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Malanima Nada - Il mio cuore umano

RECENSIONI

 

Su quegli alberi che sparivano

NADA MALANIMA
Il mio cuore umano
pp. 144, euro 15
Fazi, 2008

Marisa Cecchetti

Nascere al Gabbro, in “un buco del mondo” in provincia di Livorno, all’inizio degli anni ’50 poteva sembrare un dispetto o un dono della Natura. Per Nada Malanima, per la sensibilità acuta che ha sviluppato fin da piccola, è diventato un dono perché si è unito al coraggio.
E’ una autobiografia che sembra scritta tutta d’un fiato, come una confessione necessaria, “Il mio cuore umano”, che recupera anche quei particolari ascoltati tante volte da genitori e amici che poi sembrano ricordi personali. L’arco di tempo preso in considerazione va dal ’53 al ’68, anno di grandi rivolgimenti sociali e culturali, ed apertura per lei su un futuro non immaginato e non voluto.
Nada, parola gridata da una zingara che aveva letto la mano, rossa di capelli tanto da apparire una discutibile anomalia nella sua famiglia dai capelli neri, seconda figlia di una madre dalle acute crisi depressive ricorrenti – una sottile forma di pazzia striscia nella famiglia- di cui vede l’alternarsi di umori, con la passività nei confronti degli affetti, l’intervento disumano dell’elettroshok, ha un inappagato bisogno di amore materno: “a volte parlavo con la mamma che mi ero inventata, che non piangeva, che era dolce, comprensiva e stava sempre bene e mi aiutava a crescere” . La sua solitudine, in uno stato continuo di apprensione che finisce per somatizzare a proprio danno, è alleggerita dalla presenza del padre, mite, innamorato, tollerante, umano, portatore di un po’ di cultura e bellezza. Anche le zie paterne le si avvicinano sporadicamente, ma per compassione. Dotata di sensibilità ed intelligenza, in quei momenti lei è consapevole di scoprire e guadagnare qualcosa di bello.
Erano gli anni delle trasformazioni più profonde ma al Gabbro arrivavano lente, lì si viveva dei lavori e dei proventi magri legati alla terra, le donne si arrangiavano vendendo un po’ di tutto, dalle uova, ai polli, ai mazzetti d’olivo per Pasqua. Si viveva di poco e il risparmio era un obbligo per il corredo delle figlie. Le case erano gelide e ci si infagottava dentro strati di maglioni, l’igiene era un’utopia, le teste dei bambini pullulavano di pidocchi. Avere il bagno in casa era il sogno di tutti per sostituire l’orinale. L’abitudine e le ripetizioni degli stessi gesti quotidiani facevano già immaginare tutta la vita futura.
Il lavoro riempiva le giornate secondo l’alternarsi delle stagioni, senza altra interruzione che non fosse una visita alla Casa del Popolo a fine settimana, per vedere tutti insieme la Tv, o si facevano quattro salti con l’orchestrina della domenica. Ma il padre aveva una sensibilità particolare verso la moglie: “Ogni tanto nel pomeriggio arrivava a casa, la faceva salire sulla vespa e se la portava via… Mio padre la portava nel bosco, a fare l’amore sotto gli alberi”
Il paese era così piccolo che tutti si conoscevano, ma, salvo poche eccezioni, la vicinanza degli altri era soprattutto dettata dalla curiosità, per avere qualcosa di nuovo di cui parlare in un posto dove non c’era niente che rompesse la monotonia se non un funerale. O per spargere lacrime impotenti sulle disgrazie altrui, come le prefiche davanti alla porta.
La Malanima ricostruisce un’epoca così importante nella nostra storia, attraverso questo angolo di campagna toscana a quel tempo segnata profondamente dall’ignoranza, nel senso puramente letterale di non sapere, quando non si sapeva usare il dialogo e non si perdeva tempo nell’ascolto delle ragioni dell’altro, ma si risolveva tutto urlando o tacendo, nella assenza di comunicazione. Per questa stessa incapacità di ascolto e di rispetto delle scelte altrui, la tradizione e l’immobilità erano la sicurezza Anche le relazioni parentali, che oggi nel ricordo appaiono un mito da età dell’oro, erano invece caratterizzate da discriminazione, pregiudizio e violenza psicologica. La sposa che entrava in una famiglia era energia giovane sfruttata come forza lavoro, nemmeno i momenti della gravidanza o del post parto le guadagnavano un po’ di attenzione, perché dovevano andare avanti le fatiche dei campi e della casa, con tutte le esigenze di famiglia.
Questo pezzettino di mondo fa da specchio ad una situazione generalizzata dei piccoli centri di allora. E non solo. Ci sono dentro le contraddizioni, le assurdità di comportamenti ed abitudini, le sofferenze, insieme ad una vena di ironia e di concretezza tipicamente toscana, tutto raccontato con un linguaggio leggero che cerca di evitare il pathos e la nostalgia.
Il Gabbro era il suo luogo dell’anima, non lo avrebbe cambiato con nessun altro paese. Lo lascia per la prima volta a quindici anni: “Il mio sguardo scorreva sulla mia vita come il treno su quei campi. Vidi tutte le cose che amavo, a occhi aperti, su quelle case che tremavano, su quegli alberi che sparivano, e il dolore era così forte che ebbi paura per il mio cuore umano”.

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