LUCIANO CURRERI (a cura) Pinocchio in camicia nera. Quattro pinocchiate fasciste p. 144, 12 euro Nerosubianco, 2008
|
Milva Maria Cappellini
Quando, agli inizi degli anni Quaranta, la casa editrice Marzocco (la ex Bemporad, che aveva raccolto con l'eredità dei fratelli Paggi anche il Pinocchio collodiano) ardì esporre nella vetrina della libreria in via Martelli, a Firenze, i disegni del Pinocchio di Walt Disney, scoppiò una memorabile scazzottata tra fascisti e antifascisti, gli uni indignati dalla profanazione americana dell'italico burattino, gli altri sostenitori della libertà anche in forma di cartoon. E del resto, nell'era fascista Pinocchio veniva costantemente contrapposto al demo-plutocratico Topolino, messo addirittura fuori legge nel 1942. Il destino e la condanna degli eroi intertestuali (si pensi, accanto a Pinocchio, a Ulisse) è questa disponibilità ideologica, e dunque politica: è questa loro "atemporalità" che, scrive Luciano Curreri nella Postfazione a questo prezioso volume, "ne favorisce una sorta di azzeramento continuo in termini storici". Così, nel corso dei decenni Pinocchio andrà all'inferno, in purgatorio, in paradiso; sarà esploratore e maciste, ferroviere e corsaro, magistrato e robot, e chissà cos'altro, come lo stesso Curreri ha documentato nel saggio Play it again, Pinocchio, aggiunto a una recente edizione einaudiana del capolavoro di Collodi. Non si dà quindi contraddizione, in prospettiva intertestuale, neanche fra gli entusiasmi d'epoca per per l'anticonformismo pedagogico di Pinocchio e il suo assoggettamento, meno di mezzo secolo più tardi, al conformismo supremo, il suo asservimento alla propaganda dittatoriale. Il totalitarismo, è ovvio, non può fare a meno della pedagogia. Leggendo oggi le pinocchiate fasciste, si sentono stridori sinistri solo sul piano morale e politico, perché sul piano strutturale e funzionale l'operazione del regime è impeccabile: un mito dell'infanzia piegato a teorie abiette (squadriste, razziste, repubblichine, integraliste) grazie alle sue illimitate potenzialità di contenere e quindi trasmettere contenuti ideologici. Non solo: si sa che nel fascismo la cultura doveva essere impartita non come modo d'essere ma come modo d'agire: e Pinocchio è senza dubbio un tipo d'azione. Nota ancora Curreri: "Così il 'rivoluzionario' collodiano, che non offre all'Italia postunitaria un'immagine canonica, deamicisiana, finisce per offrirla negli anni Venti come Pinocchio fascista, in seguito allo squadrismo e al battesimo legale che ne fa Benito Mussolini come capo del governo. I carabinieri non lo arrestano più; anzi, è il rivoluzionario che si trasforma in un poliziotto, legnoso, che è quasi tutt'uno con il manganello". Peraltro, mentre si trasforma Pinocchio in "homo politicus", parallelamente Mussolini evolve in personaggio fiabesco, e nei libri di letture diventa un cavaliere fiabesco dai magici poteri. E' poi ovvio che tra i due elementi essenziali per la propaganda, ossia il ruralismo (la vanga) e il militarismo (il moschetto), a Pinocchio è certo più congeniale il secondo: e ancora di più, appunto, il manganello. Un attrezzo che Pinocchio brandisce soprattutto - com'è storicamente ben comprensibile - nella prima pinocchiata, Avventure e spedizioni punitive di Pinocchio fascista, risalente secondo l'ipotesi del curatore al 1923, l'anno precedente il delitto Matteotti e l'Aventino. Nella persecuzione del comunista Nicolaccio dalla barba turatiana, nella derisione dei "bolscevichi" esperti nell'arte della fuga (come il parlamentare comunista Francesco Misiano, prima disertore in Svizzera, poi esule a Berlino e in Russia), nell'agghiacciante inno all'olio di ricino messo in bocca a un Geppetto rintronato, in tutto questo si incarna a perfezione lo squadrismo toscano, becero e populista. Un paio d'anni più tardi, nel 1925, a Pieve a Nievole, solo qualche chilometro da Collodi, i fascisti toscani picchieranno a morte Giovanni Amendola (e a Pieve a Nievole era nato nel 1919, intanto, Bruno Fanciullacci, che giustizierà Giovanni Gentile: la geografia politica è tutt'altro che casuale). Le pinocchiate, sottolinea il curatore, hanno "un valore di documento, di testualità ancorate a una storia che è la nostra e che non è facile da frequentare finanche nei suoi aspetti più appariscenti, come quelli della propaganda fascista; ché la camicia nera non resta così monocroma dalle spedizioni punitive ai Balilla, dalla conquista dell'etiopia alla Repubblica sociale italiana, specie addosso a pinocchio, personaggio metamorfico per eccellenza e in tal senso pure atemporale". Infatti, la sfumatura nera della camicia - lontano ormai il blusotto di carta fiorita - svaria, mentre la normalizzazione fascista fa il suo corso. Si sa che S.E. Mussolini ebbe il suo da fare a conciliare le intemperanze dei ras con le strategie di trattativa con le istituzioni liberali: così, là dove il Grillo Parlante aveva fallito, la pedagogia fascista fu capace di portare a compimento l'opera di educazione del burattino - con gran soddisfazione paterna di Geppetto - trasformandolo da ardito in miliziano, da "disperato" a balilla: così alla fine in Pinocchio fra i Balilla. Nuove monellerie del celebre burattino e suo ravvedimento, Pinocchio si ritrova addirittura caporale, confermando come meglio non si potrebbe la conciliazione idealista di libertà e autorità. E' il 1927, l'anno successivo all'emanazione delle leggi fascistissime, l'anno della costituzione dello Stato corporativo e burocratico, della nascita dell'Ovra e del Tribunale speciale. Bisogna che anche i ras si ravvedano. Verranno anche gli anni del sogno imperiale, dell'invasione dell'Albania, della guerra d'Etiopia, mentre il mondo precipita. Il 1939, l'anno in cui la Marzocco (si ricordi ancora: la ex Bemporad, erede dei fratelli Paggi che avevano convinto Collodi a scrivere la storia del burattino) pubblica Pinocchio istruttore del Negus, è l'anno della Carta della Scuola, del Primo libro del fascista e anche, come rammenta Curreri, del massacro all'iprite sull'Amba Aradan. Il Povero Selassiè (titolo di una canzoncina fascista) viene ovviamente "istruito", da "quel birichinaccio di Pinocchio", a calcioni, mentre gli inglesi vengono crudelmente ridicolizzati. La copertina, con la sua netta separazione grafica, ricorda solo da lontano quella celebre della "Difesa della razza", uscito nell'agosto del 1938 (di poco preceduto dal Manifesto degli scienziati razzisti e seguito, dopo pochi mesi, dalle leggi razziali): ma la logica è del tutto coerente. L'ultimo testo completo incluso nel volume, Il viaggio di Pinocchio, è ideologicamente più complesso, et pour cause. Siamo nel 1944, i partigiani lottano per la libertà e Pinocchio aspirante repubblichino commenta: "La libertà, se ho ben capito, consiste proprio in questo: nel fare tutto quello che ci pare e piace..."; e poi rincara: "questa libertà specialissima che consiste nell'uccidere, nell'arrestare quanti non la pensano come quelli che comandano in quel momento... Ammazzano tanta gente, grattano le insegne dalle case, dai monumenti, cancellano gli emblemi, come se, con questo, si potesse cancellare la storia". Nel frattempo i ragazzi di Salò che sfilano "in perfetto ordine", cantano "un antico commovente inno della patria", mentre gli alleati bombardano le città ("Sono gli amici che vi salutano!", ironizza Pinocchio). Sceso dall'aereo che lo aveva portato, nell'avventura precedente, in Abissinia, Pinocchio ritrova il piccione (qui, un colombo ben poco pacifista) che agevola il Bildungsroman repubblichino (o, forse meglio, la fiaba nera) di Pinocchio portandolo finalmente "dove si combatte": così, "Pinocchio sarebbe diventato uomo, stavolta. Non sarebbe stato più burattino!". Siamo nel 1944, si è detto; è del 26 luglio di quell'anno l'eccidio di cinque civili per rappresaglia,proprio a Collodi. Il romanzo antologizzato in appendice mostra un altro volto della propaganda fascista: quello a servizio dell'oltranzismo cattolico e missionario. E' il 1938, la Cina è occupata dai Giapponesi e l'Armata Rossa organizza la resistenza. Pinocchio, "l'eroe dei fanciulli italiani ed anche quello dei fanciulli di tutto il mondo", saluta romanamente, non ha più niente di burattinesco e dà prova "di saper marciare coi nuovi tempi". Prima di diventare un mutilato di guerra (peraltro facilmente riaggiustato, data la persistente natura lignea), diventa un martire della fede: "Coraggioso come i balilla dell'Italia fascista, egli ha seguito gli eroi del cattolicesimo, che espongono se stessi a tutti i disagi, a ogni pericolo, per diffondere - con la civiltà della loro terra - la parola divina. […] Vi ha insegnato che un ragazzo può superare, quando lo voglia, le difficoltà più penose. Non siate voi da meno, quando l'occasione vi si offrirà!". A decine di migliaia di ragazzi, verosimilmente cresciuti leggendo o ascoltando le avventure di Pinocchio, il fascismo offrirà ben presto l'occasione di morire in guerra, nei lager, nelle rappresaglie, sotto i bombardamenti. Le epifanie di Pinocchio in camicia nera mostrano, davvero, la fine dell'innocenza (almeno, una delle tante versioni novecentesche di questa fine). A proposito di innocenza: la Fata Turchina non compare mai in queste maschie pinocchiate (eppure nelle squadre fiorentine agiva la spavalda Fanny Dini); probabilmente era a casa, a procurare figli - o sventurati burattini - alla Patria Fascista.
|