle spalle. Fredrik Welin, un ex chirurgo che lasciato prematuramente la professione a causa di un errore commesso durante un intervento, ha trasformato l'isola che ha ereditato e la casa in cui abita (il formicaio nel soggiorno è soltanto una delle stranezze) in una fortezza inespugnabile, dove vive in completa solitudine, quasi prigioniero in mare aperto. Il suo passato si materializza, imprevedibilmente, un giorno d'inverno cominciato come tutti gli altri: una figura nera si staglia contro la distesa bianca del mare di ghiaccio che circonda, per parecchi mesi all'anno, le isole dell'arcipelago al largo di Stoccolma. La donna - perché di donna si tratta - ha le mani sulla barra del deambulatore, una borsetta sotto al braccio, una sciarpa intorno al berretto di lana che le copre la testa e che, per alcuni attimi ne impedisce il riconoscimento. È sicuramente lì per far visita a lui, visto che non c'è nessun altro, ed ha qualche cosa di familiare: anche se sono passati quasi quarant'anni dall'ultima volta che l'ha vista, Fredrik, alla fine, riconosce in lei Harriet Hörnfeldt, colei che ha amato più di qualunque altra donna, ma che ha abbandonato - senza un addio, sparendo e basta - prima di partire per gli Stati Uniti dove, grazie ad una borsa di studio, ha poi seguito un corso di perfezionamento. In tutti questi anni, lentamente, il suo ricordo si è fatto più tenue e i rimorsi sono stati zittiti; ogni tentativo di sapere che cosa ne è stato di lei fallisce sul nascere per la mancanza del coraggio di incontrarla, di conoscere la verità. Anche adesso, dopo trentasette anni, l'impulso è quello di tornare in casa e di chiudere la porta, come se quello che ha visto non fosse che un miraggio. Ma Harriet è lì per un motivo ben preciso: ha un cancro allo stomaco che attraverso le metastasi si è diffuso in tutto il corpo. Le cure intraprese non la possono guarire, contribuiscono solamente ad alleviare i dolori della fase terminale e, prima che sia troppo tardi, è venuta a chiedere a Fredrik di mantenere una promessa. Il laghetto nella foresta, dove aveva nuotato da bambino, nell'estate dei suoi dieci anni, durante un viaggio con i padre nei luoghi dove era nato. Una volta tornato dagli Stati Uniti, l'avrebbe portata a quel piccolo lago, avrebbero nuotato insieme nelle acque scure al chiaro di luna, e niente avrebbe poi potuto separarli. "La vita è navigare con una piccola barca in un flusso di promesse che muta di continuo senza mai arrestarsi. Quante di queste promesse ricordiamo? Dimentichiamo quelle che vogliamo tenere a mente e ricordiamo quelle della quali preferiremmo liberarci. Le promesse tradite sono ombre che danzano in cerchio nel crepuscolo. Più invecchiamo e più riusciamo a vederle chiaramente. La più bella promessa della mia vita è quella che mi hai fatto quando mi hai detto che mi avresti portata a quel lago nella foresta. Voglio vederlo e sognare di nuotarci dentro prima che sia troppo tardi" - questa la semplice richiesta di Harriet. Inizia così il viaggio, non solo reale, verso il lago ghiacciato della promessa, ma anche metaforico, nelle pieghe del passato di Fredrik. Ad attenderlo, su una strada popolata da personaggi straordinari per originalità e rara umanità, c'è una figlia, Louise, di cui ignorava l'esistenza, ed anche la giovane donna alla quale, dodici anni prima, ha amputato il braccio sbagliato. È Agnes Klarström, una giovane nuotatrice professionista cui era stato diagnosticato, erroneamente, un tumore osseo maligno. Trovarla, parlarle, spiegarle quello che era impossibile spiegare e raccontarle in quanti modi aveva amputato anche se stesso, diventa allora indispensabile. Proprio come nei gialli di Mankell, ritorna, anche in questo romanzo - che, com'è evidente, diventa una vera e propria riflessione sui rapporti umani, sulla vita e sulla morte -, non solo la "meteorologia estrema" e "l'arredamento essenziale", ma soprattutto l'importanza del non-detto, dei pensieri inespressi, delle azioni mai intraprese, delle decisioni mai perseguite. Come se ogni nostra non-scelta andasse a creare un mondo parallelo nel quale, giorno dopo giorno, prende forma una specie di esistenza "alternativa", di cui spesso ignoriamo anche i più vaghi contorni. A Fredrik, come al lettore, Mankell consegna però la speranza di poter in qualche modo rinascere, grazie alla forza dei sentimenti, ritornando sui propri passi, per rimediare agli errori ed alle mancanze, e per colmare i vuoti lasciati. Perché non è mai troppo tardi, neppure per un comodissimo paio di scarpe italiane fatte su misura.
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