GIUSEPPE LUPO
La carovana Zanardelli
pp. 219, euro 16,50 Marsilio, 2008
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Milva Maria Cappellini
Nella piazza di un piccolo comune della provincia di Matera troneggiava, ben visibile fino al terremoto del 1980, una targa: "Giuseppe Zanardelli promise e mantenne". La promessa mantenuta riguardava la costruzione di una strada di collegamento tra due paesi, ed era stata formulata durante lo storico viaggio lucano di Zanardelli, all'epoca settantaseienne presidente del consiglio, nella seconda metà di settembre 1902. Di promesse, l'avvocato bresciano sceso in terra lucana allo scopo di studiarne i problemi e, come aveva affermato in Parlamento, di "restituirle le grandezze di un tempo", ne snocciolò molte, e moltissime petizioni, lagnanze e suppliche accumulò lungo il cammino. La morte, nel dicembre dell'anno successivo, gli avrebbe impedito di vedere promulgata la legge speciale da lui promossa per la Basilicata, ma la trionfale spedizione sarebbe rimasta nei giornali dell'epoca e nei libri di storia. Con precisione collaudata di studioso, Giuseppe Lupo ha tratto dai documenti dell'epoca dati e testimonianze, per trasformare il tour politico di Zanardelli in un romanzo storico del tutto sui generis, che dichiara nel paratesto i propri debiti con l'esimia tradizione manzoniana, ma deraglia subito nei territori di un peculiarissimo realismo quasi magico, assai prossimo ai confini del picaresco. Il gruppo di deputati, giornalisti, medici, fotografi, ma anche orchestrali instancabili, maliziose camerierine e variegati avventurieri internazionali che accompagna il presidente si trasforma infatti in un incredibile caravanserraglio, "una carovana di profughi alla ricerca di una nuova Atlantide", una "comitiva di mascheri" contagiati ben presto, a partire dal vecchio Zanardelli, "dal più grave malanno che affligge i lucani: il demonio della fantasia". L'itinerario, che perde via via il carattere di un'inchiesta parlamentare per trasformarsi "in un malinconico pellegrinaggio alle radici del bene e del male", ma anche nella strampalata tournée di un circo di second'ordine, tocca paesi e campagne di una terra che sembra non appartenere "a nessun atlante geografico", forse "l'unico luogo al mondo dove i sogni trovavano la materia giusta per vivere". Più che al mondo immobile tratteggiato da Carlo Levi, la Basilicata di Lupo assomiglia alla terra paradossale e irrequieta che Leonardo Sinisgalli (del quale, non certo a caso, Lupo è autorevole specialista) disse abitata da "un popolo che l'esattezza ha spinto alle soglie dell'insensatezza". Qui, ciascuno custodisce un sogno più o meno bislacco (la colpa, naturalmente, è "dell'aria lucana che fa inseguire gli aquiloni dell'utopia dove non ci sono che scassate montagne di argilla") che ha ben scarse possibilità di concretizzarsi nel reale. Alla fine, perfino il verosimile attentato, destinato a catapultare nella Storia più di un personaggio (e più di tutti il memorabile Tino Robilante, promesso sposo fuggiasco e cineoperatore in cerca di gloria immortale), assume la sostanza di un sogno. Qui, la Storia intera è una tessitura di sogni, per di più lisa e sbrindellata, tramata di velleità e dimenticanze, distrazioni e trabocchetti. Tuttavia, non risuonano lamentele o piagnistei, bensì note di banda e battimani poiché, per quanto rechi evidenti i segni secolari dell'incuria e dell'ingiustizia, il palcoscenico lucano è poco adatto alla tragedia. Semmai, toni più appropriati sono da cercare nel carnevale, nella festa dei folli, nel mondo alla rovescia. Poco importa, allora, che il racconto della Storia - la quale per una volta, nelle sembianze sempre più svagate di uno statista vegliardo, si è recata a visitare questa terra che forse, come sospetta lo stesso Zanardelli, nemmeno esiste - sia affidato, nel romanzo, a testimoni assai poco attendibili, a cronisti soggetti a implacabile censura, a una Pathé Freres attesa da prematuro smontaggio, a uno scrittorucolo ossessionato da un'ombra paterna celebre quanto incerta. I lucani di Giuseppe Lupo sono troppo esatti - quasi insensati, si è detto - per accontentarsi della storiografia con le sue pretese di verità oggettiva, troppo saggi (della sublime saggezza dei bambini e dei matti) per credere sul serio alle promesse. Qualche notabile materano o potentino avrà pure avuto le sue strade, dopo il passaggio della carovana Zanardelli. Ma l'importante è che il circo sia passato, e che ciascuno abbia potuto vederlo e battere le mani. Poi, rassicura il narratore in epilogo, "I deputati lucani continuarono per anni a discutere di meridionalismo e di sviluppo economico. Recitarono discorsi nelle piazze, parteciparono a cortei e scrissero libri, ma rimpiansero fino alla morte quei dodici giorni di festa, come una infanzia". |